Niente panico arrivo io (racconto brevissimo)

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    L’urbanistica è un casino. Strade chiuse, sensi unici, lavori in corso. Se ti muore uno in un punto si fa l’assembramento, aspetti gli incaricati, lo portano via, sgomberare, non c’è più nulla da vedere, apriremo un gruppo whatsapp dove carichiamo tutte le foto e ve le scaricate. Il problema è quando la roba è più difficile, un omicidio, un caso irrisolto, un bambino, allora sono guai per l’urbanistica, tutti arrivano, vogliono vedere, vogliono toccare… ma quella macchia… ma quella impronta… ma quella sagoma. Se poi il fatto è avvenuto in periferia tra rotonde, gps e scioperi non arrivi più, si ingorga la via principale e partono i clacson, non dormi,  non riposi, la televisione la puoi buttare, vedi solo immagini.

    Io allestisco gli spazi dove mettere i ricordini. Avete presente quando muore uno e tutti vogliono portare il pupazzetto, la letterina, il cuoricino che se lo apri canta “Dammi tre parole, sole, cuore, amore”? Lavoro per i comuni, quando c’è un guaio mi chiamano, arrivo, ho già un paio di gadget personalizzabili in auto, allestisco il punto, l’altarino del ricordo, metto giù due candele, un fogliettino, pupazzetti, la gente arriva e capisce subito… il cittadino non è scemo, se vede roba accumulata ci lascia pure la sua, tipo discarica abusiva, che poi si sente in colpa se mette la letterina più lontano, fa la figura dell’asociale. Quando il morto è in periferia faccio pure i cartelli con le indicazioni, l’ufficio comunale mi indica il tragitto preferibile e io metto gli striscioni, “per il morto da questa parte” “per il tavolino del dolore”. Dei fiori non mi occupo, ho una zia fioraia, viene lei, lascia bigliettini, butta quelli troppo appassiti, ne vende di nuovi, è abusiva, preleva tutto dal cimitero e te li porta freschi sul luogo del disastro. Ultimamente sto ampliando il mio settore e mi dedico alle fiaccolate, di protesta, di supporto, in catalogo ho pure quelle da linciaggio, al momento non mi danno i permessi, ma ci sto lavorando.

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Dove tutto iniziava e finiva (Breve racconto)

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Il viaggio era stato duro. In testa mi rintronavano le parole sul dovere, sul grande passo avanti per il genere umano, sulla straordinaria possibilità offerta di fare la Storia con le proprie mani. Per il momento avevo solo provato freddo, mal di ossa e una paura quasi indescrivibile, ma almeno ero arrivato alla meta, in un luogo tanto diverso e irreale. Come dipingere una terra desolata, una distesa arida e sola? Tutto qui trasmette l’idea di una esistenza infinita, di una arcaicità che sfida ogni legge, di un abbandono consolidato dai millenni. Pochi minuti dopo essere uscito all’aperto ed ecco che tutto quello che abbiamo lasciato alla partenza inizia ad assumere i connotati di un altro sogno. Il sospetto è che questo sia il nostro elemento, che noi si sia fatti di questo terriccio sterile, risvegliati da uno strano letargo che ci ostiniamo a chiamare vita. Lo dico chiaramente e facendolo, quasi senza pensarci, sfioro con le mani il petto, là dove sotto, al collo, è il mio piccolo crocifisso… sospetto che questo sia l’aldilà, il paradiso e l’inferno, l’espiazione eterna, il nulla forse, questo è il mondo da cui emergiamo per il breve sonno detto vita e dove torniamo a rifugiarci alla morte.

