DAL VIAGGIO IN ITALIA DI JOHANN SEUME o SULLA BESTEMMIA

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Marci Oleskiewicz, Preghiera del mattino, 2013

Venni dunque a sapere che era una specie di revisore delle imposte di Palermo, che viaggiava per regio servizio. I siciliani sono bonari e curiosi; nel primo quarto d’ora a furia di candide domande finiscono per farti vuotare il sacco. Io non trovai ragione di celarmi, sicché il signor revisore a un certo punto venne a sapere, lì a tavola, dietro sua domanda, che ero eretico. Per lo spavento lasciò cadere forchetta e coltello, e mi fissò come se già mi vedesse bruciare all’inferno, poi continuò l’interrogatorio intorno alla nostra religione, di cui gli dissi il meno possibile e con maggiore cautela. Il mio uomo era sposato nella capitale, aveva a casa tre figli e, secondo la sua aperta confessione, durante i suoi viaggi non poteva fare a meno, appena gli era possibile, di passare la notte con una ragazza. Del resto bestemmiava e diceva oscenità in latino e in italiano come un marinaio, ma non poteva assolutamente concepire che non si credesse al papa e che si potesse vivere senza frati. Non gli mancava un certo buonsenso e una parvenza di cultura, ma un po’ per scherzo e un po’ sul serio invocava il giudizio divino su di noi tutti “siete tutti minchioni, siete come le bestie”. E questa chiamiamola logica! Ma di tal logica ve n’è ancora tanta nel mondo e nel jure canonico, civili et publico, che ci viene venduta per moneta sonante.

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J. G. Seume, L’Italia a piedi (1802), Lettera  XXII

 

 

A parte i tanti tratti ancora tipici dell’italiano e dell’italiano cattolico, continuo a trovare curioso come sempre più insistentemente il bestemmiare sia sentito come segno di opposizione alla religione mentre ai miei occhi appare quasi uno dei simboli di più schietta e profonda adesione, tratto che è tipicissimo dell’uomo religioso e credente, dato che, a logica, l’insultare un essere che si pensa inesistente è tanto folle quando lodarlo, e così la percezione e l’uso che vedo sempre più fare della bestemmia, quasi sprezzo o sassata all’edificio ideale della Chiesa, mi pare quasi un cortocircuito logico dei nostri tempi. Non vi è nulla di più religioso, direi, di un bestemmiatore, una lode la si innalza con il dubbio e con l’atteggiamento, un po’ miserando, della scommessa di Pascal, la bestemmia è un confronto, un assalto, nasce insomma dalla certezza granitica che dall’altra parte ci sia qualcuno e che quel qualcuno abbia caratteristiche tali da cogliere e subire il nostro insulto.

ALLEVIARE LE SOFFERENZE DEL POPOLO ITALIANO ovvero LO STATO E GIOVANNI ALLEVI

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Il tempo scorre inesorabile, l’insieme di borbottii si sommano senza possibilità di una pausa, un silenzio, non c’è nulla da fare. Volevamo, settimane or sono, fare un piccolo intervento sulla ennesima Allevianata in quel di Monza, abbiamo tardato tanto per ripescare dal vecchio blog i precedenti di questo nostro (dis)interesse per il pianista sotto il fungo tricotico, ma il tempo scorre inesorabile e prima ancora di vedere la nostra puntata Allevi rilancia. L’intenzione era quella di sottolineare come questo Stato, tanto martellante sopra vacue frasi come “aiutare e formare i giovani” o “evitare che le generazioni più recenti debbano fuggire all’estero”, nella pratica desse innumerevoli esempi di come le intenzioni siano esattamente le opposte. Il caso Allevi, io credo, può rientrare tranquillamente tra questi esempi. Senza dover riprendere la questione sulla ridicola pretesa di “rinnovare la classica” (leggete a tal proposito le puntate precedenti) noto la solerzia dello Stato e delle Istituzioni ad incensare il più possibile questo personaggio costruito a tavolino. Si sprecano i concerti di Stato, le occasioni ufficiali, le concessioni di cavalierati. I politici fanno a gara, dall’alto della loro assoluta mancanza di conoscenza musicale (ma oseremmo dire culturale) per accaparrarsi il “nuovo Mozart”, con buona pace di Amadè che potrebbe infine rivelare l’ubicazione dei suoi resti rivoltandosi pesantemente nella tomba. Tra esecuzioni di Alleviate miste a massacri di Puccini, inni d’Italia al pianoforte degni di uno che ha appena visto il piano e ci giochicchia con 3 o 4 dita, Allevi è spinto, sospinto, innalzato, dimostrando come l’interesse dello Stato per le persone “capaci” sia da mettere sullo scaffale delle “balle quotidiane”.

