Scadenzario Festivo (nr.1): quelli che censurano le parole

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Che il 2016 etc… ma per il 2015 permettetemi uno scadenzario festivo costituito da un piccolo elenco dei vaffanculo. Auguro a differenti gruppi, categorie, singoli, accoppiati e accoppati il mio personale “levatevi dalle palle”. L’elenco è vario e variabile, l’aggiornamento spero costante. Si inizia:

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RIPROPOSIZIONI – PRIGIONIERI, CORNUTI E ORINALI ovvero MORII D’ARTE O VISSI DI POLITICA E COMMERCIO?

Una volta invitarono Riccardo Tommasi Ferroni alla Biennale, apriti cielo, Satana nel mezzo di San Pietro (ovviamente la nostra stima in tale occasione andava tutta al satiriaco Satana). Chiocciolando, piano piano, la criticaglia del non prosit non esponi, ovvero non frequenti il circolo buono tutto brindisi e baccalà non esponi, stava forse ridestandosi dai torpori astrascisti che ammorbavano l’aria? Si iniziava forse a capire che due righe in croce (atea per carità) viste una volta, viste cento, viste duemila volte facevano scivolare il latte alle ginocchia e che senza uno straccio di tecnica si è poco più che scimmiette con la macchina da scrivere? La pietra rotonda come certe tavole soporifere e certi cachet analgesici, dentro i soldi via il dolore, forse si era davvero scostata e con un frustone degno del tempio delle migliori occasioni si iniziava a sbattere fuori i mercanti? Macché. Cippirimerlo. Tommasi Ferroni si accorse che gli era stato destinato l’angolino più infimo, praticamente al posto dell’orinale: dove Duchamp aveva strappato ecco che prentendevano che il buon Ferroni appendesse. Risultato. Acculando, con i ferri del mestiere (lui che l’aveva solido), se ne andò strabattendosi della malpensata del criticume nostrano. Tommasi Ferroni non penso si fosse fatto troppe illusioni.


Uno come lui era come un Annigoni (certo questo secondo il più grande), era un appestato, un reietto della società. Vendeva, non c’è dubbio, grazie a qualche buona conoscenza, intenditori, una certa rinomanza all’estero perché il mondo non sarà piatto ma è largo, ma altrimenti la fame. Essere figurativi e figurativi con tecnica. Roba da finire in quel museo dell’Entartete Kunst che è il padiglione salottiero del museo di Stato e della Arte moderna. I nazisti si limitavano alla Germania? Kein Problem, noi li si supera, ti sbattiamo fuori dalla mostralalia che conta (torniamo al cachet) e ti spediamo libero per il mondo a farti sputare in faccia, se non hai la fortuna di scovare il telegrafo senza fili degli appassionati.

Se vuoi esporre da noi finisce nell’angolo del pisciatoio, senza pisciatoio, così il turista magari userà la tela per quello che riteniamo si meriti, il turista da biennale intendo che con ditino alzato e la bocca piena di MOMA invece di farsi una cultura si è fatto una collezione di stime immobiliari. Dire che però i figurativi siano tutti reieitti è crudeltà e falsità. Parliamo dell’Italia, se aprissimo al mondo avremmo Dalì, ma appunto perché il mondo era largo e Gala assai chioccia, ma restiamo nel microcosmo dal microclima appestato. Figurativi con tecnica fatta e finita finivano dove finivano, una palata di calce e via, magari brillavano brevemente ma presto venivano accusati di tecnicismo (Mozart non venne accusato di troppe note?). Ogni tanto potevano mettere una mano fuori, vendere, sopravvivere, ma certo mancava loro il gesto, quel marchiettino riproducibile in tirature illimitate e che oggi si spaccia per stile. Essere un macchiante o uno scucente (tele e palanche) garantisce l’immortalità, tant’è che dopo la morte il pittore riuscirà a sommergere il mercato con nuovi quadri retrodatati (e se non è immortalità questa), essere un artefice che crea qualcosa di unico condanna alla fine o a pessime e riconoscibilissime imitazioni, si guadagna una immortalità che può essere colta solo da menti che vadano oltre il circolo commerciale. Ma vi sono comunque figurativi sghembi nel mezzo che hanno fatto fortuna. Gran godimento economico-commerciale-santinbanchista ha dato il Guttuso nazionale. Compagno strapagato, multimiliardario dalla pennellata whiskyana e dalla parlata sociale quanto vacua. Ricordo ancora l’episodio della Rai, “Come nasce un’opera d’arte”, Annigoni, borbottando, passava il resto della trasmissione a lavorare duramente, correggere, praticamente muto,

Guttuso no, due peperoni che erano tanto marci da puzzare perfino sulla tela ed intanto una sequela di discorsi sugli operai, il popolo, le masse, i diritti, tutto pucciato nel liquorino che teneva in una mano (questi pittori ah… per rubare le parole a Dalì  questi  cornuti dell’arte moderna).


