A. Arbasino, Ritratti e Immagini, Adelphi 2016

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A scrivere del “nuovo” Arbasino mi trovo un po’ in imbarazzo, cosa che se ci penso bene mi capita quasi sempre con “l’ultimo” Arbasino, perché dalla lettura non porto via quasi nulla, chiuso il volume (digitale) il contenuto svanisce dalla mia mente eccetto pochissimi, tenui e probabilmente inutili ricordi. Dei nuovi Ritratti posso dire che, credo, siano più godibili per scrittura rispetto a Ritratti Italiani, ho infatti la vaga sensazione che il volume precedente fosse scritto in modo più arzigogolato (ma non nel senso positivo dell’Arbasino d’antan) eppure non posso dirmene certo perché dovrei ricordare di più di quello che ho conservato in memoria. Di questo “Ritratti e Immagini”, appena concluso, posso dire che vi sono a volte dei Ritratti minuscoli, pochissime righe, altri più densi, ma nel mio cervello ritrovo solo la descrizione della Dietrich che ammicca al pianista e canta un repertorio difficoltoso, fatto di parti che non può più, parti che non avrebbe mai potuto e qualcosa che ora e sempre può, il tutto con la sensazione di vedere nella gabbia l’ultimo splendido esemplare di Tilacino che si agita sconsolato.

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Il problema è che, serrato digitalmente il volume, si resta con un dubbio sulla identità di codesto Tilacino: la Dietrich, Arbasino o il lettore?

PS: avrei potuto tentare una “riflessione” affastellando, senza soluzione di continuità, le persone ritratte, dando micro pennellate, ma avrei dovuto ripescare uno per uno i soggetti e rubare a man bassa dal volume e non dalla mia memoria completamente obnubilata.

PPS: eterna riconoscenza ad Arbasino per avermi fatto conoscere in passato Dossi e le sue Note Azzurre

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Giochi d’acqua

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Gioco con le dita sullo specchio vano

d’una sostanza così debole ed indicibile

dal suono grigio e quotidiano,

il tedio del comune, del banale ed insostenibile

Perché se è vero che è destino umano

d’un animo pur forte, pure invincibile,

sorbir di questo liquido vano

un poco, piano piano, quanto è digeribile

Solo ber di quella misura non è insano

che è data nella piccola coppa famigliare

tenendo tutto il resto sempre lontano

Dietrich Bonhoeffer in un recente libro

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L’impressione è che Bonhoeffer non sia poi venuto tanto a galla in questo libro, non nego l’amore dell’autore per il teologo, né il suo impegno nel visitare tutti i luoghi, né l’efficacia talvolta di uno stile da memoriale o viaggio alla scoperta di una vita che, con una formula abusatissima, si direbbe breve e intensa, ma ho finito il libro con l’impressione che mancasse molto e magari è un ulteriore pregio perché spinge ad approfondire.

Di certo emerge un uomo dal carattere saldo, pur non mancando né di umanità né di una dose di incertezza, insomma non siamo davanti ad una immaginetta eterea, in particolare colpisce come Bonhoeffer, consapevole di rischiare la vita, abbia alla fine preferito rinunciare alla sua carriera in America per tornare in patria, eppure non mancherà fino all’ultimo di tentare di salvarsi, non siamo davanti dunque ad un “cacciatore di martirio”.

Per i miei gusti l’autore a volte scivola troppo in un sentimentalismo spicciolo, a mio modo di vedere stereotipato, che trasmette più l’impressione di una “zeppa” narrativa o della necessità di ribadire pubblicamente certi concetti detti e ridetti sull’epoca, il regime, le colpe e così via, ma non voglio negare che alcuni di questi momenti, come ad esempio alcune riflessioni sulla indifferenza dei miserabili per gli eventi che noi definiamo storici, risultino calzanti.

Ignoravo questa poesia di Kavafis dedicata a Celestino V che, o tempora o mores, parrebbe pensata pure per il recente referendum costituzionale

Che fece… il gran rifiuto

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

La regola instaurata da Bonhoeffer nel buen ritiro / comunità di Finkenwalde andrebbe scritta a caratteri d’oro e dovrei passare la giornata a picchiarci la testa perché, ammetto, penso sia un vizio che andrebbe estirpato da se stessi ad ogni costo… e quanto è difficile!
A Finkenwalde vigeva, come ho detto, una sola regola: era vietato parlare di qualcuno in sua assenza (p. 82).
Segnalo due errori, uno certo, l’altro per alcuni forse discutibile.

All’inizio del capitolo Fuhrer o Verfuhrer Hidenburg viene definito CANCELLIERE invece di Presidente (p. 51).

Nel capitolo Mani in pasta Céline viene definito ex collaborazionista (ma quando mai?) (p. 61).

Si nota comunque come alla Mondadori inizino a mancare correttori di bozze con competenze un po’ più elevate del correggere maiuscole o punti e virgola, gli autori dovranno sempre più stare con gli occhi spalancati perché qualsiasi distrazione rischia di passare poi direttamente in stampa.