 

L’elettissimo pubblico dell’evento pro Expo monzese si diletta, quanta invidia..

 

Allevi non è un capace, non è un meritorio, è un prodotto del mercato e di qualche produttore, rivolto ad un pubblico di bestie musicali per dare loro l’illusione di vivere un momento storico. Quando ci si infila in qualche negoziaccio di musica generalista (tale è per me la Ricordi oramai… o la Feltrinelli) ecco che campeggia il tricotico tra parrucche ben più lodevoli. Qualcuno probabilmente si illude di ascoltare classica in questo modo, per certi versi dimostrando di patire un complesso di inferiorità mai ammesso e che nessuno, dico io, vorrebbe che fosse presente visti gli esiti. Lo Stato incita e spinge ed ai tanti disgraziati che affrontano un Conservatorio, faticano sopra due scuole (perché da solo il Conservatorio è impossibile o quasi) e si ammazzano di fatica per poi finire a fuggire o a fare la fame, lo spudorato favoritismo verso la nullità in pelo e capello risulta essere una offesa spaventosa. Di nullità musicale, lo ribadisco fino allo sfinimento, si tratta, nullità compositiva ed esecutiva, basti vedere questo osceno tentativo di presentare quella che secondo questo ignorante (perché sospettiamo pure che non faccia solo finta, ci sia pure una certa  ignoranza musicale di base) sarebbe una specie di trascrizione di una suite di Bach per violoncello. Qualsiasi orecchiante (non c’è bisogno di scomodare variazioni illustri o pianisti e musicologi) qualsiasi orecchiante dico, con un minimo di pratica alla tastiera, sente come tale “trascrizione” non sia altro che la riproposizione pari pari, a poche dita, con giusto qualche sbrodolata chiassona nell’accompagnamento.

 

Beccati questa Bacccheee

 

Qualora si ritenesse che non vuole essere trascrizione sed esecuzione i medesimi orecchianti sanno perfettamente e possono provarlo con lo spartito, quanto sia semplice eseguire una suite per violoncello sul pianoforte, è davvero semplice, dunque il nostro “genio” invece di mettersi a suonare qualcosa di classico e scritto per tastiera, preferisce fingere trascrizioni… perché? Perché la carenza tecnica, costantemente presente all’orecchio quando esegue una sua composizione o quando massacra il già non esaltante inno italico, risulterebbe palese. Al massimo ci aspettiamo in futuro qualche pezzo facilissimo (dico da eseguirsi, non da interpretare) come l’Adagio Sostenuto della Sonata n. 14 di Beethoven,  eternata (ahinoi) come Chiaro di Luna. Trattandosi di pezzo abbastanza semplice (sempre per quanto riguarda la fattibilità della riproduzione delle note) ed essendo banalizzato al pari di una Gioconda mi aspetto prima o poi che il nostro Fungone lo presenti alla folla degli abitanti di Livadeia.

