SIMENON e FELLINI, MATRIX e WILLIAM MORRIS ovvero CURIOSI INCONTRI TRA SOGNI E INFERNI VIRTUALI

 

    La storia del cinema mi attira, a differenza del cinema stesso, quello che è dietro alla camera mi affascina molto più di quello che si girava davanti, dunque non è insolito che mi abbia incuriosito un piccolo libro della Adelphi (142 pagine) dedicato al carteggio tra Fellini e Simenon. I due si incontrarono in occasione del Festival di Cannes, presieduto da un infastidito Simenon, incastrato in quello che, a quanto scrive lui stesso, si rivelò presto un concorso farsa, con pressioni addirittura ministeriali perché certe Nazioni vincessero almeno un premio, sul modello del Nobel. In barba alle pressioni Simenon, con l’aiuto di Henry Miller, assegnò il premio all’osteggiatissimo La Dolce Vita.

   Nasce così un carteggio tra il regista e lo scrittore che finirà solo con la morte di Simenon nel 1989. Le lettere raccolte da Adelphi (ignoro se si tratti della intera collezione) mostrano un Fellini più esuberante e aperto, anche nel narrare le crisi creative e il vuoto successivo ad ogni lavoro concluso, rispetto ad un Simenon forse più propenso allo scrivere con uno stile più artificioso e impersonale. Entrambi si scambiavano fior di complimenti, ma è a mio parere la parte di Fellini quella più interessante: Fellini racconta di diversi sogni, uno con protagonista lo stesso Simenon, e delle grosse difficoltà di realizzazione di alcuni dei suoi lavori, della stanchezza, dei momenti di sconforto, della costante sensazione di dover colmare ogni istante della propria esistenza con un progetto nuovo. L’impressione è che Simenon, impegnato negli ultimi anni a dettare volumi e volumi di memorie, fosse troppo concentrato a non “sprecare” materiale di scrittura nelle missive, per riversarlo nelle pubblicazioni futura, una sorta di parsimonia da parte di uno scrittore quanto mai esuberante.

  Non ho mai visto Matrix, tranne che per frammenti, e non ho intenzione di vedere Matrix. L’idea è certo interessante (anche se vecchiotta oramai) ma non vale tutto quel tempo davanti ad uno schermo per parte mia. Riflettevo però sopra una strana coincidenza dovuta probabilmente al caso tra una scena principe del film, oramai diventata quasi una sorta di momento topico, e un brano di un libro oramai dimenticato. Alludo alla scena della pillola rossa e della pillola blu. Riassumo brevemente per i pochi che non la conoscono, badate bene che il mio riassunto attinge ampiamente dalla rete per rendere la descrizione coincidente con la sceneggiatura. Quasi al principio del film il protagonista, tal Thomas Anderson programmatore di computer, viene posto da Morpheus davanti alla scelta tra vedere la realtà dei fatti, ovvero uscire dal mondo virtuale nel quale lui e tutta la popolazione vive segregata, o proseguire nel suo sogno perdendo completamente il ricordo dell’incontro con questa sorta di angelo (nel senso etimologico del termine, ovvero colui che annuncia, messaggero). La decisione è fisicamente rappresentata dalla scelta tra due pillole, una rossa in grado di svelargli la realtà dei fatti, l’altra blu che cancellerà per sempre i fatti recenti permettendogli di proseguire nella sua quotidiana illusione di vita.

  Una curiosa coincidenza, a quanto vedo, sembrerebbe esservi con una scena descritta nel volume di poesie del preraffaellita William Morris, The Defence of Guenevere: un moribondo nel suo letto viene visitato da un angelo che gli presenta due vesti, una rossa e una blu, chiedendogli di scegliere tra l’inferno e il paradiso. Dopo un lungo titubare il disgraziato opta finalmente per il paradiso e sceglie la blu, ma l’angelo, con grande stupore del moribondo, gli confessa che ha proprio fatto la scelta opposta, dato che era il rosso il paradiso e azzurro l’inferno. Non ho idea se questa coincidenza sia voluta o casuale, se vi sia un richiamo, perfino inconscio, tra le due scene e se mai sia stata analizzata la cosa, resta il fatto che, come in Morris, anche in Matrix il blu è l’inferno della bugia quotidiana, un mondo creato ad arte per dominare e illudere gli esseri viventi, spacciando per una libertà quella che è una reale prigione, e il rosso il “paradiso” della rivelazione della verità dei fatti.

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DIETRICH FISCHER-DIESKAU (28 maggio 1925 – 18 maggio 2012)

