Emilio d’Alessandro, Stanley Kubrick e Me (Il Saggiatore)

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Oswald vs Fischer

Sto leggendo contemporaneamente (sì, ho codesto vizio) la biografia di Bobby Fischer

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e Libra di DeLillo

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E le fortissime somiglianze nella descrizione della vita disagiata dei due, condivisa con la sola madre (il padre legale di Fischer se ne era andato, quello di Oswald era morto) mi porta al momento a formulare 3 ipotesi

  1. Leggere contemporaneamente più libri crea dei strani collegamenti
  2. Ci sono casualmente punti di contatto
  3. De Lillo non pensava solo a Oswald tratteggiando Oswald

Patonze giornalistiche e presidenziali (parte 2)

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Dicevamo precedentemente della satiriasi pansiana. Il sesso è componente molto presente (ma in maniera più analitica) anche in un interessante volume, La vita segreta di J. Edgar Hoover, di Anthony Summers. Sesso come ossessione, sesso come colpa, sesso come arma. Hoover, alfiere tra le altre cose di campagne contro l’omosessualità e sempre pronto a tirare fuori dal cilindro intercettazioni e dicerie in tal senso per affondare avversari, era omosessuale, un omosessuale represso che ha vissuto quasi tutta la sua esistenza con un compagno, collocato ad alti livelli nella FBI.

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Mentre faceva girare dossier compromettenti sopra questo o quello pare, il libro di Summers non può dare la prova definitiva ma certo le testimonianze sono attendibili, che si trastullasse vestendosi da donna e partecipando ad orgette, cosa che l’aveva messo sotto ricatto della Mafia che aveva ottenuto foto compromettenti. Hoover era un ricattatore ricattato con un dominio incontrastato sulla FBI, dominio tale da obbligare la Presidenza degli Stati Uniti a creare una norma speciale per evitare il suo pensionamento per limiti d’età. In effetti, fin da Roosevelt, tutti i Presidenti degli Stati Uniti (tutti, Kennedy compreso) sono caduti tra le grinfie di J. Edgar. Da una parte se ne servivano per fare spiare gli avversari (sì, la pratica di spiare gli avversari è ben precedente a Nixon, anzi, per certi versi la sfortuna di Nixon fu di non avere più Hoover che era deceduto nel 1971) ottenere dossier compromettenti per eliminare o azzoppare candidati, dall’altra si consegnavano così mani e piedi al capo dell’FBI che ovviamente stilava dossier anche sopra di loro e, all’occorrenza, era pronto a ricordare a Mr. President le magagne, i buchi neri e gli scheletri nell’armadio… e un Presidente degli Stati Uniti di scheletri ne ha tanti e pure qualche donnina sotto il letto. E così i legami tra Kennedy e la Mafia, tra Johnson e i petrolieri, tra Nixon e l’alta finanza, si intrecciavano con i rapporti tra Lady Roosevelt e un capo della sinistra dissidente o le svariate amanti di Kennedy (una pure in odore di essere una spia della germania est) per non parlare di tutti gli affaracci dei collaboratori presidenziali. La lettura è interessante e rivela particolari un tempo inediti e fornisce un buon antidoto a certe idealizzazioni dei “Politici d’un tempo” e di certi Presidenti eroi. In effetti la politica è sporca e quella americana, per ovvie ragioni visto il potere e il costo che suppone, è più sporca delle altre.

Patonze giornalistiche e presidenziali (parte 1)

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Scrivevo non molto tempo fa sopra la autobiografia di Pansa e della sua ossessione per la patonza. Il volume l’ho finito da tempo e devo dire che nella seconda parte la faccenda si stemperava e si rientrava più nella biografia classica. Il sospetto è che il passaggio da scapolo ad ammogliato abbia suggerito all’autore di abbandonare il tema, giusto per non incorrere nelle ire muliebri (siano vere o false le storie raccontate dal signor Pansa). Il dubbio di una certa ossessione da parte dell’autore per la questione è rinfocolato dalla uscita di un articolo di Feltri Senior (patonzologo più discreto) in merito ad un ulteriore volume del Pansa. Nel settembre 2016 Feltri infatti scrive, sulle pagine di Libero (Feltri – Pansa – Libero, la Triade della Patonza).

Ed eccoci alla sua ultima opera. Un volume il cui titolo, piuttosto verboso, è: Vecchi, folli e ribelli. I piaceri della vita nella terza età (Rizzoli, pp. 294, euro 20). Confessa che avrebbe voluto un altro titolo, «Viva la vecchiaia!», ma devono averglielo bocciato. Io l’ avrei intitolato «L’ amore al tempo delle dentiere».

Tuttavia, più che sui sentimenti, Pansa insiste sulla dura pratica della “ciulata”, descritta con penna fiorita. Si susseguono così capitoli dove, in veneranda età, Pansa si rivela come uno scrittore hard, il Rocco Siffredi del giornalismo, anche perché la tira molto in lungo con queste storielle minime a «luci rosse», per usare un’ espressione piuttosto scoraggiante da lui stesso usata a percussione.

Confesso, il libro è noioso, ma forse non sono portato per racconti di vegliardi che scostano le mutandine a ragazze le quali cedono sempre, e tutte hanno la loro convenienza a farsi esplorare il «boschetto» (giuro, Pansa scrive proprio così).