Penso sia comunque un buon punto di inizio, almeno a livello italiano, per chi voglia scoprire qualcosa di Bonhoeffer per poi approfondire: una rapida ricerca nel OPAC della Biblioteca Nazionale di Roma restituisce 28 titoli (27 in realtà, uno è ripetuto) dunque tra testimonianze, riflessioni, carteggi e ricordi c’è spazio per aumentare la conoscenza di questo autore, oltre ovviamente alla sua produzione.

Alter Christus?

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Fa bene e male leggere il libro della Mercuri. Da un lato si comprende quanto quelli che definiamo “Francescani” (termine che d’altro canto avrebbe fatto orrore a San Francesco) siano cosa totalmente distante e diversa da Francesco e dal suo gruppo di seguaci, gruppo di gente un tempo facoltosa e certo colta. Viene voglia di andare ad Assisi, ammirare le bellezze, meditare presso la tomba del Santo, ma ci si chiede: e se mi si para davanti un frate? E se mi arriva il fraterello pasciuto con il suo discorsetto buono per tutte le stagioni e per tutti i climi politici? Se mi propina la sua cantilena molto convenzionale, all’insegna dei tempi che corrono e dei temi dove si accumulano i soldi, io saprò sopportarlo? Ignorarlo ma con garbo? O gli sputerò sui calzari, venti, trenta volta, scacciandolo. San Francesco si sarebbe allontanato, non vedendo speranza di vincerlo con l’esempio e l’insegnamento, se ne sarebbe andato (come allora), romita, praticamente espulso dal suo stesso Ordine, ridotto al silenzio.

Viene voglia di andare ad Assisi e vedere tutto quello che c’è di bello, compreso quanto probabilmente non avrebbe entusiasmato il Santo che perorava un mondo di semplicità e modestia, una chiesa piccina e semplice, costruita di materiale povero e deperibile, forse la Basilica e gli PseudoGiotteschi affreschi avrebbero suscitato una sua reazione di timore o forse no, in fondo non era né il bacchettone di certe tradizioni agiografiche, non era né il penitente perenne o il votato al tozzo di pane secco, non era il moralista che respingeva la donna fin con la vista, non era molte cose. Certo avrebbe chiesto chi raffiguravano quegli affreschi, avrebbe domandato chi fosse quel frate, diversi episodi non li avrebbe riconosciuti (perché non avvenuti, se non nella mente di Bonaventura).

Allora viene il dubbio, forse, in cuor mio, se devo per un secondo fingermi nel ruolo di chi giudica, condanna e perdona, forse quei frati che fecero fare tutto questo, pur se dietro vi era il volere di sancire un primato, pur se vi era il desiderio di costruire una Arca inviolabile per il prezioso corpo del Santo, prezioso anche per beghe e le offerte, forse dico questi li potrei perdonare, perché innalzarono quello che hanno innalzato (o meglio fecero innalzare) insomma hanno dato qualcosa di degno. Certo sputerei mille volte sui calzari  di quelli di ora, sono impiegatucci, sono amministratori di basso rango, accumulano, si garantiscono la loro oasi ipocrita, costruiscono con dei mattoncini un rialzo dal quale, con le loro voci molliccie, pretendono di tuonare, voglio dettare ex cathedra la linea morale, loro che la morale l’hanno da decenni calpestata.

E questa è la parte buona. Davvero. La parte cattiva, il colloquio, il rovello, è chiedersi quanto Francesco fu Alter Christus, e non lo fu per la predicazione, neppure per le ferite, le stimmate, non lo fu forse (e in che misura? Ecco, in questo viene il timore maggiore) nel suo finire ai margini, lui ed i suoi compagni della prima ora, nel suo morire sballottato tra la casa del vescovo, il palazzo, la chiesetta e la nuda terra, cieco, piagato, sfasciato nel corpo, circondato dai pochi fedeli, mentre fuori impazzava già la disputa sulla Regola e i frati “dottori” mettevano le mani sull’Ordine e si apprestavano a cancellare perfino la memoria dei seguaci originari. Un Alter Christus anche in questo? Forse PROPRIO in questo? Ridotto ad un etereo un poco vacuo, staccato dal mondo e da tutti, incolto tra gli incolti, lui educato, conoscitore della poesia francese, circondato da giovani di famiglie nobili o di ricche famiglie di mercanti. E se fosse questo? E se l’averne distrutto la Regola fin dal principio, averne attenuato gli insegnamenti e le volontà, per azione di Papa Gregorio, con il corpo da poco sepolto, fosse il nucleo del suo destino di Alter Christus?.

In questo il libro può fare male, anche se forse il paragone tra il traviamento della figura in eterea, mentre l’altra è così umana e dunque più possibile, rispondente, forse offre ulteriore speranza.

Una lettura da meditare.

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evitando l’infamante canicola

dell’arrivista,

la borbottante conventicola

dell’homo ridens, animale

distratto dal pollice sociale

che misura il proprio destino

a parole di sentimenti e gioie

quando in realtà c’è quattrino

sulla bilancia e son noie

per quelli che vorrebbero, fessi,

tentare due versi in croce,

quelli che cercan perplessi

suoni di qualche voce

più alta del solito borbottio,

dell’insalata mista

sopra un piatto di mugolio.

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