Come scrivevo in principio però il tempo scorre inesorabile e così il nostro ha pensato di aggiungere carne al fuoco. In occasione di quel mistero che prende il nome di Giffoni Film Festival il nostro, davanti ad una folla di pargoli che gli ha decretato una “standing ovation” (così scrivono sulle gazzette) a dimostrazione del fatto che il termine di innocenti è ampiamente abusato e che Erode meriterebbe una difesa, tra le molte palle, pallottole e palline riversate dal nostro pare che sia arrivato a questo pensiero che, per come la penso, definirei fondamentale se non fondante della visione del mondo del nostro “nuovo Mozart”.

 

Un giorno – racconta – ho capito che dovevo uscire dal polverone e cambiare approccio con la musica, anche se si trattava di quella classica. Stavo ascoltando a Milano la NonaSinfonia di Beethoven. Accanto a me un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando finisse. Credo che in Beethoven manchi il ritmo. Con Jovanotti, con il quale ho lavorato, ho imparato il ritmo. Con lui ho capito cos’è il ritmo, elemento che manca nella tradizioneclassica. Nei giovani manca l’innamoramento nei confronti della musica classica proprio perchè manca di ritmo

 

Al di là del raccontino ad usum Cretinorum e della spruzzata favolistica da La Fontaine (perché i partecipanti ci appaiono tutte autentiche BESTIE parlanti) ci piace ammirare come il fanciullino Alleviano rappresenti il pubblico ideale, il bimbo che si annoia (cosa naturale e non ci vedo nulla di male) è l’obbiettivo commerciale, ha bisogno di ritmo, il tum tum nello stomaco, così pensiamo, il ghirigori di quelle quattro scale in croce, basso mediocre più che continuo. Allevi si compiace e si compiace nel dire assurdità, salvo poi accorgersene (o forse dietro imbeccata) e smentire perché dire che Beethoven manca di ritmo non solo è una stronzata, ma è anche una prova evidente del fatto che il “nuovo Mozart” non ha neppure una minima idea di quello che racconta, perfino i neofiti si rendono conto che in Beethoven il ritmo è una delle componenti fondamentali. Ma dato che il nostro deve sponsorizzare la “musica del domani” (lui) ecco che a Ludwig avrebbe fatto bene una esperienza concertistica con Jovanotti (altro miracolato) per apprendere il senso del ritmo come ha fatto Allevi. Il sospetto è che il nostro, visto il deciso e quasi totale rifiuto da parte degli addetti ai lavori della classica e, più in generale, del pianoforte di appoggiare le sue false modestie o le sue pretese, ora preferisce appoggiarsi tra elementi italici del genere Jovanotti, certo più capaci di vedere e credere che Allevi sia il “nuovo Mozart”, d’altro canto, come si era ricordato in un post che ci costò il biasimo di un Jovanottiano (o di Jovanotti stesso, almeno così pareva presentarsi) Jovanotti (dal cognome musicalmente illustre) gode da anni di curiosi finanziamenti anche per cose che, in teoria, rientrerebbero nell’ambito della classica, scuole d’opera, preparazione di opere musicali, culminando il tutto pure in un suo libro sopra Mozart dove ovviamente il nostro Amadè ha i tratti del ribelle alla Jovanotti. Magari questo critico musicale in erba potrà col tempo riscrivere i capitoli e dare una foggia Alleviana e diventare il Battista del Messia della musica del futuro, nel frattempo lo Stato continuerà a parlare di “impegno per le giovani promesse” e di “onorare la fatica e la capacità”, tra una sonata di Allevi e l’altra, magari ancora a Monza dove Maroni si è detto “pazzo d’Allevi” e la cosa non ci stupisce dall’attuale capo di un partito che confonde il Nabucco con I Lombardi alla prima Crociata e si sceglie per inno il canto di ebrei prigionieri pensando che siano dei “padanissimi”…

PS: a dimostrazione della protezione Statale (un giorno sapremo il perché?) del nostro geniale fungone Allevi ha pure composto l’Inno delle Marche ovviamente per volontà somma della Regione, pare si cerchino autori per il testo, scrivete Lorenzi da Ponte, scrivete, scrivete…