Sembra pazzia… racconti per bimbi alla comunione, ma come definire questo nulla così concreto? D’un tratto la contemplazione, così profonda e dolorosa, viene distrutta dalla silenziosa massa che ci viene addosso, rasoterra, ancorata al suolo da infinitesimali filamenti, quasi un corpo ricoperto d’un vello vaporoso. Una nube vasta, uniforme, sorta come dal suolo stesso, una bassa parete, un muricciolo denso avanza verso di noi. Non capisco. Non può essere che da questo vuoto infruttuoso sorga d’un tratto un portento di questo genere… eppure scende lentamente, aderisce ad ogni conformazione, se avessi un binocolo sono certo che lo vedrei arcuarsi leggermente per ogni minimo sassolino del terreno. Lo so che suonerà sciocco, ma nonostante quel muro semovibile fosse l’ incarnazione stessa del silenzio eppure, al di là di ogni possibilità, potrei giurare che produceva un suono, un sibilo, anzi una parete di sibili come se celasse tante zampette tubolari che all’impatto con il terreno risuonavano risucchiando polvere.

Poi li vidi.

Sbucavano dalla nube. Il corpo presentava un aspetto del tutto simile al mio, ne potevo valutare grossolanamente arti e struttura, anche i movimenti tradivano un comune funzionamento. Il volto o quella cosa che doveva essere il volto risultava però terribile. Non vi erano tratti somatici reali, due enormi occhi tondi, opachi, come grosse pupille monocolore, immobili, simili agli occhi di certi insetti e degli insetti, a vedere bene, sembravano possedere quella che doveva essere la bocca: una sorta di aguzza punta dove si convogliava tutto il cranio. Non vi erano né peli, né ciglia, né capelli, tutto era composto da questa uniforme massa grigiastra e se non fosse stato per quei due grossi occhi insensibili avrei faticato a trovare corrispondenza con il mio corpo. Questi esseri avanzavano tra la nebbia senza variare di passo, costanti, come se guidati all’unisono da quel sibilare. Il terrore non mi dava modo di fare alcun gesto, non vedevo già più i miei compagni, la nebbia oramai mi possedeva e quelli avanzavano, ora mezzi nascosti, ora visibili per intero. In alcuni momenti emergeva solo quel terribile cranio e io mi sentivo stringere al petto da un dolore sempre più forte e invincibile. Non so quale potere o quale arma misteriosa, so per certo che essi mi dominavano a distanza, colpivano il mio corpo e lo agitavano solo con il pensiero, una mano invisibile mi afferrava la gola e stringeva, sempre di più, mentre le gambe cedevano. Furono i momenti più orribili e lunghi della mia esistenza. Eppure ancora c’ero, il mio petto c’era, sotto alla protezione potevo sentire la piccola croce, in quella terra di nessuno, in quel paradiso e inferno, in quel luogo dove tutto iniziava e finiva…

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Coincidenze della memoria (racconto breve)

Boris Kustodiev [Russian Painter, 1878-1927 by Catherine La Rose (2)

Boris Kustodiev

   Questo mio vizio del tenere un diario è nato dalla mia fissazione per le coincidenze. Ho sempre creduto che clima, luoghi e giorni collaborassero a indirizzare le nostre e le altrui azioni, ho registrato così ogni fatto per potere, di anno in anno, compiere a ritroso il cammino. Ho tirato linee, messo frammenti sulle bacheche di casa, tracciato tramite puntine e cordicelle dei disegni geometrici tra data e data, nel corso di pochi anni pensavo così, ancora lo credo pur con meno forza, di potere stabilire l’andamento generale degli anni a venire per me e per chi mi stava attorno. Per questo ho il diario, per questo ho conservato memoria di quanto ho visto frequentandola. C’è chi, sorridendo, mi ha chiamato suo servitore, chi addirittura suo confidente spirituale, non so se mi stiano deridendo o blandendo, ogni giorno squilla il telefono, il fine settimana suonano al cancello due o tre persone, vogliono intervistarmi, vogliono sapere, chiedono insistenti e io rispondo, rispondo quello che dico di ricordare, quello che posso dire, ma non uso mai i miei diari, non li svelo, dico loro quello che tutti dicono eppure quel che dico io vale tanto di più. Dopo la mia morte qualcuno li vedrà questi quadernetti sparsi, valuterà di anno in anno le mie vicende, ma io non li voglio svelare.