Ma Guttuso aveva il gesto, ovvero quel bambocciante disegno incerto e quella mediocrissima pennelata da ringhiera che consente di riprodurlo all’infinito, come stampare bigliettoni, hanno valore giusto perché si dice, non per qualche virtù evidente. La fortuna di questa stella, oggi un po’ appannata, veniva prima di tutto dal partito, Guttuso dava tutto al partito (a parole), in cambio si teneva i miliardi e scarrozzava la grigiapigia Marzotto. Non aveva neppure il senso di creare la scena, niente da fare, il buon De Chirico, forse non una cima ma onesto e un capace bockliniano, non gli si poteva accostare neppure con l’occhio traverso. Lasciamo gli altri detti prima perché erano oltre le capacità visive del nostro. Lui credeva nella ideologia o almeno diceva di credere che poi alla fine è la stessa cosa, l’ideologia è parola sopra parola, sia vera o falsa a pochi interessa. Spesso sono incroci tra consanguinei le ideologie, non a caso sono butterate e piene di deformità.
Ma Guttuso è di lungo corso,  nato a Bagheria nel 1911, annotavano alcuni scritici che non cadde nella trappola dell’impegno politico sotto il fascismo, lui che era così focoso e sanguigno (almeno così amava ritrarsi e farsi ritrarre dalle bande di salive a perdere), pur nella piena gioventù sotto le grida fasciste non vi aderì, così dice la agiografia dai bracci tozzi ed i testoni misteriosamente massicci. In realtà non è vero, l’adesione più o meno a certo culturame di striscio (e striscia) fascista è attestata pure per Guttuso, ma certo non fu tra i più esagitati o tra i più visibili, non scrisse con accenti mussoliniani, non fece lo spione per mandare al confino altri, insomma si tenne entro un limite prebocchiano e comunque, avesse anche aderito, non sarebbe detrimento o fattore di esaltazione di quello che dipingeva (Wildt, vietatissimo scultore, resta uno dei più stupefacenti geni del ‘900, peccato che molte cose le abbiano distrutte).

Poi la stagione successiva alla guerra, il Guttuso impegnato, il ditino alzato, il liquore, i peperoni, le scene di massa, la gioventù un po’ ritardata ma, dice lui, sentita e forte. Eppure gratta e gratta uno, c’è poco da fare, per tendenza del noioso umano racconto si forma e sforma in gioventù, i 16-20 anni, qualche libercolo occhieggiato, mezza parete annusata, due o tre galere statali e via nella formazione –non particolarmente innovativa-. Vi sono casi di formazioni posticipate, ma quelle solitamente fanno pensare a macerazioni e a riflessioni tanto profonde che poco potranno spartire con il quotidiano. Dica quel che vuole ogni critico Guttuso venne fuori come una zucca in pieno fascismo e di pieno fascismo succiò le retoriche popolari, le scene d’insieme, i musi, le manate e i corpiccioni da raccolta di grano, ritrovandole poi nella sua nuova ideologie che se, per alcune cose, si distaccava dal predecessore, per altre vi aderiva tanto compatte data la matrice socialista del pelato di Palazzo Venezia.

   Arriva adesso Sciascia, cammina lentamente, con un poco di fatica, il caldo, la sigaretta sempre accesa, a Ragusa. Ne parla Sgarbi di questa giornata. Sciascia, Bufalino e Sgarbi si avviano alla prefettura nel Palazzo del Governo. L’intento di Sciascia è di liberare un recluso. Un prigioniero che da almeno quaranta anni non vedeva la luce (siamo nel 1987). Immaginate 40 anni e più di galera, al buio, ma rinchiusi in un carcere d’una parete tanto sottile da sentire tutto il mondo attorno e, forse, da qualche leggerissimo strappo, sbirciare la punta di un naso, l’orlo di una giacca. Il prigioniero era noto, a Ragusa in molti lo sapevano, molti l’avevano visto quando era ancora in libertà o avvevano assistito alla sua carcerazione, dandogli un’ultima occhiata come Montresor con Fortunato, mentre pezzo a pezzo svaniva nella sua prigione. Quando la sottile parete, forse stoffa, che lo rinchiudeva venne divelta per lunga insistenza dello scrittore, ecco che venne alla luce, miracolosamente ancora in salute. Si trattava di una pittura di Duillio Cambellotti.


