C. B. vs Eusebio (in appendice Celentani e altri animali fantastici)

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frammento di un articolo di Paolo Mauri per la Repubblica

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Non so se è stato un caso, ma proprio nei giorni in cui leggevo il libro di Testa è spuntato un Montale par lui- même che è la raccolta integrale di tutto quanto Montale stesso ha scritto o detto di sé: infatti il volume ha un sottotitolo: Interviste, confessioni, autocommenti 1920- 1981: insomma uno strumento utilissimo molto ben curato da Francesca Castellano per la Società Editrice Fiorentina. Non avevo ancora finito di leggere il libro della Castellano che mi arrivava un volumetto di Antonio Giusti pieno di personaggi incontrati dall’autore intitolato Memorie scompagnate (Apice libri) con in copertina Montale accanto a Carmelo Bene.

Antonio Giusti è un industriale: lui e sua moglie Susi hanno una villa a Forte dei Marmi nella quale Montale ha trascorso diverse estati. Nella fotobiografia di Montale curata tanti anni fa da Franco Contorbia, ci sono foto del poeta con i suoi ospiti. Non sapevo che nella stessa casa incrociava anche Carmelo Bene con sua moglie Lydia Mancinelli.

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Racconta Giusti che in privato Bene parlava male di Montale sostenendo che non era un vero poeta e Montale parlava male dell’attore dicendo che era un guitto o addirittura un delinquente abituale. Poi , trovandosi insieme, discutevano e sembravano addirittura andare d’accordo. Carmelo Bene aveva deciso che l’unico poeta del Novecento era Dino Campana. Per provocarlo qualcuno recitava un verso di Montale e Bene recitava subito il resto con la sua voce profonda e inconfondibile. Sapeva molto Montale a memoria.

Comunque durante la vacanza si incontravano poco perché Montale andava a letto alle undici, mentre Bene stava alzato tutta la notte bevendo molto e coinvolgendo chi c’era nelle sue recite shakespeariane. Una sera aveva sedotto una ragazza alla quale recitava parole d’amore suscitando la rabbia della moglie che a un certo punto gli era balzata addosso staccandogli con un morso un lobo dell’orecchio. Sangue, urla, pentimento di lei e via di corsa al pronto soccorso dove invano cercava di far passare Carmelo avanti a tutti con la scusa che era un genio…

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La mattina dopo Montale si era alzato verso le dieci come al solito e non sapeva nulla del trambusto notturno, durante il quale si era anche rotto un lume. Tutto fu attribuito al gatto. Anche la vistosa fasciatura dell’attore. E Montale che certo aveva intuito e subito aveva notato la mancanza del lume finse di crederci con la sua aria sorniona e per tutta l’estate dette la colpa al gatto di qualunque cosa accadeva, anche molto lontano da lì.

Da

2 giugno 1968
Incontro con Eugenio Montale

Il galateo di monsignor Eusebio

di Camilla Cederna

Milano – «Sono Celentano e voglio parlare con Montale», disse al telefono una voce arrogante. «È partito», rispose Montale. «Cosa vuole?».
«Gli dica che sono arrabbiatissimo, che gli darò querela», fu dall’altra parte la concitata risposta. E, con un pacato: «Va bene, riferirò», Montale riappese il ricevitore.
Ma la querela lui non la teme. È vero che elencando i personaggi famosi che figurano in una collana di Longanesi nel suo ultimo elzeviro sul Corriere egli citò anche il «sedicente cantante Celentano», ma chi dice che è un insulto? «Io mi limito a costatare un fatto: che lui dice di essere un cantante. Non è un’offesa, non è un giudizio morale: che poi questa sua qualità io l’affermi o la neghi, spetta alla malignità della gente stabilirlo».

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Tornando ai cantanti (il bell’elzeviro che mandò in collera Celentano era dedicato al fenomeno Callas), Montale è convinto che genio e imbecillità devono essere le loro principali componenti.

