Passi da Friedrich Reck Malleczewen, Diario di un disperato (traduzione di Matteo Chiarini, Ediz. Castelvecchi, 2015)

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Friedrick Reck Malleczewen è nato l’11 agosto 1884 a Masuria (Polonia), discendente di una famiglia nobile prussiana e protestante. Nel 1933 si trasferisce in Baviera e si converte al cattolicesimo.  La sua notorietà letteraria viene da due opere. La prima è Il re degli anabattisti, dove Reck narra dell’esperimento “sociale” anabattista nella città di Munster che si convertì in poco tempo in una sorta di sanguinaria Dittatura religiosa, un misto di follie millenariste e di risentimento sociale. L’opera cadde quasi subito sotto la censura della Germania di Hitler perché era evidente il gioco di rimandi con l’epoca contemporanea all’autore. Il secondo lavoro fondamentale venne alla luce postumo ed è il “Diario di un disperato”, cronaca degli anni 1936-1944. Reck, arrestato una prima volta il 13 ottobre 1944, nascose il manoscritto in una scatola di latta, in una buca del giardino della sua villa. Il 31 dicembre 1944 venne nuovamente arrestato e mandato al campo di concentramento di Dachau dove morì di tifo il 16 febbraio 1945.

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Dappertutto “costruzioni a buon mercato” e merce scadente che si nasconde sotto il nome di “prodotto sintetico”, abiti di fibra artificiale che non tengono caldo e non si possono far pulire, infine quel veleno di serpente a sonagli trattato con zolfo e zucchero dalla Ign-Farben, venduto come vino sciolto nei ristoranti dei quartieri residenziali.

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Ciò che subiamo oggi in questo Paese non è forse l’ultima conseguenza del 1789? La borghesia, che nel 1790, dopo aver ricevuto in eredità dal re l’ambizione del potere, ha cominciato a dissimularla al grido di Vive la nation, non si è forse rivelata particolarmente effimera?

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Solo il “nuovo Adamo”, un selvaggio che per puro caso ha ancora la pelle bianca, e ora si serve di tutto l’apparato tecnico moderno con una sicurezza che rasenta l’insolenza, senza essere in grado di capire l’ordine di idee che ha dato l’origine a questo apparato, può credere nella sua indistruttibilità. L’ottuso istinto di conservazione spinge questo componente anonimo della massa a rifugiarsi in un sistema di operazioni mentali da cui è esclusa ogni coscienza dei problemi che nascono dall’uso della tecnica, in questo mondo il motore a quattro tempi è un pezzo di eternità…, in questa atmosfera satura di sudore in cui regna la fede nel progresso, in cui l’universo conosciuto dall’uomo non ha fatto che allargarsi dai filosofi fisici dell’antichità fino all’ultimo docente universitario.

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L’uomo di massa che acquista oggi i prodotti di questa tecnica con assoluta noncuranza, senza partecipare e interessarsi, assomiglia esattamente a quel romano dei tempi di Caracalla che considerava il limes romanus come garanzia rassicurante di uno stile di vita confortevole, cadendo però in una indolenza totale. Non credo che l’uomo-massa di Ortega y Gasset sospetti lontanamente in quale misura la sua esistenza dipenda da questo apparato tecnico. Credo piuttosto che quando il declino del mondo avrà inizio… si accontenterà di domandare al governo cosa farà perché possa avere luogo l’incontro internazionale Germania-Svezia fissato per la domenica seguente, malgrado le spiacevoli circostanze.

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Così però sono tutti. Pretendono di essere rivoluzionari, ma in realtà sono piccoli, sudici borghesi che non riescono a dimenticare il guinzaglio che portavano fino a ieri, quando a luci spente si siedono alla mensa, ridotta a pochi rimasugli, di quei signori che loro stessi hanno scacciato.

