Emilio d’Alessandro, Stanley Kubrick e Me (Il Saggiatore)

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Lina Wertmuller nel XIXesimo secolo

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Sarah Wilkinson

The Spectres of Lord Oswald and Lady Rosa, Including an Account of the Marchioness of Civetti, who was basely consigned to a Dungeon beneath her Castle by her eldest Son, whose cruel Avarices plunged him into the Commission of the worst of Crimes, that stain the Annuals of the Human Race: An Original Romantic Tale

Minerva Press 1814

Brevi noterelle sorte dal Caso Moro di Giuseppe Ferrara (ovvero come le Santificazioni Laiche e Semi religiose siano pericolose)

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   In uno dei racconti in merito a Dionigi Tiranno di Siracusa leggiamo che, per spiegare ad un suo amico quanto la sua condizione di potente non fosse tale da renderlo felice, Dionigi mise le sue vesti addosso a questo conoscente, lo collocò sul trono, diede a lui lo scettro e al di sopra della sua testa fece posizionare una spada acuminatissima, trattenuta al soffitto solo da un filo sottile. Il potere sommo, diceva, aveva come contrappasso il rischio perenne.

   L’altro giorno è venuto a mancare Giuseppe Ferrara, un regista che non ricordo particolarmente eccetto che per il Caso Moro che mi capitò di vedere a pezzi quando venne trasmesso in televisione. Non conservo particolari impressioni, tranne forse un certo senso di “eroismo socratico” che attraversava le parti che ebbi modo di vedere. Gian Maria Volontè reintrepreta Moro, dopo averlo fatto pur non ufficialmente in Todo Modo di Petri, l’interpetazione è sempre ottima visto l’attore, ma certo quel Moro, teoricamente realistico, suona più fasullo del Moro ambiguo e visionario della bella opera di Petri. Il Presidente, così viene nominato nel film di Petri, sembra molto più vicino alla figura del politico DC e certo mostra quale fosse l’opinione che una parte della società italiana provava nei riguardi di Aldo Moro. Poi il sequestro, la carcerazione, la morte e si è formato il Santino.

   Tragica conseguenza di un fatto tragico è l’idealizzazione del morto che viene liberato di tutti i suoi atti e di tutte le sue azioni e portato ad assumere il compito di diventare rappresentante di speranze e desideri irrealizzati. Il corpo di Moro, come il corpo di Mussolini o di altri politici morti ammazzati ha assunto un valore propagandistico tra i vari schieramenti rimasti. Resta certo che con la sua morte le voci fuori dal coro a condanna delle azioni politiche di Moro e della sua funzione all’interno della DC sono diventate pochissime, ricordo ad esempio il Io se fossi Dio di Gaber che nel 1980, a pochi anni dai fatti, aveva ancora il coraggio di cantare

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 Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!

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Dark Star (John Carpenter e Dan O’Bannon, 1974)

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Nel 1974 John Carpenter era un giovane regista non ancora noto al grande pubblico (ma già messosi in luce come co-autore del soggetto del cortometraggio The Resurrection of Broncho Bill, premio Oscar per la sceneggiatura 1970) e sarebbe rimasto così per alcuni anni fino al successo di Halloween (1978). Assieme ad un suo compagno di Università, Dan O’Bannon, decise di realizzare un film che avevano scritto quando erano ancora studenti. Si trattava di un soggetto di fantascienza, a carattere comico, con evidenti richiami sia al Kubrick di 2001 che a quello di Strangelove. Nacque così Dark Star.

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tumblr_njbwfhXOEW1r6ivyno1_1280Con un budget di 60.000 dollari Dark Star rappresenta il primo vero film professionale di Carpenter, pur essendo in origine un saggio girato in 16 millimetri e poi portato a 35 millimetri con aggiunta di scene e cambiamenti nella sceneggiatura. Carpenter a tal proposito non si è mai detto molto soddisfatto del risultato perché riteneva che si trattasse di un ottimo saggio studentesco mutato in un cattivo film.

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La grande bellezza ovvero dove si scopre che Fellini rompeva meno le palle, Totò è morto e Agu’ era ergonomica.