Genio in dose omeopatica, qualche scintilla a far tanto: e imbecillità moltissima, ché una persona intelligente, anche se ha voce (ecco il suo caso personale, prendeva lezioni dal maestro Sivori che lo considerava un baritono dei più promettenti, ma le prendeva di nascosto vergognandosene un po’), non ce la fa ad arrivare fino al palcoscenico, data la quantità di cose ridicole da affrontare, la barba finta, la spada, la calzamaglia, il cerone, il petto del soprano, la voragine della sua bocca spalancata a un centimetro di distanza, oltre a quel ripetere cinquanta volte e sempre peggio la stessa frase.
È un po’ di tempo però che di cantanti Montale non ne sente, da quando cioè ha smesso di fare la critica musicale, così adesso alla Scala non ci va più. Né lo invitano alle prove generali, da quando il sovrintendente Ghiringhelli gli ha bocciato la prefazione per un volume sulla Scala nel ventennale della ricostruzione. Non è stato comunque il sovrintendente a comunicargli il rifiuto; ma l’ufficio stampa, con una telefonata che diceva grazie tante, ma il pezzo non va bene, perché s’è permesso di dare dei giudizi personali (forse sette righe d’elogio al maestro Siciliani?).

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Del resto dai direttori o sovrintendenti dei teatri lirici lui non s’aspetta granché: non molto tempo fa uno di costoro infatti ricevette in omaggio dei dischi della Deutsche Grammophon, e la lettera d’accompagnamento finiva con due versi di Federico Hölderlin sulla musica che più di ogni altra arte affratella gli uomini: e non ringraziò lo sciagurato indirizzando la lettera a Federico Hölderlin, Berlino, direttore dalle Deutsche Grammophon? (Lettera subito fotografata e mandata in giro per il mondo con commenti ironici del vero direttore).
Con quel suo viso fuori d’ogni norma, a vari piani rotondi, scosso inoltre da qualche tic non inquietante (come gonfiare e sgonfiare adagio adagio le guance, il che aggiunge una superficie rotonda in più all’insieme), quando smette di parlare, Montale pare che faccia le fusa in poltrona ruminando i ricordi, ma non c’è domanda che non accetti, e a cui di buon grado non risponda. Ma sì, anche sui giovani naturalmente, e sui loro movimenti, coi quali però non si può identificare, per il semplice fatto che lui non è mai stato giovane, non lo è mai stato perché nessuno gliel’ha detto mai, e di solito è quando vengono dette che le cose si sanno.
Lui era il più giovane della famiglia, e aveva soltanto amici più vecchi, così quando conobbe Sbarbaro che gli era maggiore di sette anni, lo trattava con reverenza e quasi gli venne un collasso il giorno che gli propose di dargli del tu. Quel che poi vogliono fare della scuola i giovani d’oggi, sia così privilegiati (tutte quelle borse di studio, i campeggi, i viaggi, i divertimenti vari, e oltre tutto possono cominciare una carriera politica a venticinque anni), a Montale non è chiaro. In realtà, e qui la sua faccia si arriccia un pochino dal divertimento, se si organizzassero bene per distruggere completamente lo Stato, potrebbe anche nascere una cosa curiosa. Ma è sicuro che non lo faranno perché son tutti in cerca di una sistemazione.

Né d’altre parte si sa cosa sarà la scuola di domani, dati i professori e i laureati di oggi. Non sono pochi gli studenti che gli scrivono per chiedergli cos’era il Gabinetto Vieusseux che egli dirigeva, perché i loro professori non lo sanno. Quei pezzi d’asino, commenta sbuffando di nuovo: e si che al Vieusseux ci andava gente come Manzoni e Leopardi.