Definire Cambellotti prevede una lunga sfilza di termini, oltre a pittore, fu architetto, arredatore, decoratore pubblicitario, scultore etc… un neopreraffaellita dell’epoca moderna, o meglio  un esponente dell’Art Nouveau. Nell’occasione che trattiamo però è il Cambellotti pittore ad interessarci.


  Il dipinto, un poderoso accumulo di volti che roteano, quasi un mare con alte onde attorno ad una scogliera, il riconoscibilissimo ritratto di Mussolini, svanì, per ovvie ragioni storiche, nell’immediato dopoguerra. Cambellotti aveva ritratto più di un gerarca in questa pittura. Pur non essendo un gran estimatore di questo genere di pittura, non posso non notare come la retorica dei gesti non abbia impedito al Cambellotti di curare con grande eleganza la resa delle figura, vi è una forza e una armonia delle linee che ben si sposa con l’attività di decoratore e ideatore di arredamenti del nostro. Insomma in questa opera che, forse, raffigura la fondazione dei fasci (ma non ho potuto reperire molte informazioni in merito), l’intento di esaltazione politica e i necessari riferimenti alla retorica di Stato non hanno spento e cancellato le capacità di disegno di Cambellotti. Sciascia trattò poi della questione in un suo libro, invenzione della prefettura.

Ma torniamo a Guttuso. Non ho idea se la parentela sia stata o meno posta in luce da qualcuno. A me è tornato immediatamente davanti agli occhi uno dei dipinti più (ingiustamente a parer mio) celebrati del pittore di Bagheria: il funerale di Togliatti.


La figliolanza e la provenienza dal ceppo del Cambellotti è evidente, mi sembra, accentuata dall’intento retorico e di celebrazione politica, le bandiere che riempiono la scena come i teli, le vesti, gli strappi neri del Cambellotti, i volti ritratti dei gerarchi fascisti come la teoria dei membri del partito in Guttuso, la selva di pugni chiusi come il colonnato di mani tese. Insomma il fascismo assorbito in gioventù da Guttuso riemerge prepotente nel dipinto, quello che non emerge e non può emergere è quello stile dotato di una certa forza a al tempo stesso di una eleganza che nasce dalle svariate attivita del Cambellotti e dal gusto personale. Guttuso non ha particolare leggiadria e la forza è sostanzialmente forza bruta nel senso più basso del termine, corpi dal disegno debole (nel funerale il ricorso alla fotografia ha sopperito parzialmente ai problemi di fondo) incapacità di organizzare gli spazi, si osservi mentre nel Cambellotti  le masse, molto più serrate in uno spazio ristretto, si distribuiscano nello spazio trovando una collocazione sensata, riempiendo con una continuità che non cozza con la verosimiglianza, né con il gusto, mentre in Guttuso le teste, vere fotoriproduzioni bicolori (per esaltare il rosso o per evitare difficoltà di resa nei volumi?), si assommano  con scarti di dimensioni, errori di posizione, vicinanze eccessive, si sormontano eppure non riescono a riempire davvero lo spazio pittorico. Quello che è l’intento retorico della commozione e della forza della ideologia sulla morte, si perde e si incrina, indebolito, nel vasto afflusso di teste con incerta collocazione, laddove il moto ascensionale dei corpi, i volti e le mani nel Cambellotti restituisce un piccolo nucleo di una forza espressiva patente. Figlio dunque non dotato di natura Guttuso, davanti all’impegno retorico, ricorre a richiami ad una retorica che trovava un terreno più comune di quanto è permesso dire, ma se chi ha doti può compiere atto di retorica non snaturandosi del tutto e non privando l’opera di un valore ben al di là del momento storico e politico, chi è privo di doti particolari produce uno spettro, di volti bicolori e semi fotografici, dove la forza ideologica è sentita giusto da chi è inquadrato nella ideologia e si riferisce all’evento e non al dipinto. A quello toccò la prigione a questo l’onore degli altari librari d’arte, a quello un silenzio immeritato a questo una diffusione sconcertante. Un caso dove l’arte che paga per colpa della politica è più elevata dell’arte che è pagata per merito della politica.