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Ciò che è insopportabile non è il dilagare nel mondo dell’uomo di Neanderthal, ma il fatto che quest’orda esiga dai rari uomini rimasti integri che diventino anch’essi tali, minacciandone lo sterminio in caso di rifiuto. In Eraclito si legge “Essi non sanno che i più rappresentano il male e i pochi rappresentano il bene. Gli Efesini del resto dovrebbero impiccarsi tutti a partire da una certa età e lasciare le loro città ai giovani. Hanno già cacciato Ermodoro, che era il più valido tra loro, gridando: Da noi nessuno ha il diritto di essere il più capace, altrove, se vuole, presso gli altri!

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Il risultato ultimo di questa guerra generale che sta per iniziare è che questa nuova generazione tedesca sommergerà il globo. E se non vi fosse discendenza? … La solerzia di questo popolo ha preso misure preventive anche per questa eventualità. Ad esempio, a Monaco vive una giovane coppia: a causa di un’atrofia al nervo ottico che sembra essere ereditaria, il marito deve farsi sterilizzare. Ma poiché avere dei figli è un dovere, manda la moglie alla “Fonte della giovinezza”, un’organizzazione delle SS i cui uffici si trovano nella Lenbachplatz, nei locali rimasti in piedi della sinagoga demolita. Lì si possono trovare album con fotografia di SS di origine nordica garantita e si può scegliere a discrezione. Basta indicare all’ufficio la fotografia del toro riproduttore scelto e subito si è incinte e si diventa madri di un dio germanico della primavera che si chiamerà Heinz-Dieter o Eike e che più tardi, con una nuova freddezza tedesca, schiaccerà tutto ciò che oserà opporsi al nuovo ordinamento della Germania e del nazionalsocialismo.

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L’avidità e il risentimento sociale, la sregolatezza di costumi e la lubricità e il libertinaggio sessuale sono da ricercare nel distacco totale non solo da Dio, ma anche dagli dei. Raggiunto ormai lo stadio della plebe durante il Basso Impero, ci si atteggia a “popolo giovane”.

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In realtà ci si presenta come una massa senza ideali e senza avvenire che aspira all’informe, crede nel caos e odia soltato la moralità, la forma, la struttura.

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Nel frattempo il demone chimico dell’industria alimentare tedesca imperversa sul popolo. Lo zucchero è di legno di abete, il sanguinaccio (non scherzo!) è fatto di trucioli di faggio polverizzati, la birra è una brodaglia puzzolente a base di siero. Si fa il lievito con urina di vacca, “secondo le norme vigenti si colora” la marmellata per farla sembrare di frutta genuina. Lo stesso vale per il burro, che inoltre contiene un forte veleno e logora il fegato, tanto che ad esso si deve attribuire la responsabilità di questi attacchi epatici, oggi così frequenti. Tutti hanno gli occhi gialli: nel giro di quattro anni sono raddoppiati i casi di cancro, se devo credere a quanto dicono i colleghi medici.

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Anche la verduda conservata è colorata secondo le norme vigenti; il vino, quando non serve a ubriacare i giovani ufficiali e non è venduto al mercato nero dai dazieri, è un liquido tossico. Il sapone puzza quasi quanto la corruzione della nuova Germania, le suole degli scarponi da sci che ho acquistato l’inverno scorso dopo aver combattuto per ottenere il buono-acquisto, nel giro di mezz’ora si trasformarono in poltiglia viscida perché erano di cartone

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Penso a coloro che mi hanno fatto questo [Reck venne accusato di disfattismo e messo agli arresti] con la nobile intenzione di mettermi nelle mani del boia. Al capo locale del partito, conto il quale avevo sporto denuncia perché aveva strozzato vigliaccamente il mio barboncino in una trappola, e che ora ha trovato la sua vendetta per aver perso il processo; a quell’impudente politicante di osteria di cui non abbiamo applaudito le formule propagandistiche; al commissario d’alloggio che vedeva in Gruss Gott non un saluto ma un atto di alto tradimento, e che è stato messo due volte alla porta sebbene venisse “per ordine del Gauleiter”. Penso a tutti quei vermi che brulicano nel vivo della crisi statale e della delazione, assassini piccoli e grandi, coscienti di essere “nella piena legalità”, senza sospettare che domani il boia li potrebbe stritolare.