E intanto le cattedre vanno moltiplicandosi, e le cosiddette scienze dell’uomo, ogni giorno ne nasce una, compresa la semiologia che in un recente congresso è stata definita una scienza di cui s’ignora tutto, son poi materie che dovrebbero rientrare nelle curiosità individuali, senza essere studiare a scuola. Obbligatorie a scuola dovrebbero essere solo la lingua italiana (che nessuno sa più) e l’educazione: tutto il resto facoltativo.
Insieme a Carlo Emilio Gadda, Montale (noto come Eusebio tra gli uomini di lettere) è certo l’unico oggi, almeno fra i letterati, a dar prova di un’educazione di altri tempi, piccoli inchini, rigide attese, mano tesa ad indicar precedenza, tutto un minuetto davanti alle porte; è accompagnato dalla fama di burbero e scontroso, ed è invece gentilissimo con tutti «specialmente con la piccola gente, un po’ meno con l’alta» egli precisa. E qui ricorda lo stupore di una sua compagna di ascensore di qualche tempo fa, la vecchia cameriera di un avaro (così avaro da scegliere il suo personale fra gente tremula e fatiscente, perciò di poche pretese, e questa aveva candida la testa, grossi pacchi in braccio e gonfie vene bluastre nelle gambe). Rimase ferma nel suo angolo una volta giunta al pianterreno, quindi: «Prego», gli disse. «Esca prima lei». E: «No», fece Montale. «Passi lei per piacere». « Ma cosa dice?», ripetè la vecchia: «io sono una donna di servizio». E lui pronto: «Anch’io sono un uomo di servizio», e con un inchino le lasciò il passo.

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In mezzo all’“alta gente”, quando è costretto ad andare a un ricevimento o ad un cocktail, Montale è spesso a disagio: alieno com’è da tutte le moine sociali, in queste occasioni è specialista nel farsi sempre più remoto, come distaccato, e composto in una specie di sua allegrissima noia. Basta farglisi vicini infatti a guardare insieme a lui una persona o una cosa, perché la battuta ironica affiori insieme al divertente ricordo.
«Mi fa venire in mente un ricco signore che conobbi a Firenze tanti anni fa», dice avvistando uno dei tanti ingredienti oggi indispensabili a una riunione mondana, cioè un uomo cortesissimo dai modi femminei. «Un tale che credevo morto da un pezzo, invece l’ho visto di recente a Lucerna, sui novant’anni, direi, con una parrucca, e tutto desolato perché il suo giovane amico se n’era andato lasciandogli un biglietto e portandogli via la Rolls Royce. Sono autofinanziamenti, mi dicono, che in quegli ambienti sono di ordinaria amministrazione».

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Benigni commentatori, maligni criticoni

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Con Benigni siamo amici da anni. Lui è grande nel “buffo”, ma lasciamo stare il “comico”. I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che interessa a me è un’altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime.

Carmelo Bene

Io non trovo nulla di strano, né nulla di male nel cambio di idea di Benigni, pur se avviene dopo poche settimane dalle sue dichiarazioni contro la riforma costituzionale. Uno non può cambiare parere? Il problema non è suo, è della massa di italiani ignoranti e beoti che si affidano ad un buffo (o buffone) e alle sue parole come massime di vita e precetti quasi divini, è della feccia italica che ritiene normale diffondere sulle reti nazionali pubbliche e nelle scuole Benigni che spiega la Costituzione, Benigni che spiega Dante, quasi che non vi fosse nulla di più bello, profondo e preparato di un buffone che si improvvisa vate nazionale. A questa massa di imbecilli con diritto di voto dico: avete quello che vi meritate. Se ritenete che questa Nazione sia da rappresentare attraverso un buffone… avete ragione. Un buffone adatto a tutte le stagioni (è il suo mestiere) è l’immagine calzante di questa penisola mediocre e sonnacchiosa, tutta “eventi” e “cose esclusive di gruppo”, se poi vi stupite siete fessi 2 volte e rendete evidente quanti stupidi si aggirino per queste lande. Dunque benissimo Benigni, benissimo lo Stato a considerarlo il suo degno portabandiera, benissimo questa chiesa (c minuscola) e questo papocchio a cercarlo come testimone d’eccezione dei propri libri,

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tutto bene, che cazzo vi lamentate?