CARTA CANTA ovvero PIERINO, I RUTTI DI CARTA, I LUPI IN PLATEA E PROKOFIEV ALL’ALTRO MONDO (originariamente apparso sul gericosplinder in data 17 aprile 2011)

ea6bf199606e39375fc07f6f730bb4d8_mediumIl momento più elevato della esecuzione di Marco Carta a Cagliari

Galvanizzata dai successi prima dello svociato Bocelli, finto cantante lirico dalla voce in perenne crisi sismisca, poi Allevi e la sua musica da ascensore scassato invariabilmente bloccato al piano delle mutande, la gloriosa armata dei direttori artistici italici ne aveva pensata una vecchia e nuova. Prendere il disgraziatissimo Pierino e il Lupo di Prokofiev, opera che a causa della voce narrante si è prestata alle interpretazioni più disparate (e sparabili) e infilarci un volto noto al pubblico dei giovani più giovani senza tavola da surf. Così a Cagliari, teatro di tutto rispetto e con orchestra non certo da buttar via, hanno pensato che chiamare tal Marco Carta, glorietta e vedette televisiva di marianesca memoria, vincitore, leggo, di un Sanremo – caspita! – avrebbe significato raccogliere, dagli angoli più sperduti del mondo, una marea indistinta di pueri da educare. Risultato. Il teatro si è incartato. Spettacolo fallito, pochissimi spettatori. L’ennesimo esempio di quanto valga codesta politica di divulgarizzazione della classica e di quanta speranza (commerciale prima di tutto) possa essere riposta nelle vendite dei dischi di un “Allevi ammazza Puccini” o “Bocelli rantola Bizet”. Niente.

a627f71987e2cae1a2675351db7a5ada_mediumAllevi saluta l’anima de li mortacci di Puccini

Gli addetti ai lavori o semplicemente chi ama la classica non raccolgono quei dischi neppure con le pinze. Personalmente se vedo un disco di Allevi che mi attraversa la strada mi giro e fuggo. Le nuove leve comprano il disco, affascinate dalle lucine e dalle scritte, dalle interviste piegate, dal rimbombo delle trombe dell’ingiudizio finale e prorompono in qualche “bello” indistinto. I dischi che, poveretti loro, si trovano accanto, tutta roba dove c’è gente ignota che interpreta gente sconosciuta, Albinoni, Bach etc…, non li prenderanno mai sulla base di questo avvicinamento del terzo tipo. Non c’è modo. Anche perché si tratta di rivisitazioni della musica classica talmente scalcinate e assurde da non poter suscitare un interesse o formare un gusto, o sei l’adepto della Chiesa di Nostro Signore dei Capelli a Fungo oppure sei l’eretico che sbava per un Sigiswald Kuijken, ovvero signor nessuno perché al televoto non c’era.

fb07dc8a463516513b6682f0ce9dfd2f_mediumAdesso l’apoteosi, dopo la fuga dal Bizet con Bocelli, divenuto celebre perché si faticava a sentire la voce dello scantante fin dalle prime file, dopo lo gne-gne fagiolante di Allevi e la sua rifondazione della musica classica contemporanea, frase che potrebbe essere applicata, a buon diritto, anche a dei rutti giusto fuori il teatro della Scala, Carta approda a Cagliari e tracolla miseramente. Neppure i suoi più affezionati ammiratori se la sono sentita di andare ad ascoltare una favola di quel russo che mangiava i bambini, Prokofiev, i suoi lupi e Pierino. Una volta scoperto che non c’erano né le barzellette, né l’intervento di Alvaro Vitali, avranno a malincuore lasciato Carta al suo destino. Lo immagino davanti al microfono, vestito magari di tutto punto, in una sala quasi del tutto vuota, come sulla prua di una nave con davanti il mare, di notte. Spero che in quel momento un minimo di dubbio riguardo all’accettare certi progetti lo abbia colto, un senso del ridicolo estremo e tardivo, ma temo che ci sarà sempre più spesso un  esperimento di ibridazione da temere dietro l’angolo.