   L’ho conosciuta tanti anni fa, lei è del mio quartiere, ma ci siamo incontrati in età adulta, già ne parlavano tutti, lei era alla mano, cortese, disponibile, non si dava davvero troppe arie, ma non posso certo dire che, al di là di quelle occasioni dove la necessità dominava tutto, lei cercasse contatti umani con quella gente che ricorreva sempre più a lei piena di speranza. Restava selettiva, ma se capitava in pubblico non si mostrava mai infastidita. Cosa vide in me? Perché diventai così assiduo tanto da seguirla poi ad ogni ora? Non potrò mai dirlo, ho sfogliato e risfogliato i miei appunti, non ho trovato nulla, anzi, una noterella mi ha portato alla memoria che, a suo tempo, ebbi l’impressione di esserle antipatico. Invece non fu così, mi venne a cercare, mi allestì un appartamentino a fianco del suo. Io la seguivo un po’ ovunque, mi incaricavo anche di questioni pratiche e chi si ricorda può immaginare la quantità di faccende che mi cadevano addosso, sempre di più. Lei percorreva in lungo e in largo la penisola, poi il mondo, io dietro con biglietti e agende, ogni festa, ogni ricevimento, ogni serata danzante, eravamo ovunque e la nostra intimità era totale. Chi credete che le tenesse la testa quando, dopo una sbronza, vomitava in qualche bagno? Chi andava a comprarle la dose? Io, io pulivo pure la tazza del cesso prima di mettere la pista per la pippata serale, quando iniziava a perdere colpi, quando il sonno si faceva sentire e lei voleva continuare a fare festa (ovviamente pippavo pure io, ma ho smesso, saranno 10 anni ad agosto). E chi si occupava di tutti gli amanti… ho bruciato tutto alla sua morte, ho dato alle fiamme gli elenchi con tutte le annotazioni che mi dettava, ho dato tutto alle fiamme anche se lei voleva che li tenessi… “sono la tua pensione, tienili, ti serviranno, chiami questo e chiami quello, vedrai”, ma io avevo già di mio: mi ha sempre pagato bene e mi ha sempre dato una percentuale delle mazzette, in fondo ho faticato tutta la vita come un mulo, correndo a destra e a manca, neppure mi sono fatto famiglia! E forse è meglio perché la sua passione più grande era disfarne, ogni uomo sposato era una preda sempre più interessante dello scapolo, amava la catena di conseguenze, le rotture, le grida, amava cogliere sul volto dell’amante di turno la traccia dei problemi di casa. I singoli spesso li torturava con la faccenda degli aborti, si inventava di essere incinta, quelli iniziavano a spaventarsi, poi fingeva di abortire, altre volte invece abortiva davvero, ma spesso in questo caso neppure avvisava il padre mancato.

Poi si ammalò, la cosa fu penosa, penosa perché non sapeva accettarlo, non volle ridurre il ritmo, anzi, divenne sempre più famelica di tutto, penso che sarebbe vissuta ancora qualche anno se si fosse moderata, ma era impossibile, la sua natura non poteva accettare pause. Mi manca. Nonostante i bisticci e le terribili scene, le pretese continue, devo dire che sento sempre la sua mancanza. Ho eliminato tutte le sue foto, cerco di non vederla, perché divento sempre più sensibile, in particolare nei mesi di febbraio e giugno, un nulla basta per commuovermi e non voglio mostrarmi in questo stato. Non scriverò nessun libro, nessuna biografia e nessuna intervista verità, non voglio dire nulla eccetto quel poco che dicono tutti, non mi vedrà mai nessuno in televisione, né in qualche documentario e quando morirò i miei diari saranno depositati per 100 anni presso una banca, poi che leggano quanto vogliono o brucino tutto. Voglio restare in casa, tranquillo, tra i miei libri el e mie piantine, ricordare quello che voglio ricordare e pensare il minimo indispensabile, lontano dal frastuono e dal baccano. Per questo, Santo Padre, non ho intenzione di partecipare alla cerimonia di beatificazione che si svolgerà a San Pietro il mese prossimo.