(AP)PARENTE SERPENTE ovvero Come ci ingannammo nel cogliere la mela perché era bacata ed il verme lo prendemmo per serpente, ma sarebbe bastato ascoltarlo parlare per capire che c’era poco sibilo e molta terra morta

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Massimiliano Parente è uno scrittore mediocre, mediocrissimo. Se uno elimina quelle tre fesserie da ultimo rimasuglio della pop art e il suo recente pornoliquame (non siamo contrari al porno, siamo contrari a Parente) sotto lo scandalo apParente resta cosa? Uno scrittore mediocrissimo in cerca di etichette. Verrà pubblicato quanto vorrà, non dubitiamo, perché è rapidamente digeribile e lo si espelle tutto, grassi compresi, manco si pigliasse una pilulina. Oggi ho letto la sua modesta proposta (non intendo alla Swift) sul sito Dagospia riguardo ad un “porno per tutti”, in particolare per la Lucarelli. Pareva di leggere quei compitini dei nonnetti che hanno scoperto LO internet. Ciacolava di filmetti amatoriali, succhiate di cazzo, ex girlfriends (così diceva), insomma di categorie da sito porno… il bello è che si sentiva come, in cuor suo, provasse la sensazione di essere ggggiova, up to date (ciapa!) e moderno. Appunto, un vecchietto che ha scoperto internet e non a caso l’ultimo brutto libro di Parente già dal titolo richiama alla memoria il nonnino che si traveste da Batman per fottersi la badante. Siamo ancora alla fellatio, dove Fel sta per Fellini e Latio per ‘a Lazio. Questa letterina ci ha donato però una cosa graziosa

Ma essendo il porno l’osceno, ossia ciò che è fuori dalla scena, ciò che non possiamo vedere, il punto sono le vip…

Scopriamo infatti che Parente ignora, infatti la perculata OSCENO da FUORI SCENA è un vecchio tormentone beniano, ma è anche una solenne castroneria, difficile da dire se Bene, spesso in vena di giochi di parole (e parole di giochi, sciocchina) fosse consapevole della falsità di tale etimo, resta il fatto che a Bene questo si concede perché c’è tutto il resto, ma il resto di Parente….

Viadotti per suicidi nella letteratura contemporanea

Giancarlo Dotto ha pubblicato in questi giorni un romanzo. La notizia non sarebbe interessante se non fosse per il titolo “Sono apparso alla mia donna”, evidente ripresa del più celebre “Sono apparso alla Madonna” di Carmelo Bene. Non è certo un caso visto che Dotto è stato per diversi anni un collaboratore di Carmelo Bene e non molti anni or sono, con il medesimo editore del “sono apparso..”, diede alle stampe un librettino di ricordi dedicati alla sua frequentazione con C. B. (ne parlai due anni or sono)

romanRimuginavo sopra questo impoverimento della fantasia e il pessimo gusto dell’ultimo titolo di Dotto, sospetto legato ad un intento di riprendere certi sperimentalismi joyciani/beniani e a come avrei molto più gradito un “Sono apparso a Maradon(n)a”, titolo più consono e filologicamente fedele a C. B., quando mi capita davanti questo volumetto

www.mondadoristore.itpenso inizialmente ad una satira, uno sbertucciamento ai tanti, tantissimi estimatori di uno dei buffoni della nostra epoca. a questo collezionista di titoli di giornale, ma dalla prima pagina inizio a sospettare che non vi sia nessun intento di critica. Il collaboratore di C. B., il C.B. che se ne fotteva del Rwanda (cosa avrebbe detto dei barconi?) del C. B. che si interessava solo al porno ed ai grandi casi clinici, disteso ai piedi del più banale imbonitore di piazza degli ultimi decenni. Quello che oggi dichiara

‘Tre parole-chiave per la vita della famiglia: permesso,grazie,scusa’

Permettendomi di scoprire finalmente che il nuovo Vangelo del 2000 era riassunto con maggiore destrezza dal duo Mogol – Micky del Prete

e mi accorgo pure che, con una parabola (in)degna del Benigni, da TeleVacca a Puttana di Stato, Dotto naneggia scivolando da collaboratore di un C. B. ad estimatore di un Francesco qualsiasi dai sandali impolverati, polvere alla polvere, polvere con la polvere…

CARMELO ED EDUARDO ovvero DUO POUR LA FIN DU TEMPS

Profondo, complesso, mai abbastanza studiato, fu certo il rapporto tra due dei pochi geni del nostro XXesimo secolo peninsulare (non dico italiano perché, come detto in più occasioni, dire italiano è fuorviante). Carmelo rispettava e onorava moltissimo Eduardo, riconosceva di avere appreso molto dalla sua arte in scena, Eduardo omaggiava Bene riconoscendolo come uno dei pochi che dicessero qualcosa e non si limitassero ad emettere suoni, suoni che pur erano l’ossessione di C. B.