PS: Al Prokofiev è seguita una esibizione personale di Carta con alcune sue canzoni, tanto per rendere l’idea dell’evento…

PPS: se siete dei coraggiosi e valorosi ci sono varie testimonianze video dell’incartamento, eccone due (non esageriamo)

Frammento de “lo strano caso dell’ispettore Boldrini”

…a differenza di altri celebri personaggi dei noir l’ispettore Boldrini discrimina sul sesso della vittima: non accetta mai casi relativi a uomini. Questo però non dipende da un suo pregiudizio, ma solo dalla tecnica investigativa, raffinata in anni e anni di studi. L’ispettore Boldrini è in grado di stabilire aspetto, attività, desideri e le modalità del crimine semplicemente odorando le mutandine della vittima. Il capo della polizia, inizialmente incredulo, ha dovuto negli anni ricredersi davanti alle prove evidenti della validità del metodo dell’ispettore, in particolare durante il caso del bizzocco travestito, quando, armato delle sole mutandine della moglie del capo della polizia, Boldrini descrisse nei minimi dettagli i tratti salienti dell’esistenza della signora Luisa, dalla nascita ad oggi. Da allora nessuno si oppone alle scelte dell’ispettore e non si è più tentato di rifilargli casi che riguardassero vittime di sesso maschile. Un momento di crisi fu quello del caso della neomultimilionaria americana, sospettata di aver assassinato il marito petroliere, perché questa non portava mai biancheria intima, ma dopo diverse settimane di dubbio Boldrini trovò la soluzione e, grazie ad un mandato speciale del magistrato inquirente, potè obbligare l’americana a lasciarsi annusare le parti intime mentre un segretario annotava, parola per parola, le deduzioni dell’ispettore Boldrini…

I MOZART DI IERI, GLI ALLEVI DI DOMANI, DIFFERENZE TRA METEMPSICOSI E UNGHIA INCARNITA ovvero ALLEVI Vs MAMELI. MOZART RIDE (pubblicato sul GericoSplinder in data 1 febbraio 2011)

27dc23078d8b32f476ce90d3f5f2d276_mediumIn occasione dei 150 anni dall’Unità d’Italia quale cosa migliore di affidare ad Allevi la direzione dell’Orchestra Rai per eseguire l’Inno di Mameli? Uno spettacolo pirotecnico, tanto da stupirci che la ricca chioma dell’Allevi sia emersa intonsa ed integra. La serata torinese aveva tutte le caratteristiche del momento degno di strappare alla avara memoria dello specchio lapideo della storia il suo spazio per incidere, a caratteri cubitali, quel che è stato e sarà. Ora fossi divin gazzettiere di piacevoli e vezzosi concetti potrei elencarvi le soavità elegiache e i sopraffini slanci, l’ardore della conduzione di tal Laura Freddi che, leggo, sostituiva la Carlucci (Milly) per sopraggiunta indisposizione (un uccellino cinguetta “otite fulminante” e con l’otite è inutile presenziar nel tempio del divino suono), potrei elencare gesti e mani, sguardi e dita, vesti e cambi, riccioli e caschi pelosi, ma non sono gazzettiere e mi limiterò a dire che il Sig. Allevi non è in grado di dirigere. Non se la prenda, abbiamo altri casi illustri, penso ad esempio al tanto esaltato Dudamel, dalla misteriosa e inquietante somiglianza pilifera, e questi è caso assai più grave dato che, a differenza del nostro genio bambino, anzi infante, anzi nascituro, anzi spermatozoo, il venezuelano svolge la sola professione di direttore (d’altro canto non voglio promuovere alcuna identificazione tra i due dato che Dudamel, per quanto a mio parere non particolarmente apprezzabile, è certo professionalmente più inquadrato e, magari, maturerà col tempo).

