Sulla questione delle nomine dei 20 Direttori: un intervento di Salvatore Settis

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Uno dei problemi evidenti di questa Penisola è il perenne oscillare dei suoi abitanti tra l’idea di essere “la feccia del mondo” e “er mejo fico der bigonzo”. Non ci sono vie di mezzo, almeno questa è l’immagine che appare frequentando giornali, spazi pubblici o luoghi di dibattito. Sopra ogni cosa i pareri finiscono per cadere in questi due gruppi di pensiero. La conseguenza è una aspra lotta a suoni di insulti o di accuse di invidia o di pastette per chi si oppone all’altra fazione. Gli Italiani sono faziosi, l’amara verità è questa o almeno è quella dei faziosi la voce più forte e diffusa. La recente nomina dei Direttori di alcuni dei principali Musei italiani è un ulteriore esempio. Come ogni scontro tra fazioni o si è da una parte o si è dall’altra e qualsiasi intervento viene esaminato nei minimi particolari e poi riassunto con un “ottimo intervento” o “parole da rosicone”. Questa ultima è stata la sorte del pregevole, a mio parere (fazioso?), intervento di Daverio, mal riassunto dall’intervistatore con il titolo

Philippe Daverio: “Direttori stranieri ai musei? È pressapochismo del governo. Nomi non all’altezza”

A fermarsi al titolo pare proprio frutto di un rosicamento, ma si tratta solo della pessima pratica del riassunto banalizzato di una intervista. Daverio si lamentava piuttosto di un metodo di nomina assurdo, di una resa incondizionata del Ministero e delle difficoltà che i neodirettori avrebbero trovato con il “sistema italia”. Il risultato? Urla beluine. Accuse di invidia oppure accenni alla “misteriosa cattedra di Daverio a Palermo pur se privo di laurea”, insomma il solito sistema di eliminare un parere non condiviso senza discussione e confronto. Ora è la volta di Settis. Settis ha esperienza internazionale evidente, il suo curriculum è abbastanza chiaro in tal senso, e non penso lo si possa sospettare di essere un rosicone o uno che invidia le poltrone altrui (seppe pure dare le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, come protesta per le politiche culturali del governo e del ministro Bondi). Il suo intervento mi pare mettere in luce, da professionista del settore, i problemi di queste nomine e la stranezza del superlistone, nomine a pacchi, quando ogni museo meriterebbe di più di 15 minuti di colloquio… immagino che anche Settis subirà il trattamento di Daverio, se non peggio.

UNA CURA DA ELEFANTE
SALVATORE SETTIS

PER la prima volta nella storia, in un Paese che per il patrimonio culturale non è tra gli ultimi, i direttori dei 20 più importanti musei nazionali vengono nominati in un sol colpo. Come se Le Monde scrivesse che un solo decreto ha nominato i direttori del Louvre e della Gare d’Orsay.

E ANCHE del Centre Pompidou, del Museo di Cluny, dei musei di Lione, Marsiglia, Bordeaux, e così via. Ma notizie come questa non si leggeranno mai sulla stampa francese, o inglese, o tedesca. Perché, allora, questa cura da cavallo (o da elefante) sul corpaccione malato dei Beni culturali? E a quali malanni vuol rimediare questa terapia d’urto? Cinque sono le piaghe più spesso citate: l’accusa di “burocratizzazione”, l’autoreferenzialità del sistema, la difficoltà di “valorizzare”, la mancanza di fondi e la carenza di personale. Per carità di patria lasciamo perdere la burocrazia delle Soprintendenze, cara alle invettive lanciate da tanti sindaci (tra cui l’attuale presidente del Consiglio): la legge Madia vi “rimedia” ponendo i Soprintendenti agli ordini dei prefetti, e dunque ci rivela che gli storici dell’arte sono burocrati e i prefetti no. Ma gli altri problemi sono patate bollenti sul tavolo dei neonominati, e vale la pena chiedersi se la procedura d’eccezione seguita per le nomine è davvero la medicina adatta. Chi sostiene che un bando pubblico internazionale per la direzione di un museo sia una buona idea ha mille ragioni; ma di qui a fare venti procedure tutte insieme ce ne corre. Nessun dubbio che la commissione fosse di alto livello, dal presidente Paolo Baratta a Luca Giuliani (archeologo e rettore del Wissenschaftskolleg di Berlino) e Nicholas Penny (direttore uscente della National Gallery di Londra), a Claudia Ferrazzi (già vice- amministratore del Louvre) a Lorenzo Casini (giurista e consigliere del ministro). Ma è proprio sicuro che ogni candidato meritasse solo 15 minuti di colloquio?