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[ultima pagina del diario di Reck]

Il cristianesimo non è necessario se si vuole conoscere tutto. è necessario però per dare forma alla propria vita e per viverla eroicamente fino alla morte. Nel 1912, a bordo di una nave inglese, unico passeggero insieme ad un intellettuale cinese, durante una passeggiata serale sul ponte, con tutta l’ingenuità di un figlio dell’età guglielmina, ipotizzai che nel mondo intero il cristianesimo fosse giunto all’agonia…

Il vecchio signore, discepolo di Lao Tse e professore di Storia delle religioni asiatiche all’università di Tsing Tao, mi guardò con aria divertita. Poi mi disse che il cristianesimo aveva ancora un compito da assolvere. La convinzione mi colpì profondamente. Oggi, dopo trent’anni, carico di molti peccati mortali, dopo aver scalato molte vette ed essere disceso in molti abissi, so che è davvero così. Il cristainesimo ha ancora dinanzi a sé grandi compiti. Ma in mezzo al satanismo che oggi regna, le catacombe e le torce artendi di Nerone saranno ancora necessarie per permettere un’altra volta la vittoria dello Spirito.

 

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Nicolas Gomez Davila: Il vero reazionario (El reaccionario auténtico)

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L’esistenza del vero reazionario di solito scandalizza il progressista.

La sua presenza in qualche modo lo disturba. Di fronte all’atteggiamento reazionario il progressista prova un leggero disprezzo, accompagnato da sorpresa e da inquietudine.

Per placare i propri timori, il progressista è solito interpretare questo atteggiamento inopportuno e urtante come travestimento d’interessi o come sintomo di stoltezza; ma soltanto il giornalista, il politico e lo stupido non si turbano, segretamente, di fronte alla tenacia con cui le più elevate intelligenze d’Occidente, da centocinquant’anni, accumulano obiezioni contro il mondo moderno. Infatti, un disprezzo di compiacenza non sembra la risposta adeguata a un atteggiamento nel quale un Goethe si può affratellare a un Dostoievski.

Ma se tutte le tesi del reazionario sorprendono il progressista, la semplice posizione reazionaria lo sconcerta. Gli sembra una posizione stravagante che il reazionario protesti contro la società progressista, la giudichi e la condanni, ma che si rassegni al suo attuale monopolio della storia.

Il progressista radicale, da un canto, non comprende come il reazionario condanni un fatto che ammette, e il progressista liberale, dall’altro, non capisce come ammetta un fatto che condanna. Il primo pretende che rinunci a condannare se riconosce che il fatto è necessario, e il secondo che non si limiti a rinunciare se confessa che il fatto è riprovevole. Quegli pretende da lui che si arrenda, questi che agisca. Entrambi condannano la sua passiva adesione alla sconfitta.

Infatti, il progressista radicale e il progressista liberale rimproverano il reazionario in modo diverso, perché l’uno sostiene che la necessità è ragione, mentre l’altro afferma che la ragione è libertà.

Una diversa visione della storia condiziona le loro critiche.

Per il progressista radicale necessità e ragione sono sinonimi: la ragione è la sostanza della necessità e la necessità il processo nel quale la ragione si realizza. Entrambe costituiscono un unico torrente di esistenze.

La storia del progressista radicale non è la somma di quanto è semplicemente accaduto, ma un’epifania della ragione. Anche quando insegna che il conflitto è il meccanismo vettore della storia, ogni superamento risulta da un atto necessario, e la serie discontinua degli atti è il sentiero tracciato dai passi della ragione inevitabile avanzando sulla carne vinta.

Il progressista radicale accetta solo l’idea cauzionata della storia, perché il profilo della necessità rivela i tratti della ragione nascente. Dal corso stesso della storia emerge la norma ideale che lo corona.