In particolare al minuto e 57…

Allevi invece dice pure di comporre e suonare. Che suoni è fatto certo, che componga pure, sui risultati delle due azioni ci si potrebbe dilungare, ma è assai meglio stringere e limitarsi a dire che il suono è mediocre, ma mai quanto quel che viene suonato. Che poi il nostro stia andando ancora avanti con la divertentissima storiella della “rivoluzione musicale”, questo nostro lipsiense senza cappello (dove mai potrebbe trovare appiglio o appoggio?) , a cosa dobbiamo ascriverlo? Ripetitività? Mancanza di senso critico e del ridicolo, due sensi che coincidono nel presente caso e andrebbero messi in dotazione in sostituzione di altri evidentemente assenti o menomati. In parte penso sia un vezzo da ricondurre alla necessità di un marchio, di una firma, ogni tempo ha bisogno di questo, v’è quello che come firma ha la pennellata di pochi micron, chi ha il disegno poderoso, chi ha il genio della scrittura musicale e teatrale, chi ha i capelli a fungo, la finta timidezza d’artista distratto e la menata della rivoluzione musicale, ognuno ha la firma che riesce a conseguire, d’altro canto fossimo tutti Mantegna dove saremmo? Probabilmente morti e sepolti visto il caratterino del divin Andrea.

4100c0ac76c1f7c370080b13c7e5f613_mediumPer i 150 anni dell’Unità Allevi ha deciso di compiere nuovamente l’epifanica apparizione sul podio come direttore, dopo l’intensissima prova al Senato dove l’orchestra eseguiva, nonostante la direzione del nostro, ora Allevi ora Puccini (giovane quest’ultimo che si farà, almeno così pare, intanto pare che si svaghi assai tra corse in auto ed avventure galanti, ah questi compositori poco seri, poco timidi e poco rivoluzionari),

3cf8a74af8db7ca897fae80a2f35d317_mediumquesta volta l’obbiettivo al centro del mirino è l’Inno di Mameli. Ovviamente il nostro, essendo rivoluzionario fin nelle più recondite estremità molli, non poteva eseguire e basta, cosa da sordidi e beghini direttori privi dello slancio vitale d’un rivoluzionario, ma ha dovuto infondere con un metodo maieutico a fil di bacchetta la sua joie de vivre (probabile prossimo titolo di uno dei tanto attesi album) alla orchestra che, composta come era da autentiche cariatidi e vecchi barbogi non sapeva levarsi e gridava musicalmente “portatemi una grue, non posso”. Ed il nostro con quella bacchetta pare proprio una grue.

Dovete sapere che per Allevi l’Inno di Mameli è come il Natale

 

“L’inno di Mameli, per me, e’ come il Natale, e’ qualcosa che fa parte della mia identita’ genetica. Mi piace molto”

 

Già sentiamo la forza in lui e le onde sonore che propagano da bulbo a bulbo. Gli piace molto e noi siamo assai felici di questo piacere suo, per parte nostra non condividiamo tale entusiasmo, ma son tante le cose che possono piacere e non piacere, il Natale già più ci aggrada, non fosse anche solo per i pasti degni d’un Apicio, i doni, il clima festoso e altre banalità che Allevi è molto più bravo di me nell’elencare.

Dal punto di vista musicale, l’inno e’ pieno di slanci – ha detto Allevi – ha una melodia immediata. L’unico appunto che posso fare e’ che la melodia risulta troppo acuta e per questo la gente spesso ha difficolta’ a cantarlo“.

 

Il nostro genio in bottiglia non poteva che gradire i mille slanci, lui che è uno slanciato per natura (nella sua identità genetica, direbbe lui), ma certo non può mancare, da compositore di melodie eterne e con 2 diplomi, di notare il problema della melodia troppo acuta. Ora, scusatemi, senza che questo sia un mondo composto di mille Pippo di Stefano o che vi sia un Lauritz  Melchior in ogni pargolo che vede la luce dei cieli italici, dire che la scarsa propensione all’Inno derivi dalla melodia cozza terribilmente contro il fatto che, almeno in occasioni ufficiali o di gioco calcistico, nessuno mostra gravi problemi nell’intonare o nel tentare l’intonazione, il problema, è noto, risiede più nel testo oramai agée, difficile da ricordare e in parte incomprensibile per la cultura media (espressione leggiadra con la quale si definisce il ben più triste e diffuso ignoramus). Ma essendo autore di musiche e non paroliere (almeno non ancora penso e spero) il nostro doveva puntare sulla melodia.