Mastroianni

La cosa buona di vedere fuori tempo massimo un film che ha suscitato discussioni è che non ci si infila in nessun ginepraio. L’altro giorno ho avuto occasione di vedere La Grande Bellezza, premio Oscar come migliore film straniero. Sentivo mesi e mesi or sono che si trattava di un figlioccio de La Dolce Vita, a mio parere non ha nulla a che vedere. Trovo tre padri putativi principali

8 1/2  Una certa ossessione per tentare di fare il visionario e anche una certa tendenza ad andare avanti a spinte, pizzichi e bocconi

Signori si nasce: Servillo è praticamente Totò nei panni del principe Zazzà

Dove vai in vacanza (episodio A. Sordi – A. Longhi): la critica al mondo artistico ricorda tremendamente Sordi e la moglie Agu’ spaparanzata sulla sedia alla Biennale

Il film è disomogeneo. La prima parte, difficile da digerire, è una sorta di parkinsoniana incapacità a tenere quella cazzo di telecamera ferma, è come se avessero lardellato la cinepresa, scivola, sguscia, sopra, sotto, di lato, indietro… una autentica, fastidiosa, noiosa giostra ripetitiva. La seconda parte vede una telecamera spesso ferma. Scelta del regista? Non saprei. Il sospetto è che tutto questo sfoggio di movimenti sia per coprire l’assenza di idee concrete sul come usare al meglio l’ambiente salvo poi ricorrere, come dirò poi, alle cartoline da spot Barilla. Niente di solido.

La sceneggiatura è ridicola. Da una parte pare un film degli anni ’70 (rieccoci a Sordi e a Moretti) con delle critiche al mondo degli intellettuali/intellettualoidi talmente datate da non graffiare praticamente mai, l’impressione è che sia il parto di un provincialismo capitolino e che vada bene ad un pubblico provinciale e un po’ burino. Le citazioni paiono dovere molto a certe pagine internet e in generale non si può certo parlare di grandi concetti o frasi notevoli. Il meglio è all’inizio con Celine, salvo poi chiedersi lungo il film: che cazzo ha a spartire Celine con questa tronfia pagliacciata?

Mischiare i toni da commediola birichina “ti chiavasse, ti chiavasse” a pseudo riflessioni esistenziali (madonna Servillo, ma al cinema che ti capita? Tanto bravo a teatro tanto scarso al cinema) rende il tutto non tanto una sorta di turbinio dell’esistenza, quanto un manualetto perbenista e, come penso sia stato già detto, una sorta di figlio di Dagospia. Tra scuregge (mentali), nani, cardinali, puttane e schiavi misogini le due ore arrancano che è un dispiacere.

La fotografia, dicevano tanto della fotografia, ora, tranne un ebete (o un genio) chiunque con i mezzi a disposizione è in grado di rendere “maggggica” Roma, in particolare quando mi fai carrellate in angolini semibui o in gallerie con monumenti, la sensazione del touring club Italia è persistente. L’Oscar non ho capito da cosa sia scaturito, sarà che la cultura generale è talmente bassa da ritenere (da noi come dagli amici d’oltre Oceano) un paio di immaginette da cartolina e 20 frasi da esistenzialismo ricchione (fag) condite da una pungente (‘nsomma) critica alle manie da intellettuali della fauna capitolina un capolavoro mai visto… ecco personalmente non ho mai visto il capolavoro, in più di due ore non riesco a salvare praticamente nulla della sceneggiatura. Nulla della recitazione (Lillo di Lillo e Greg, Verdone o Servillo che recitano praticamente alla pari e perfino la Ferilli… dovrebbe già far sorgere un sospetto). Fotografia da catalogo e in certi momenti si aspetta che venga fuori il prezzo di questo o quel arredo e il numero per chiamare Gep. Ho trovato carina (ma giusto carina) la scenettina del funerale e quella del bacio della mano della Santa, ma penso fosse più la stanchezza e la sensazione che questa paccottiglia volgesse al termine.

Avevano ragione quanti sostenenevano che in fondo è uno spot di Roma. Una Roma identica a New York, Parigi, Madrid o quello che si voglia, solo che c’ha un rudere vista attico e qualche statua ignuda. La critica sociale è ridicola e talmente datata da far pensare che sia una parodia di una critica sociale (e poi a che serve? Datemi un film, non un manualetto di conversazione spiritosella). Cagata planetaria. Si rimanda ai tre padri putativi per avere gli elementi di questo film meglio messi in scena e più gradevoli, Zazzà batte Servillo, Sordi e Agu’ battono testate agli acquedotti o impiastricciate di tele, 8 1/2 dura leggermente meno e poi le pippe sono esposte con tono da maramaldo.