Convinto della razionalità della storia, il progressista radicale si assegna il compito di collaborare al suo successo. Il fondamento dell’imperativo etico sta, per lui, nella nostra possibilità di spingere la storia verso i suoi fini specifici. Il progressista radicale si piega sul fatto imminente per favorire la sua realizzazione, perché, agendo nel senso della storia, la ragione individuale coincide con la ragione del mondo.

Per il progressista radicale, quindi, condannare la storia non è soltanto un’impresa vana, ma anche un’impresa stolta. Impresa vana, perché la storia è necessità; impresa stolta, perché la storia è ragione.

Invece il progressista liberale si pone in una semplice contingenza. Per lui la libertà è sostanza della ragione e la storia è il processo in cui l’uomo realizza la sua libertà.

La storia del progressista liberale non è un processo necessario, ma l’ascesa della libertà umana verso il pieno possesso di sé stessa. L’uomo forgia la propria storia imponendo alla natura le decisioni della propria libera volontà.

Se l’odio e l’avidità trascinano l’uomo in labirinti sanguinosi, la lotta si realizza fra libertà pervertite e libertà rette. La necessità è semplicemente il peso opaco della nostra personale inerzia, e il progressista liberale pensa che la buona volontà possa riscattare l’uomo, in qualunque momento, dalle servitù che lo opprimono.

Il progressista liberale pretende che la storia si comporti in conformità con quanto postula la sua ragione, dal momento che la crea la libertà; e, siccome la sua libertà genera anche le cause che vieta, nessun fatto può aver la meglio sul diritto istituito dalla libertà.

Nell’atto rivoluzionario si condensa l’imperativo etico del progressista liberale, perché spezzare quanto l’ostacola è l’atto essenziale della libertà che si realizza. La storia è una materia inerte lavorata da una volontà sovrana.

Per il progressista liberale, dunque, rassegnarsi alla storia è un atteggiamento immorale e stolto. Stolto, perché la storia è libertà; immorale, perché la libertà è la nostra essenza.

Ma il reazionario è lo stolto che fa proprie la presunzione di con dannare la storia e l’immoralità di rassegnarsi a essa.

Progressismo radicale e progressismo liberale elaborano visioni parziali. La storia non è né necessità né libertà, ma la loro integrazione flessibile.

Infatti la storia non è un mostro divino. Non sembra che il polverone umano si sollevi come sotto l’alitare di una bestia sacra; non sembra che le epoche si ordinino come stadi nella nascita embrionale di un animale metafisico; i fatti non si dispongono gli uni rispetto agli altri come squame di un pesce celeste.

Ma, se la storia non è un sistema astratto che germina sulla base di leggi implacabili, non è neppure docile alimento della follia umana.

La capricciosa e gratuita volontà dell’uomo non è il suo rettore sommo. I fatti non si modellano come una pasta viscosa e plastica fra dita operose.

Infatti, la storia non deriva da una necessità impersonale, né dal capriccio umano, ma da una dialettica della volontà dalla quale l’opzione libera si svolge in conseguenze necessarie.

La storia non si sviluppa come un processo dialettico unico e autonomo, che prolunga in dialettica vitale la dialettica della natura inanimata, ma in un pluralità di processi dialettici, numerosi come gli atti liberi e adeguati alla diversità delle loro basi carnali.

Se la libertà è l’atto creatore della storia, se ogni atto libero genera una storia nuova, il libero atto creatore si proietta sul mondo in un processo irrevocabile. La libertà secerne la storia come un ragno metafisico la geometria della sua tela.

Infatti la libertà si aliena nello stesso gesto in cui si assume, perché l’atto libero possiede una struttura coerente, un’organizzazione interna, una proliferazione normale di conseguenze. L’atto si dispiega, si dilata, si espande in conseguenze necessarie, in conformità con il suo carattere interno e con la sua natura intelligibile. Ogni atto assoggetta una parte di mondo a una configurazione specifica.

Pertanto la storia è un incastro di libertà concretizzate in processi dialettici. Tanto più è profondo lo strato al quale nasce l’atto libero, tanto più sono varie le zone di attività determinate dal processo, e maggiore la sua durata. L’atto superficiale e periferico si esaurisce in episodi biografici, mentre l’atto centrale e profondo può creare un’epoca per una società intera.