Provate ad indovinare come sarà l’interpretazione del maestro

“sara’ un’interpretazione molto energica e piena di gioia. Ma l’energia e la gioia sono elementi gia’ presenti nella partitura, basta lasciarli emergere da soli”.

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Ovviamente gioia ed energia, tanto per continuare con la solfa.

La conclusione è un meraviglioso esempio di quel linguaggio privo di significato che è tanto diffuso ai nostri giorni, una sorta di supercazzola vagamente meno evidente, tanto comoda per districarsi in qualsiasi occasione. Infatti il nostro dice

 

“Sento la mia presenza qui come qualcosa di bello e di vero. Ho la possibilita’ di essere testimone di qualcosa di importante, di molto significativo”.

 

Frase che viene buona per qualsiasi cosa, dalla Breccia di Porta Pia alla sagra del Culatello, una frase molto Pro Loco o taglio del nastro. In questo però non vogliamo ascrivere la colpa ad Allevi, si tratta di un peccato tanto diffuso da non consentire più di individuare il colpevole. La gazzetta finisce dicendo che tutta questa gioia, slancio, vita, energia si riduceva, in pratica, in un tizio che si sbracciava facendo smorfie, una sorta di monologo affiancato da una orchestra che eseguiva per i fatti suoi. Se il nostro genio in pastiglia, maestro della rivoluzione minima e del pensiero assente, ha orde di appassionati che lo seguono per ogni dove poco ci cale, non significa nulla per quanto riguarda la qualità reale e, a conti fatti, sapete quanti malanni seguono come orde una banale infezione? Che il suo tour internazionale (Tokyo, Bottanuco, Amsterdam, New York, casa tua) faccia il tutto esaurito ci interessa ancora meno e ancora meno modifica il parere sulla qualità di interprete e compositore. Ameremmo che si allontanasse progressivamente nelle dichiarazioni dalle pretese nel mondo della classica (nei fatti è già fuori, nel senso che sfido chiunque a trovare qualcosa di classico in quella musica da ascensore) e ameremmo che la si piantasse di rifilarmelo tra i dischi di classica perché Albinoni – Allevi – Bach sulla stessa fila può provocare lo scorbuto, anche se si tratta di quelle catene di negozi dove il commesso, senza alcuna colpa, spesso non conosce un accidente del prodotto. Ameremmo molte cose, ma sappiamo che non possiamo pretendere e che una volta Horowitz suonava al concerto della Casa Bianca e oggi canta Bocelli, che una volta Bernstein teneva lezioni televisive riguardo Mozart

b1455607da6b8048079cc1dce5677b88_mediume adesso le tiene Baricco, che una lettura leggera e godibile su Mozart un tempo era il Viaggio a Praga di Morike, oggi rischia di essere il Mozart di Jovanotti, insomma i tempi mutano, decadono e tracollano, tutto questo sappiamo e ci ripetiamo ogni giorno picchiando la testa contro il muro (ma lievemente) quasi fossimo alle fondamenta del misterioso scrigno d’una divinità forse zoomorfa, mentre di zoomorfo oramai più che il sembiante è il cervello nei suoi aspetti più illetterati e inconsapevoli.

PS: il nostro in altri luoghi ricordava di avere appreso l’arte della bacchetta guardando sopra youtube dei filmati di Riccardo Muti. Immagino ora quanti pretenderanno, tramite visione di filmati, di avere appreso a cucinare, oppure di essere i nuovi Beatles o ancora il novello Siffredi Rocco… auguri.