Le recenti brevissime, giusto un assaggio, micro memorie di Giancarlo Dotto in omaggio di C. B. iniziano, non a caso, da un episodio accaduto durante una tournée estera di Carmelo ed Eduardo, e la nostra invidia è indicibile per tutto questo. Prendete anche voi il piccolo volume, edito da Pironti, perché l’invidia si propaghi fino a soffocarci, magari allora ci verrà voglia di menare calci.

Segnalo a proposito di C.B. ed Eduardo un documento che, nella mia distrazione, non avevo mai visto e che se anche a voi è sfuggito è bene, se volete, che lo divoriate prima che svanisca nuovamente, un intervento congiunto dei due alla Sapienza, ricco, ricco anche di pause, di gauloises, di risate, di interventi, di Albertazzi (evocati e, a ben sentire, pure nel pubblico più volte) e di breve note sul disastro teatrale del nosocomio di Stato e del Ministero di Lazzi, Cazzi e Spettacolo con Strehler “il talentato nei capelli” come diceva C. B. Lo potete trovare, diviso in due parti (1 e 2) sul sito della Eclap (e-library for performing arts). Di C. B. al momento trovate questo e molti filmati dedicati al suo Macbeth. Di Eduardo tragicamente ancora meno, almeno per quanto sono riuscito a cavare dal sito, ma il video della Sapienza vale già tutta la baracca.

CARMELO BENE (Alberto Arbasino, Repubblica -pardon-, 12 aprile 2012)

Riporto il vorticoso ricordo di Arbasino di C. B.

