Lunghe notti

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Kaveh Golestan The Qaderi Dervishes of Kurdistan

Lunghe notti

appeso ad una parola

omaggio al me stesso

dai sogni rotti

dal viaggio alla scuola

antica

dove non ero perplesso

del mondo

come posso esserlo ora

 

Corda di vocali

fili di consonanti

intrecciati

come corpi amanti

sperduti in locali

dove non v’è luce

alcuna

 

Docile e immobile

a quella parola

è l’orecchio mio pensoso

pendente come la luna

nel cielo immenso

sopra le teste della gente

che a capo chino

riflette niente sul niente,

specchio che di tante

immagini distorte

rimanda lo stesso sembiante

eterno

 

Lunghe notti,

placide d’inferno

abbrustolite di speranza:

oro per gli sciocchi

che sempre nella stanza

osservano i muti canti

della sequenza infinita

di vocali

della sequenza infinita

di consonanti

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DANN-AZIONE

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John Heartfield

 

Dannato sia questo mio sonno

alle intemperie indifferente,

dannata sia questa mia anima

sveglia che non serve a niente,

scassata, senza batteria,

con la lancetta inchiodata

gli ingranaggi in avaria,

stupida, sciocca e di sasso,

ricolma di futilità, ammasso

di giochi e piccole sciarade

da lettino psichiatrico,

vaso d’elezione geriatrico

dei matti con la loro “boutade”

quotidiana

suppellettile e bric-à-brac

vana accozzaglia

da intellettuale del tac

con la pipa smozzicata,

capitale degli stupidi

dei farlocchi ambasciata

dei pitocchi ritirata

comoda

quando la guerra impazza

sopra la mia testa, ed io,

brutta e sozza razza

di ebete imbufalito,

non capisco nulla, sordo

monco e rincoglionito

 

E ti perdo

IL TEMPO NEL POZZO

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Ph: Alexey Titarenko

Il tempo tutto sana

senti che stronzata

si inventa l’uomo

per tirare un poco avanti

 

La cura non è nata

ed è attesa vana

aspettarla. L’atomo

si scinde, non noi tra i tanti

 

Niente mi estirperà queste vene

ricolme di tutto quello che sei

né queste ossa verranno cambiate,

le pieghe del cervello dilavate,

tu sei in ogni angolo

di me

sei in ogni punto

ogni connessione

ogni più minuto aspetto di te

è infilzato nel mio corpo,

con la passione

che devasta e affoga

bocca sulla bocca,

bocca sul tuo petto,

bocca tra i tuoi capelli

bocca tra le tue cosce

con la passione

che il mio corpo riconosce

ad ogni leggero apparire

del tuo volto

ad ogni suono che richiama

la tua voce

 

Il tempo nulla sana

tranne le cose stupide,

le perdite banali

dei giocattoli rubati

e subito ricomprati

dei gelati mezzi leccati

caduti e riacquistati

 

Il tempo nulla sana

ma scava un pozzo

sempre più fondo

scuro

scava una via folle

senza alcun ritorno

scava

tra osso e osso,

tra organo e organo

tra vena e vena

Difficile e facile

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Markéta Luskačová

 

Ecco che il mio cervello nuota

nella speranza e nel non sperare

sa che la prima è rischiosa, male

può fare all’animo. Eppure la ruota

ha deciso che almeno quel tetto

sia lo stesso del principio, perfetto

per un racconto da farsi in futuro

stretti mano nella mano. Duro

quell’anno, ricordi, tanto difficile

sembrava quasi ci potesse schiacciare

invece d’un tratto fu tutto facile

bastava guardarsi, toccarsi, amare.

Che grigia è la stazione

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The New York Grand Central Terminal (foto dal web)

 

Che grigia è la stazione

con tutti quei treni

che vanno dove sei tu

E io non posso, azione

vietata per me che ho i freni

al cuore

 

E sento gente parlare

con il tuo dolce accento,

sento gente che chiacchiera

e si prepara, a noi ignota,

a raggiungerti dove sei,

e io vorrei loro affidare

le mie labbra così inutili

ché te le portassero in dono

da cullare. Vedresti il portento:

i miei baci alzarsi e volare

nella stanza per te

i miei baci rivivere e volare

alla tua amata vista

Solo tu

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Henri Cartier Bresson, 1958

 

La mia anima è lorda

del peccato più basso

che mai ci sia stato

lorda e macchiata

di ferire chi ho amato

e amo

ferito profondamente

con quella crudeltà

ingenua

di chi ha forse viltà,

di chi ha atteso,

di un mostro serrato

tra le mie mani

di un incubo incistato

nel mio cervello

 

E lo so che espiare

non è dato

che non è consentito

ripagare

appieno

se non forse col vagare

solo

il capo basso, scarmigliato,

vagare solo

sopra questa arida terra,

camminare al battito del cuore

sputato e respinto

per avere così tradito amore

 

E so quale dono

senza pari

vero dono divino

sarebbe il tuo perdono,

lavacro finale

del mio corpo,

sigillo del penitente,

solo tu,

amore,

solo tu

puoi spazzare il lerciume

che mi vive addosso,

rendermi nell’animo implume

il sangue rifar rosso

 

Solo tu