Così la storia si articola in momenti e in epoche: in atti liberi e in processi dialettici. I momenti sono la sua anima fuggitiva, le epoche il suo corpo tangibile. Le epoche si estendono come intervalli fra due momenti: il suo momento germinale e il momento in cui la chiude l’atto iniziale di una nuova vita. Su gangheri di libertà girano porte di bronzo.

Le epoche non hanno una durata immutabile: l’incontro con processi sorti da una maggiore profondità le può interrompere, l’inerzia della volontà le può prolungare.

La conversione è possibile, la passività consueta. La storia è una necessità generata dalla libertà e strozzata dalla causalità.

Le epoche collettive sono il risultato di una comunione attiva in una decisione identica, o della contaminazione passiva di volontà inerti; ma, finché dura il processo dialettico in cui le libertà si sono trasformate, la libertà del non conformista si ritorce in una ribellione inefficace. La libertà sociale non è un’opzione permanente, ma allentamento improvviso nell’articolazione delle cose.

L’esercizio della libertà suppone un’intelligenza sensibile alla storia, perché davanti alla libertà alienata di tutta una società solo l’uomo può cogliere il rumore della necessità che si spezza. Ogni proposito fallisce se non s’inserisce nelle fessure principali di una vita.

Di fronte alla storia si leva solamente l’imperativo etico di operare quando la coscienza approva la finalità che al momento è dominante o quando le circostanze culminano in una congiuntura propizia alla nostra libertà.

L’uomo posto dal destino in un’epoca senza fine prevedibile, e il cui carattere ferisce le nervature più profonde del suo essere, non può sacrificare frettolosamente la sua ripugnanza ai suoi tratti gentili, né la sua intelligenza alla sua vanità. Il gesto spettacolare e vano merita il plauso pubblico, e il disprezzo di quanti la meditazione invoca. Nei momenti oscuri della storia l’uomo si deve rassegnare a rodere pazientemente le superbie umane.

Così l’uomo può condannare la necessità senza contraddirsi, anche se può operare solo quando la necessità crolla.

Se il reazionario ammette la sterilità attuale dei propri princìpi e l’inutilità delle sue condanne non è perché gli basta lo spettacolo delle confusioni umane. Il reazionario non si astiene dall’agire perché lo spaventa il rischio, ma perché pensa che attualmente le forze sociali si riversano rapide verso una meta che disdegna. Nell’attuale processo le forze sociali hanno scavato il proprio alveo nella roccia e niente muterà il loro corso finché non sboccheranno sul liscio di una pianura ignota. Il gesticolare dei naufraghi manda soltanto i loro corpi alla deriva parallelamente a una diversa spiaggia.

Ma se il reazionario è impotente nel nostro tempo, la sua condizione lo obbliga a testimoniare la sua ripugnanza. La libertà, per il reazionario, è soggezione a un ordine.

Infatti, anche quando non sia né necessità né capriccio, tuttavia la storia non è per il reazionario dialettica della volontà immanente, ma avventura temporale fra l’uomo e quanto lo trascende. Le sue opere sono tracce, sulla sabbia smossa, del corpo dell’uomo e del corpo dell’angelo. La storia del reazionario è un brandello, strappato dalla libertà dell’uomo, che sventola al soffio del destino.

Il reazionario non può tacere, perché la sua libertà non è solo l’asilo in cui l’uomo sfugge al traffico che lo stordisce e dove si rifugia per riprendere in mano sé stesso. Nell’atto libero il reazionario non prende soltanto possesso della propria essenza.

La libertà non è una possibilità astratta di scegliere fra beni noti, ma la condizione concreta all’interno della quale ci è concesso il possesso di nuovi beni. La libertà non è istanza che risolva contese fra istinti, ma la montagna dalla quale l’uomo contempla l’ascesa di nuove stelle, nella polvere luminosa del cielo stellato.