Tanti anni fa, i critici drammatici «togati e patentati» non frequentavano certo le cantine “off”. Assistevano alle frequentissime grandi prime delleg randi compagnie, nei teatri maggiori, e componevano ampie recensioni di tipo saggistico, con attenzione ai dettagli e vasta circolazione di idee. Interferenze letterarie continue. Ma nessun “teatrino” minore, così come niente spettacoli di rivista, nemmeno per Totò o Macario o la Osiris. Né tantomeno per gli enormi successi dei Legnanesi dialettali, a Milano, in quel santuario dei Ricci e delle Pagnani che era l’ Odeon delle signore della scenae delle signore dabbene. Tutto cambiò con Carmelo Bene, credo. Forse veramente lo “scoprimmo” con Ennio Flaiano, e qualche dotto inevitabile paragone con Antonin Artaud, su una modesta scena remota dal centro storico e dai circuiti “bien”. Altro che maniere chic, là. Ogni dettaglio sembrava – ed era – approssimativo e casuale. Altro che le geometrie post-brechtiane di Strehler o le raffinatezze minuziose di Visconti o le accurate eleganze di tanti altri. Il set di quella Salomè indimenticabile poteva rappresentare l’ after hours di un produttore povero. Bottiglie vuote di whisky e sambuca sparse in terra per dare l’ idea dell’ orgia, fra cenci Art Nouveau da piazza Bologna appesi a corde da bucato. Soli mobili, un radiofono-bar-tabernacolo, e una pattumiera foderata con la stessa peluche rossa dei palchi all’ Opera. Tutti i personaggi in scena, abbigliati di fantasiosità rossee-oro, con tiare, mitrie, paralumi, passamanerie, fiori di pezza, mimando l’ Alba Dopo il Party in Piscina nella Notte d’ Antonioni: sguardi opachi, avanti-e-indietro casuali, sigarette a metà, bicchiere che non si sa se mettere giùo portare alla bocca. Come disco, Santa Lucia luntana. Poi cambia, ed ecco il Danubio blu. «Wilde oltraggiato», intitolarono i giornali. Provocando finezze d’ epoca: «Pascoli ustionato da uno scoppio di bombole», «Carducci derubato di giambi ed epodi». «D’ Annunzio investito da una Giulietta che fugge». Ma prima di attaccare col testo d’ Oscar Wilde per almeno un quarto d’ ora Carmelo abbigliato come il Nerone di Petrolini traballava bofonchiando inintelligibile. Erodiade era un travestito florido e protervo, sempre con una schiava in braccio. Salomè, impostata come un Calibano da filodrammatiche, un ragnetto col sedere coperto di lividi, saltellando a quattro zampe e uggiolando «voglio la testa, yé-yé» con versi da Beatles ogni volta che Erode le offre pavoni o crisopazi. Franco Citti in accappatoio (Jokanaan) a furia di rifiutare drinks viene afferrato, spogliato, cacciato in un bidone beckettiano. E lì, «Fateme uscì! O armeno, dateme da magnà!». Quando si attiva il testo, ove proliferano e serpeggiano le allucinazioni e le metafore, Carmelo dice anche le battute di altri. «Guarda la luna, non ti sembra una principessina circonfusa di veli?». Ma Erodiade, stizzosa: «No». Allora lui, con nasalità lascive e gesti suadenti: «Non pare una principessa abbigliata di bianco e viola, con un godet qui e una pince là, alcuni disturbi nervosi, un papà burbero ma di buon cuore, una zia con un passato galante?…». Qui Richard Strauss sarebbe ovviamente beato, raddoppierebbeo triplicherebbe la sua Salomè. E il divino Pavarotti: «Tu pure, principessa, nella tua fredda stanza, guardi le stelle, che brillano d’ amore, e di speranza»… Ma il travestito, dispettoso: «Macché». «Insomma, almeno una cortigiana che batte gli angiporti, naturalmente di Mitilene, in cerca di marinai non qualunque, solo del Caspio»… Però, ad ogni «Guarda meglio» di Erode, la caparbia Erodiade risponde polemicamente di no, finché sbotta come Wittgenstein: «La luna somiglia soltanto alla luna!». Eccellenti assemblages, subito dopo. Una Manon Lescaut con regìa allo scoperto di Carmelo stesso in prima fila e giacca da gelataio, e un microfono per trasmettere al cast consigli e insulti e versi di Francesco Gaeta e Salvatore Di Giacomo, forse cari a Benedetto Croce ma qui del tutto inservibili. Quando poi lui diventa Des Grieux, è incantevole che Carmelo sia solo, e affaccendato a caricare ben sei Manon, donne dai molti volti, ma strapazzate e malmesse, sulla canna di una sola bicicletta. Non pare una trovata fantastica, alla fine del primo tempo, una parodia guitta e simultanea delle opere più note, con la Traviata che tossisce ed Escamillo che manda baci alla folla, ma intanto Otello e Canio si contendono la Mimì per pugnalarla o strozzarla, e la Tosca viene trattenuta da Pinkerton mentre fa il salto. Però è geniale che nel finalissimo, tutti morti, i corpi vengano visitati da un vero cavallo da opera, condotto da un suo vetturino perplesso. L’ Edoardo II, capolavoro di Marlowe, diventava un vespaio di Earls e