Le giuste proporzioni (breve racconto)

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Jonathan Janson, Girl in Hyacinth Blue

Il Paradiso… il Paradiso… voi non potete sapere… voi non potete capire quante notti ho passato in contemplazione del cielo e mi rompevo la testa, colpi duri, sopra il cranio, per pensare meglio, nel dolore, a quella visione che m’era negata. Cristo, Dio, il Paradiso, la Rosa celeste, la visione della luce eterna e immensa, ma dove, dove mi sarei trovato, quanto avrei atteso? Quale fila interminabile è per le anime in attesa di giungere al cospetto del Signore e quanti peccati avrò da espiare… eppure io non pecco, non pecco molto oramai, cose comuni, niente stragi e niente scannamenti, non ho neppure le braccia forti, ma attorno sono tanti come me, mediocri come me, con i loro piccoli peccati, le loro colpe comuni… e pensavo, pensavo, come ascendere, come conquistare un seggio in Paradiso, prima fila, centrale, davanti a Dio, lo schermo immenso, la luce del Proiettore Universale sempre accesa.

Una di quelle notti, perse senza dormire, a tratti scivolando in quei brevi svenimenti che ci permettono di proseguire la veglia, capì che Dio, Dio che ci ama tutti, ma che vuole da noi ubbidienza, sa valutare con le dovute proporzioni di tempi e modi. Epoche dove non vi sono guerre, dove non si diventa generali o boia, dove non vi sono carneficine attorno a noi, sono epoche dove le colpe sono per forza cosa da poco, allora ecco che nel grande abaco stellare quel peccatuccio che valeva 1 vale 10, dunque ancora più lunga l’attesa, l’espiazione, il battere sconsolato alle porte eterne. E allora capii, capii che da questo mio luogo lontano e notturno, oscuro e deserto, da questo precipizio di terra che mi tormentava potevo scalare fino alla Visione solo ammonticchiando peccati altrui, salire sopra le carcasse disanimate, scalare di peccatore in peccatore e trovai il trucco. Il trucco è banale, lo so, ma alla mia mente appare maestoso, come capita spesso per un sogno coltivato al buio. Io non posso innalzarmi con le mie forze, troppo debole, anche lasciare i miei peccatucci mi è impossibile e, pur facendolo, non sarei il solo, allora mi sono convinto che dovevo aggravare quelli degli altri, spingerli a condurre una vita votata alla perdizione più estrema, peccare, peccare gravemente, peccare sopra ogni cosa, bestemmiare senza alcun ritegno, dalla mattina alla sera, peccare con la carne, con lo spirito, con la mente, prendere talmente dimestichezza da non porsi più alcuna questione, salvo per alcuni istanti, istanti di superbia e piacere, istanti fatti per rinfuocare il desiderio del peccato… in quei momenti, io lo sapevo bene, uno poteva vantarsi delle sue bestemmie, delle sue imprecazioni, farne a gara, scagliarne con il gusto di una sfida prelibata e attesa, per poi affondare nuovamente in una insensibile quotidianità del peccato più torbido e basso.

L’ho fatto, sì, ho portato avanti il mio piano, di anno in anno ho accresciuto le manchevolezze di chiunque mi sia venuto a tiro e poi, con tutti i mezzi a disposizione, ho propagato l’infezione, di orecchio in orecchio, di mano in mano, fino a coprire molto e molto spazio… Dio è giusto e valuta secondo proporzione, vedrà le colpe di chi mi era attorno, la gravità del loro male, soppeserà e mi accoglierà nuovamente al suo cospetto, madido e sporco dei cadaveri che ho dovuto scalare, ferito e insozzato dai peccatori che ho dovuto scavalcare… aprirà le sue porte, le sue porte eterne e  i cherubini mi porteranno al mio posto, là, proprio davanti a Dio… e non mi ribellerò mai più.

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