La libertà pone l’uomo fra divieti che non sono fisici e imperativi che non sono vitali. Il momento libero dissipa la vana chiarezza del giorno, perché si erga, sull’orizzonte dell’anima, l’immobile universo che fa scivolare i suoi lumi passeggeri sul tremore della nostra carne.

Se il progressista si volge al futuro, e il conservatore al passato, il reazionario non misura i propri desideri con la storia di ieri o con la storia di domani. Il reazionario non plaude a quanto porterà l’alba prossima, né si aggrappa alle ultime ombre della notte. La sua abitazione si leva nello spazio luminoso in cui le essenze lo chiamano con le loro presenze immortali.

Il reazionario sfugge alla schiavitù della storia perché ricerca nella selva umana l’orma di passi divini. Gli uomini e i fatti sono, per il reazionario, una carne servile e mortale animata da venti di tramontana.

Essere reazionario significa difendere cause che non girano sulla scacchiera della storia, cause che non importa perdere.

Essere reazionario significa che ci limitiamo a scoprire quanto crediamo d’inventare; significa ammettere che la nostra immaginazione non crea, ma svela corpi morbidi.

Essere reazionario non significa abbracciare determinate cause, né patrocinare determinati fini, ma assoggettare la nostra volontà alla necessità che ci costringe, arrendere la nostra libertà all’esigenza che ci spinge; significa trovare le evidenze che ci guidano addormentate sulla riva di stagni millenari.

Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne.

(ediz. italiana da Cristianità N.287-288, marzo aprile 1999)

Tam tam

Tenetevi il vostro tribalume d’accatto, i vostri tam tam epilettici, le vostre congregazioni di beoti con gonnellini Wakaputanga, stringetevi ai petti i vostri didgeridoo e il vostro Djembe, baciate gli altari delle messe rock e i localismi no odio no differenze, giocate con i colori in serie sporcando carta e tela, esponete il vostro nulla impresso con sbalzi di luce e ammiccamenti al modellume porno soft, dedicate le vostre grida di giubilo alla pappa riscaldata e inseguite le serate vip, la passerella shock, i festival chic e gli eventi imperdibili tra trampoli, bavette e birretta a fine serata. Fate tutto quello che vi pare, ma non rompete i coglioni e vedete di stare a distanza da me quando vi imbarcate in discorsi su “arte e cultura” perché voglio evitare di rompermi le mani a forza di spaccarvi la faccia. Tutto è bello tutto piace, per voi, io vedo il bello ed il brutto e ve lo grido pure chiaro, voi cullatevi nel vostro sogno di semplicità artistiche e di siamo tutti bravi e geni in cuor nostro, al vostro spirito del “sono un genio ma la gente mi tarpa le ali”, no, siete dei fessi e la gente vi serve come scudo per non passare troppo tempo da soli con la vostra mediocrità… cosa che non sareste in grado di sopportare.