Lords intorno a un “duo” indaffarato a smontare un trono fatto di cassette da verdura, e trasformarlo in un lettone king size. Una scelta che coincideva con gli esperimenti coetanei di Peter Brook sul Teatro della Crudeltà. E nella Storia di Sawney Bean l’ innocente e abbondante verslibrismo dell’ autore-editore Roberto Lerici viene ricoperto e sopraffatto da fragori infernali, mentre le tante righe del testo vengono distribuite al pubblico dalla bravissima Lydia Mancinelli. Carmelo stesso butta il resto del testo in un viluppo di sipari che si aprono e chiudono fra luci lampeggianti e grammofoni in libertà. Con O sole mio cantato da Elvis Presley, e un Rosenkavalier – tormentone che ricomincia sempre più accelerato, gettando automaticamente gli astanti in deliquio. Furono felicemente numerosi e assai pensati, gli spettacoli riuscitissimi di Carmelo. Poi, per le Interviste impossibili, alla radio, gli chiesi di interpretare (appunto) Oscar Wilde. Lì facevo un cronista pecione che lo inseguiva di corsa in una stazione piena di fischi di treni. E alle domande più inesperte e balorde, così, lui poteva rispondere con le sentenze di Wilde più celebri. «Non esiste nessun peccato al mondo tranne la stupidità». «Se le classi inferiori non ci danno il buon esempio, si può sapere cosa ci stanno a fare?». «Un cinico sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna». «Essere naturali è una posa talmente complicata da tenere». «Adoro i piaceri semplici. Sono l’ ultimo baluardo della complessità». «Il solo fascino del passato è che, per fortuna, è appunto passato». …E le donne?… E l’ amore?… «Tutte le donne invecchiando diventano come le loro mamme: È la loro tragedia. Gli uomini invece no, e questa è la loro… Le donne rappresentano il trionfo della materia sopra la mente, così come gli uomini rappresentano il trionfo della mente sopra la morale… Nessuna donna può essere troppo precisa sulla sua età, o parrebbe una calcolatrice… La quantità di donne a Londra che flirta coi propri mariti è perfettamente scandalosa. Che brutta impressione: è come lavare i propri panni puliti in pubblico… Basta così, o ne volete ancora?». Sbuffi di vapore, fischi del treno. Citazioni convulse. Simone de Beauvoir: «Donna non si nasce, ma si diventa». Joseph Conrad: «Essere donna è tremendamente difficile, perché consiste nell’ aver a che fare con gli uomini». Voltaire: «Le donne somigliano alle banderuole: si fissano quando arrugginiscono». G. B. Shaw: «La volubilità delle donne che amo è uguagliata soltanto dall’ infernale costanza delle donne che amano me». Ivy ComptonBurnett: «Non credo che esista una donna come le altre, forse le altre non esistono, e se ci sono, sono talmente poche che non contano». Si avvicina un doganiere: «Cosa ha da dichiarare, Maestro?» «Solo il mio genio». E poi, dal treno che ormai sta partendo e si allontana sbuffando: «I buoni americani quando muoiono finiscono tutti a Parigi. Se qualcuno scompare, prima o poi ricompare a San Francisco!». Con Ludwig II di Baviera, Carmelo fu perfettamente onirico, fra Wagner e Richard Strauss e czardas anni Trenta di Ivor Novello. Tra Positivismoe Fiaba, tutta una fantasticheria sonnolenta sui ritrovati della moderna meccanica applicati ai castelli in aria bavaresi: cioè un’ anticipazione pratica di Disneyland. Con giudizi politici molto taglienti. Sui lombardi «che respingono un’ amministrazione austriaca perfetta, tutto in orario senza un granello di polvere e senza bisogno del duce». Sulla vergogna del 1866: «allearsi con Bismarck per togliere il Veneto alla patria di Bruckner e Mahler, e attaccarlo a quella di Mascagni!». Ma soprattutto Carmelo sospirava sonnolento. «È già mezzanotte? Non accenda la luce. S’ accomodi su quel cigno, ma se preferisce la renna, non faccia complimenti. Non rompa le uova di struzzo. E attenzione agli obelischi. È comodo? Mi dica pure». Rimanemmo col rimpianto dei film che non si riuscì a fare, per lo spavento dei produttori. Non solo un Super-Eliogabalo con lui svagatamente “crudele”, alla Artaud, in una romanità baraccona, e un Trio Lescano di mamme scatenate alle ultimissime mode e voghe degli anni Trenta. Con musiche di Sylvano Bussotti, magari cantate da Cathy Berberian. Soprattutto, un Principe costante, da Calderón de la Barca, con l’ ostinato eroe cattolico portoghese tutto d’ un pezzo fra le mondanità e seduzioni della Marrakesh contemporanea Mario Ceroli progettava dune desertiche di legno da imballaggio, nel teatrino di via Belsiana, forse con Luca Ronconi dubbioso. Carmelo voleva invece salire e scendere prima giallo e poi rosso o verde o blu tra le famose pozze dei tintori e conciatori a Fès, intrepido e sfidante sotto una massa di turisti fotografi. ALBERTO ARBASINO