   Il baritono Dietrich Fischer-Dieskau è morto oggi a Berg, presso il lago di Starnberg, in Baviera. Fra 10 giorni avrebbe compiuto 87 anni. Nato nel 1925 a Berlino, ritiratosi dalla attività di cantante nel 1992 per dedicarsi alla direzione, alla scrittura e alle lezioni, Fischer-Dieskau ha segnato senza dubbio tutto il ‘900 e, per influenza, anche questo principio di nuovo millennio. Osannato o odiato, accusato di avere una voce inadatta all’opera, da altri ricordato come uno dei pochi cantanti davvero dotati di un cervello interpretativo, Fischer-Dieskau lascia una discografia vasta, da Monteverdi ai contemporanei; amato da alcuni compositori (penso a Britten o a Reimann), ha lavorato con tutti i principali nomi della Classica ed è stato accompagnato da alcuni dei più grandi pianisti del secolo nelle sue incisioni liederistiche. Molte cose resteranno, in particolare nel settore del Lied, Schubert sopra ogni cosa, insuperato ancora oggi dopo l’incisione dell’integrale degli integrali da parte di Graham Johnson. La quasi integrale raccolta di Fischer-Dieskau e Gerald Moore (21 cd editi della Deutsche Grammophon) resta punto di riferimento inevitabile per ogni interprete di liederistica, anche il più critico nei confronti della interpretazione del berlinese (ricordo aspri biasimi di un fonomaniaco d’eccezione come C. B.). Dieskau però non è stato solo liederistica, anche se certo è l’ambito dove più ha profuso le sue forze e nel quale più ha dato anche nell’ambito della didattica. Le sue incisioni di Mahler, il suo conte d’Almaviva e il suo Don Giovanni, Bach, in particolare l’esperienza con Richter, sono solo alcune dei doni che ci ha lasciato e anche lo stesso contestatissimo Wagner rimane, a mio parere, un esempio, in particolare per i Maestri Cantori. Perdersi in ricordi personali è un po’ il vizio diffuso in occasione della scomparsa di grandi o meno, ma al tempo stesso è una sorta di omaggio sentito che abbiamo l’obbligo di fare. Non ho mai avuto la fortuna di incontrare Fischer-Dieskau, ma il mio amore per la liederistica è nato da un primo disco, una raccolta di alcuni lieder di Schubert tratti dalla storica integrale con Moore, il passo da quel singolo disco alla intera raccolta è stato breve, fulminato letteralmente dalla bellezza della voce e dal carattere  impresso ad ogni singolo lied. Negli anni ho potuto fare confronti con altri cantanti, anche dotati di voci certo superiori, ma devo ammettere che ancora oggi trovo le interpretazioni di Dieskau sempre uniche, come unico è il progressivo variare interpretativo, ad esempio dei vari cicli liederistici, in particolare il Winterreise, un variare che certo teneva conto anche di un deteriorarsi progressivo dello strumento, ma al tempo stesso anche una consapevolezza differente riguardo all’infinito viaggio del viandante. Di lui ho la cortese risposta ad una mia lettera, con allegato una foto in abiti di Falstaff. Ogni tanto in questi anni mi son sorpreso a pensare se riscrivergli, anche se sarebbe stato solo uno scocciare, altrettanto mi sono sorpreso a riflettere sopra a quel giorno che purtroppo oggi è arrivato. Anche se parrà retorica io Fischer-Dieskau non posso che immaginarmelo come alla fine del Winterreise, nella ultima edizione incisa con Perahia, in quella strana simbiosi per cui oramai il “giovane” vedeva il “vecchio” essendo entrambi, dunque seguendosi, in quel viaggio lungo quei sentieri non battuti dagli altri uomini, anche se qualcuno certo, prima e dopo, vi sarà passato, me lo immagino così, fissato in quel mastodontico punto interrogativo con il quale si conclude una delle opere più perfette e perfettamente “inconcluse” della storia del genio umano.

CARMELO ED EDUARDO ovvero DUO POUR LA FIN DU TEMPS

Profondo, complesso, mai abbastanza studiato, fu certo il rapporto tra due dei pochi geni del nostro XXesimo secolo peninsulare (non dico italiano perché, come detto in più occasioni, dire italiano è fuorviante). Carmelo rispettava e onorava moltissimo Eduardo, riconosceva di avere appreso molto dalla sua arte in scena, Eduardo omaggiava Bene riconoscendolo come uno dei pochi che dicessero qualcosa e non si limitassero ad emettere suoni, suoni che pur erano l’ossessione di C. B.

Le recenti brevissime, giusto un assaggio, micro memorie di Giancarlo Dotto in omaggio di C. B. iniziano, non a caso, da un episodio accaduto durante una tournée estera di Carmelo ed Eduardo, e la nostra invidia è indicibile per tutto questo. Prendete anche voi il piccolo volume, edito da Pironti, perché l’invidia si propaghi fino a soffocarci, magari allora ci verrà voglia di menare calci.

Segnalo a proposito di C.B. ed Eduardo un documento che, nella mia distrazione, non avevo mai visto e che se anche a voi è sfuggito è bene, se volete, che lo divoriate prima che svanisca nuovamente, un intervento congiunto dei due alla Sapienza, ricco, ricco anche di pause, di gauloises, di risate, di interventi, di Albertazzi (evocati e, a ben sentire, pure nel pubblico più volte) e di breve note sul disastro teatrale del nosocomio di Stato e del Ministero di Lazzi, Cazzi e Spettacolo con Strehler “il talentato nei capelli” come diceva C. B. Lo potete trovare, diviso in due parti (1 e 2) sul sito della Eclap (e-library for performing arts). Di C. B. al momento trovate questo e molti filmati dedicati al suo Macbeth. Di Eduardo tragicamente ancora meno, almeno per quanto sono riuscito a cavare dal sito, ma il video della Sapienza vale già tutta la baracca.

Salvate il panda che c’è in voi?

Il Panda è pigro, fatica persino a riprodursi, ha una dieta assurda e una capacità di adattamento pari allo zero. La questione è: li vogliamo salvare perché ci fanno tenerezza o perché sotto sotto ci appaiono come la tappa finale di quello che stiamo diventando? Insomma, salviamo il panda perché un giorno saremo noi il panda e tanto vale tentare di assicurarsi un karma positivo?