Antifonte di Ramnunte

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Nell’Etica Eudemia Aristotele ricorda che Antifonte di Ramnunte, oratore ateniese e artefice, tra gli altri, della Boulé dei 400 che prese in mano le redini della politica ateniese con il colpo di Stato oligarchico del 411, appena sostenuto un discorso a sua difesa nel processo intentatogli dopo la caduta dei 400, processo conclusosi con la sua condanna a morte, rispose così all’elogio di Agatone: al saggio un solo giudizio, ma di persona competente, vale assai più di molti giudizi qualunque (1232b). Il discorso di Antifonte fu davvero eccellente, così come attesta Tucidide che ebbe forse modo di ascoltarlo di persona. Questo dovrebbe essere uno dei pochi fari a dominare il nostro cammino. I giudizi della marmaglia non valgono nulla, i pareri di un gruppo quasi informe di plebei ipnotizzati, giorno per giorno, da voci che dicono loro che potranno essere quello che vogliono, di essere tutti artisti e geni, tra poesie che fioriscono nel cuore e un canto d’amore, questa mediocre e indistinta melma di buzzurri che opinano sopra qualsiasi cosa, come fa la peggior teppa giornalistucola, non sono degni di ascolto… a parere mio neppure sono più degni di quei tentativi folli e scriteriati di soccorso e pietosa dottrina. Guardali, questi campioni dei tempi presenti, sempre di fretta per inseguire il loro nulla, a ciancicare parole altrui, frasi altrui, pensieri altrui, a propalare a colpi di “da leggere tutto” “devi vederlo” “devi sentirlo” le loro banalità quotidiane, il manualetto del cittadino comune che si illude di fare parte di cerchie ristrettissime, di conventicole neocarbonare, guardali e vedrai come procedono in gruppo, senza neppure sapere quale è la pecora a guida, avanzano per i rivoli artistici (danno nome d’arte a quello che pensano li possa far sentire intelligenti, come certi monaci che battezzavano pesce la carne di venerdì) guardali e vedrai che fanno, dicono e guardano le stesse cose, seguendo l’eco modaiolo della solita nazione lontana, seguendo musiche tribali tum tum dove di eccellente c’è l’intuizione di rifilare ad ignoranti questo borbottio semianalfabeta, guardali e, l’hai fatto già, capiterà sempre una debolezza, ascoltali consigliare la visione della banalità 7 premi, 2 oscar, una grolla, sgrollateli di dosso codesti ricercatori di banalità sommerse, due dita di sterco sopra e prendono patate per pepite. Guardali e ricorda Antifonte di Ramnunte.

Ma dove credeva di andare Moresco? (parte II)

Dicevo di Strega, Miss Italia etc…? Ecco. Stefano Mauri tira proprio fuori il concorsone di coscia peninsulare

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Faccia i nomi, ci dica i nomi di chi comanda codesta Cosc(i)a dello Strega, tuona, insomma tuona, dice De Mauro. A noi non interessa, si diceva precedentemente che abbiamo trovato l’uscita di Moresco non particolarmente elegante e come atto di ingenuità… “puzzacchia” un poco. Mauri però sbaglia. Sbaglia parlando di “pretendere che il presepe diventi Miss Italia” e cosa ha a che vedere il Presepe con tutto questo?

Stefano Mauri, alla guida del gruppo Gems, ironizza: «Pensare di cambiare lo Strega è come pretendere che il presepe diventi miss Italia».

E che sareste belle statuine? Lo Strega è Miss Italia, è la sagra della caciotta, il concorso del casoncello, la sfilata della Scrofa 2016, è un concorso a premi, un quizzone, votate votate votate, dunque semmai il cambiamento (impossibile) sarebbe quello inverso da Miss Italia a Presepe, ma sono transustanziazioni che non possono avvenire. Moresco lo vedi che ti sei infilato con piedi, mani e corpo nel concorso? La solita polemica del Premio Strega tanto per confermare Wikipedia.

Ma dove credeva di andare Moresco?

Non abbiamo capito dove pensasse di andare Moresco. Davvero. Il suo articolo sulle pagine di Repubblica è una sorta di mea culpa che alla fine vuole essere un vestra culpa (editori, giudici, magari un po’ lettori) a fronte di una apertura estera (?)

Eppure, certo per mia inguaribile ingenuità, a 68 anni e dopo avere scritto tanti libri e dopo quello che sta iniziando a succedermi all’estero…

…Nella mia vita ho fatto ampiamente esperienza di questo rigetto da parte della società della cosmesi culturale

Continuo a non capire. I premi sono premi e ogni premio ha un funzionamento abbastanza visibile (e risibile). Sia la sagra di paese per il Suino più rigoglioso o il premio Croce Rossa BimbiMinkia i meccanismi di base non cambiano: un comitato, signore bene che si annoiano, ciao Cicci ciao Ciccio, quanto tempo, tartine, strette di mano, ti presento il mio “amico”, vieni a trovarmi a “casa mia”, ti saluta Pippolo, ti sfancula Mammolo. Borges parlando del premio grosso, quello con la N., aveva avuto modo di ricordare l’assurdo meccanismo geografico, assieme a questo vi è pure un meccanismo geo-politico.

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