PLATEE DI DONNE COSCIOTTE PER IL DON CHISCIOTTE DI UN BRANCIAROLI QUALSIASI

“Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu. Divina è l’illusione.”

Faticherò sempre a ricordare un Riccardo III di Branciaroli, dove il suo perBenismo sfiorava punta di insopportabile idiozia, ma senza mai raggiungere quelle cime che avrebbero giustificato la mossa. Mi pare d’essermi agitato parecchio sopra quella poltrona, al Donizetti di Bergamo, ma era una agitazione che nasceva dal progressivo addormentarsi di ogni parte del mio corpo davanti alla noiosa boria dell’ATTORE conclamato, sì Branciaroli è un ATTORE conclamato, come è conclamata una malattia, di quellle che ti gratti, la sua è notoria infezione e tutto questo agitarsi non ha molto senso. Ora il Don Chisciotte. Non sopporto Branciaroli, la sua totale mancanza di personalità, la sua pochezza vocale (un poco grifagno, ma niente più, lui si considera un “mostro” vocale, lo ha detto in più di una occasione, crede di essere un superdotato pure in gola), l’intellettualismo da mignotteria d’accatto sul quale si è adagiato, il suo naticare in scena, lo stridio di materiale galinaceo da ovificazione, le urla e i gridolini di orgasmi involgariti dall’erotismo alfabetizzato, le formiche nelle gambe, la mandibola che mi scrocchia all’ennesimo sbadiglio, le distese di vacuità mediocre, dove non raggiunge mai nulla che ti sorprenda e con la voce produce citofonia e telefonia di bassissimo grado. Volgare. L’infermità pattumifera del suo convento vocale non ha mai donato increspature o totale banalità, sono sempre le eterne corsie sotto luci orizzontali, cerca l’effetto, lo cerca ma non lo trova e ora, qualcuno direbbe genialmente (ma se è un geniale è un geniale da mercante che vende merce contraffatta ad alto prezzo perché oramai è l’unico del villaggio), accentua ancora più la sua vocalità mediocre imitando, imitando platealmente e dichiaratamente Bene (orrore immondo) Gassman etc… ci gioca, vuole darci ad intendere, ci gioca, dalla conchiglia manda fuori ora un corno ora l’altro, poi li ritrae e torna al mediocre di base (non che non siano mediocri pure le due protuberanze), ci vuole dare ad intendere che se volesse, oh se volesse, ci farebbe schiantare a terra la mandibola, schizzare fuori gli occhi, ci farebbe impazzire, ma preferisce giocare al travestitismo vocale perché “è una esigenza scenica e artistica” e un omaggio/sberleffo dei due “imitabili”, come ama concludere l’opera, peccato che della loro non imitabilità ne dia evidente prova lui stesso.

“Queste mie opere sono tracce, non testamentarie voglio sperare. Forse nascondono una vanità infantile, forse si possono considerare uno specchio di me, che sono ancora un morto vivente

No, Branciaroli, non è una esigenza, è un ricorrere d’emergenza alla comodità di un manualino per montare lo spettacolo. Un foglio a soffietto, uno schema da Ikea, il piolo, il buco, la voce, avviti ed ecco davanti a noi il seggiolone per i bimbi rimbecilliti. Ma noi, pur a fatica data la pochezza, ricordiamo e ricordiamo molto altro e questo tuo “appoggiarti” alle imitazioni è di lunga data, tu hai sempre mischiato una recitazione da trombetta (trombone giammai) a questa sorta di pupazzo nevrastenico, nella tua mente omaggio a Bene o scuola di…, e ti dobbiamo dire cosa ci sembra, nella sua ultima evoluzione: Luca Laurenti. Sì, sembri Luca Laurenti, quindi immaginati quale splendida prova d’attore “scuola di” sei riuscito a tirare fuori in questo ennesimo sforzo (del pubblico). Sarai applauditissimo e avrai la solita distesa di donne in fregola risalente, pare, ai tuoi trascorsi brassiani, quelle che si girano fulminanti se uno da dietro, a buon diritto, prorompe in un “che cagata pazzesca” non potendone più, in fondo a queste credo che, sotto sotto, piaccia pure Luca Laurenti, dunque due piccioni con una Fava.