Mi comprenda e perdoni.

Le giuste proporzioni (breve racconto)

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Jonathan Janson, Girl in Hyacinth Blue

Il Paradiso… il Paradiso… voi non potete sapere… voi non potete capire quante notti ho passato in contemplazione del cielo e mi rompevo la testa, colpi duri, sopra il cranio, per pensare meglio, nel dolore, a quella visione che m’era negata. Cristo, Dio, il Paradiso, la Rosa celeste, la visione della luce eterna e immensa, ma dove, dove mi sarei trovato, quanto avrei atteso? Quale fila interminabile è per le anime in attesa di giungere al cospetto del Signore e quanti peccati avrò da espiare… eppure io non pecco, non pecco molto oramai, cose comuni, niente stragi e niente scannamenti, non ho neppure le braccia forti, ma attorno sono tanti come me, mediocri come me, con i loro piccoli peccati, le loro colpe comuni… e pensavo, pensavo, come ascendere, come conquistare un seggio in Paradiso, prima fila, centrale, davanti a Dio, lo schermo immenso, la luce del Proiettore Universale sempre accesa.

Una di quelle notti, perse senza dormire, a tratti scivolando in quei brevi svenimenti che ci permettono di proseguire la veglia, capì che Dio, Dio che ci ama tutti, ma che vuole da noi ubbidienza, sa valutare con le dovute proporzioni di tempi e modi. Epoche dove non vi sono guerre, dove non si diventa generali o boia, dove non vi sono carneficine attorno a noi, sono epoche dove le colpe sono per forza cosa da poco, allora ecco che nel grande abaco stellare quel peccatuccio che valeva 1 vale 10, dunque ancora più lunga l’attesa, l’espiazione, il battere sconsolato alle porte eterne. E allora capii, capii che da questo mio luogo lontano e notturno, oscuro e deserto, da questo precipizio di terra che mi tormentava potevo scalare fino alla Visione solo ammonticchiando peccati altrui, salire sopra le carcasse disanimate, scalare di peccatore in peccatore e trovai il trucco. Il trucco è banale, lo so, ma alla mia mente appare maestoso, come capita spesso per un sogno coltivato al buio. Io non posso innalzarmi con le mie forze, troppo debole, anche lasciare i miei peccatucci mi è impossibile e, pur facendolo, non sarei il solo, allora mi sono convinto che dovevo aggravare quelli degli altri, spingerli a condurre una vita votata alla perdizione più estrema, peccare, peccare gravemente, peccare sopra ogni cosa, bestemmiare senza alcun ritegno, dalla mattina alla sera, peccare con la carne, con lo spirito, con la mente, prendere talmente dimestichezza da non porsi più alcuna questione, salvo per alcuni istanti, istanti di superbia e piacere, istanti fatti per rinfuocare il desiderio del peccato… in quei momenti, io lo sapevo bene, uno poteva vantarsi delle sue bestemmie, delle sue imprecazioni, farne a gara, scagliarne con il gusto di una sfida prelibata e attesa, per poi affondare nuovamente in una insensibile quotidianità del peccato più torbido e basso.

L’ho fatto, sì, ho portato avanti il mio piano, di anno in anno ho accresciuto le manchevolezze di chiunque mi sia venuto a tiro e poi, con tutti i mezzi a disposizione, ho propagato l’infezione, di orecchio in orecchio, di mano in mano, fino a coprire molto e molto spazio… Dio è giusto e valuta secondo proporzione, vedrà le colpe di chi mi era attorno, la gravità del loro male, soppeserà e mi accoglierà nuovamente al suo cospetto, madido e sporco dei cadaveri che ho dovuto scalare, ferito e insozzato dai peccatori che ho dovuto scavalcare… aprirà le sue porte, le sue porte eterne e  i cherubini mi porteranno al mio posto, là, proprio davanti a Dio… e non mi ribellerò mai più.