Nonostante la retorica della “valorizzazione”, quasi tutti i neodirettori non sono manager della cultura, ma storici dell’arte o archeologi (fa eccezione Mauro Felicori, assegnato a Caserta), con esperienze museografiche. Sette sono stranieri, ma neppure uno viene dalla direzione di un grande museo. C’è chi ha diretto musei piccoli o medi come quelli di Montargis (Sylvain Bellenger, che dirigerà Capodimonte), di Braunschweig (Cecilie Hollberg, ora alle Gallerie dell’Accademia di Firenze), di Linz (Peter Assmann, che passa al Ducale di Mantova), c’è chi ha lavorato nei musei, ma come curatore (come il neodirettore degli Uffizi Eike Schmidt, o Peter Aufreiter che dirigerà la galleria di Urbino), c’è chi non ha mai lavorato in un museo, come il più giovane di tutti, Gabriel Zuchtriegel (34 anni), a cui è stata assegnata Paestum; c’è, infine, chi viene dalla gestione di una fondazione privata in Italia (Palazzo Strozzi), come James Bradburne.

Anche fra gli italiani in rientro dall’estero nessuno ha diretto un museo, ma quasi tutti hanno esperienze curatoriali: così Martina Bagnoli, curatore a Baltimora e ora direttore dell’Estense a Modena; Flaminia Gennari, che da Miami passa alle Gallerie nazionali d’arte antica di Roma; Paola D’Agostino, che dalle collezioni universitarie di Yale passa al Bargello; mentre Eva degl’Innocenti, che lavora per una rete museale in Bretagna, dirigerà il Museo Nazionale di Taranto. La speranza che si candidassero direttori di musei di prima grandezza è andata delusa: non ha fatto domanda Gabriele Finaldi, appena approdato alla direzione della National Gallery di Londra, né Davide Gasparotto, che ha lasciato da pochi mesi la direzione della Galleria Estense per diventare Senior curator of paintings al Getty. Quanto agli italiani, delude non poco che, dei molti funzionari del MiBact che avevano fatto domanda, solo una (Anna Coliva, Galleria Borghese) sia stata “promossa”: brutto segno per l’Amministrazione, bocciata quasi in blocco dalla commissione, anche quando, come agli Uffizi, erano in corso importanti progetti. Degli altri, molti vengono dalla direzione di musei regionali o comunali: così Cristiana Collu (già al Mart di Rovereto, ora alla Gam di Roma), Enrica Pagella (dai musei civici di Torino al Polo reale della stessa città), Paola Marini (dai civici musei di Verona all’Accademia di Venezia), Marco Pierini (da Pienza alla galleria di Perugia), Paolo Giulierini (che dal minuscolo museo di Cortona passa a dirigere il più grande museo archeologico del mondo, quello di Napoli), Serena Bertolucci, da Villa Carlotta al Palazzo Reale di Genova; mentre il neodirettore del Museo Nazionale di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino, è ricercatore universitario nella stessa Reggio.

Ai neodirettori (età media 50 anni) bisogna per principio far credito. Certo, però, un grande museo non è la stessa cosa di uno piccolo, né chi è stato curatore sarà necessariamente un buon direttore. E sarebbe pia illusione credere che queste nomine aprano davvero una nuova stagione. I neodirettori hanno davanti una mission impossible : rinnovare un sistema sclerotizzato non dalla burocrazia, ma dalla carenza di personale (per il pluridecennale blocco delle assunzioni) e dall’insufficienza dei fondi (ai terribili tagli del 2008, allora deplorati dalla sinistra, nessuno ha mai posto rimedio).

È in questa lunga paralisi (più simile allo sterminio che all’eutanasia) che i musei italiani rischiano di esternalizzare il loro core business , la conoscenza e la ricerca: senza la quale non c’è tutela, ma non c’è nemmeno la decantata “valorizzazione”. Perché valorizzare quel che non si conosce non si può: e una vera conoscenza/ tutela/valorizzazione non si fa solo nei musei, ma sul territorio, mentre oggi le Soprintendenze territoriali sono depauperate di risorse e di personale. I neodirettori sono, è vero, nuova linfa immessa nell’esangue ministero: ma senza massicce nuove assunzioni, nuovi fondi e un rinnovato legame con il territorio non resterà a loro (e al ministro) se non intonare le parole della Regina di Cuori ad Alice: «Ora, vedi, devi correre avanti più che puoi, per restare nello stesso posto».
la Repubblica 19 agosto 2015

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Di provincialismi odierni: Dio non Salvi(ni) la Regina degli Idioti perché è sempre incinta

Conques Cathedral Tympanum 2010Ogni volta che viene salvato un italiano da uno straniero, oppure si soccorre un barcone o vattelapesca è un coro di -beccati questo Salvini- la cosa mi porta a pensare che ci sia una abbondanza di compatrioti convinti che Salvini sia sinceramente razzista o contrario a questo o quello, a Salvini non importa nulla del colore di una pelle o della lingua o di dove uno rivolga le sue preghiere del mattino e della sera: se domani fosse necessario fare cassa presso altro pubblico farebbe l’islamico proimmigrazione e griderebbe contro i Padani ladroni; in fondo ha tentato recentemente di presentarsi come l’amico del sud Italia, come è noto, poi il giochetto non è completamente andato in porto.

Mi porrei piuttosto la questione di come non si faccia altro che portare voti a Salvini fingendo che non ci siano problemi, fingendo che l’immigrazione a cazzo di cane non sia dannosa per tutti (immigrati in primis, se è questo il vostro cruccio principale), fingendo geniale l’idea di considerare aspetti della propria ignorata tradizione da eliminarsi solo perché fa tanto “persona moderna”, fingendo il meglio del meglio lo spalancare le braccia a qualsiasi cosa “altra”, fosse pure figlia di un oscurantismo che noi, a quanto mi risulta, abbiamo superato da tempo o si è tentato almeno… insomma se si iniziasse pure a capire che a quel provincialista di Salvini non si deve rispondere con il provincialismo delle società miste imposte in pochi anni, richiamandosi ad esempi assurdi perché figli di processi storici lunghi, forse si farebbe una volta un passo avanti, si risolverebbero dei problemi, invece di fomentare la guerra tra miserabili, convinti di essere tanto buoni perché si è in gruppo ad avere la puzza sotto il naso a popoli alterni. Poi ci sono quelli che ci guadagnano, quelli almeno hanno uno scopo, fanno schifo e sono ipocriti, ma certo non sono fessi…

PS: mi scuso per la postilla sopra cose nauseabonde e “sociali”, ma dovevo fare una pausa in attesa di discutere di cose più curiose (almeno spero) e più interessanti (almeno credo)

Il mondo in cui si deve vivere

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Terzi mondi e mondi terzi,

interessi a bombe alterne,

lacrime per popoli diverZi

penso che solo Giulio Verne

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avrebbe potuto descrivere

in toni pacati e sornioni

il mondo in cui si deve vivere:

miriadi di miriadi di coglioni

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menefreghisti infine risaputi

che sfoggiano la moda del multi,

piccoli, stupidi e pure cornuti

cerebri ripieni zeppi di bulti,

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di sacche di fiele ammuffito

al posto del minimo pensiero,

madonna mia come è finito

questo mondo, il sentiero

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del senso e della ragione ha smarrito

assieme al gusto della schietta azione

neppure il sapere forse incartapecorito

vive ma solo il dominio del caprone

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delle sue paroline d’accatto, palate

di sterco per conto altrui

pensierini, massime annacquate

manco ideate da lui!

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In questa terra oramai piagata

dal laborio della bocca e della panza

di questa genia mal creata

che di seconda mano ha pure l’ignoranza

Proporzioni (dis)umane

proporzioni_uomo

Ipotizziamo l’esistenza di uno Stato dove la corruzione, la tendenza alla spintarella e la mancanza di vergogna siano endemiche. In questo Stato ipotetico diciamo che i fondi (borse, rimborsi, aiuti) sono distribuiti in tale maniera: 60% per gli amici degli amici, 40% per gli aventi diritto. Ipotizziamo poi che il nostro Stato ipotetico inizi ad avere grossi problemi economici e si presenti la necessità di una riduzione di spesa. Risulta evidente che, in questo fantasioso Stato corrotto, i tagli ricadranno non sul 100% dei fondi distribuiti, dispiacendo gli amici degli amici, ma piuttosto a danni di quel 40% di aventi diritto.