 

Sospiri e paura non della morte ma di morire, caro Giampaolo, altro che sesso da cerbiatti nel citato boschetto.

Forse è l’ invidia a dettarmi pensieri scettici, visto che Pansa a 81 anni si atteggia ancora a parlarne da contemporaneo, io potrei da storico. Del resto, non c’ è chi non veda una vanteria autobiografica quando in un raccontino si accenna a un super-dotato piemontese, mentre io al massimo sarei abilitato a rievocare le peripezie di un microfallico.

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Insomma, più che un elogio della vecchiaia e dei vecchi, l’ autore cerca di dimostrare al prossimo ma soprattutto a se stesso che lui, Pansa, è un vecchio e meraviglioso scrittore.  L’ impressione però è che se le sue falangi, falangine e falangette restano d’ oro, il loro disegno sulla pagina, invece, appare vetusto; qualcosa in lui si è arrugginito. Non il pisello, tuttavia.

P.s.: Pansa ha perso la memoria come chi è afflitto da demenza senile. Alcuni mesi orsono dichiarò a Panorama, in una intervista rilasciata a Stefano Lorenzetto, quanto segue: «Vittorio Feltri mi piace, dice quello che pensa in modo tale che tutti possano capirlo, anche in tivù. Il fatto che la sinistra lo abbia sempre sottovalutato dimostra che al 95% è fatta di coglioni. Io gli do 9. Anzi 10, toh».

Mercoledì scorso lo stesso Pansa, interrogato da Nanni Delbecchi per il Fatto Quotidiano, alla domanda: Vittorio Feltri? ha risposto: «Feltri? Non so chi è».Le ipotesi sono due: o il famoso giornalista era rincoglionito quando mi dava il massimo in pagella o lo è diventato in seguito. A una certa età succede di avere il marasma nel cervello, ma non è il caso di esibirlo.

Ammetto che mi terrò lontano da “Vecchi, folli e ribelli” e non vi è da parte mia né alcuna questione ideologica o del moralismo, ma se devo leggere storie con momenti di intreccio carnale preferisco le memorie di Casanova che, pur scrivendo oramai da anziano e malandato e con la percezione della fine del suo mondo, alterna alle parti boccaccesche (scritte meglio) interessanti riflessioni ed episodi piuttosto divertenti. A giudicare dalle parole di Feltri in “Vecchi etc…” si accentua solo il tono da “guarda che ti scrivo”. No, per favore.

A proposito di salacia e boccaccesco ricordo un passo della vita di Catone di Plutarco (Ediz. Utet 2010):

24, 1 Si dice che, nella fase più animata della discussione tra Cesare e Catone, quando in senato tutti gli occhi erano puntati su di loro, a Cesare fu recapitata dall’esterno una tavoletta. Catone si insospettì, convinto che gli autori del messaggio fossero dei congiurati (1). Intimò, pertato, a Cesare du leggerne il contenuto ma Cesare, che gli era seduto accanto, si limitò a porgergliela. Lo scritto altro non era che un messaggio dai toni audaci vergato dalla mano della sorella di Catone, Servilia, sedotta da Cesare e diventata sua amante. Resosi conto di ciò, Catone passò con violenza la tavoletta a Cesare, gridandogli: Tientela, ubriaco!” e riprese il discorso dall’inizio.

Del volume da me letto posso solo apprezzare, ma è questione mia, il fatto che per l’ennesima volta Giorgio Bocca faccia la figura del Omm e’ merd quale era, d’altro canto la carriera di questo finto “uomo tutto d’un pezzo” mi era già nota: fascista e antisemita con articoli fascistissimi e denuncia di un disfattista in treno, partigiano assetato di far fuori quei fascisti, negatore delle BR, socialista craxiano, anti craxiano, leghista, antileghista (ma non mancando di parlare di Napoli come neppure il peggior Borghezio) insomma è stato tutto e ha pure avuto il coraggio di spacciarsi per uomo puro e onesto, la santificazione ovviamente è arrivata in questa italiuccia che confonde l’anzianità con la saggezza, come se gli stronzi morissero tutti giovani…

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Un bel esempio di antisemitismo del Bocca (1942, aveva 22 anni)

è morto, pace all’anima sua ovunque sia (sento puzza di zolfo) ma vien da ridere a leggere dei suoi durissimi attacchi a Fenoglio, a Pavese, a Sciascia, tutta gente che valeva certo infinitamente più del ringhioso cane barbone di Cuneo. Ovviamente Bocca ebbe il coraggio, pur essendo stato quel che sappiamo oramai bene, di scagliarsi duramente contro il lavoro di Pansa dedicato alle azioni dei partigiani, ma non fu l’unico furbone, troviamo tra gli altri Luzzatto, figura che ultimamente è meno in auge televisivamente parlando. Luzzatto si scaglio durissimamente contro Pansa (poi fece ammenda, pare) ma soprattutto, ed ecco il vero squallore che tratteggia una figura, si scagliò con forza contro il povero Roberto Vivarelli: Vivarelli aveva rivelato in un incauto volume di memorie di essere stato quindicenne nella RSI. Apriti cielo, come Vivarelli! L’allievo prediletto di Chabod e continuatore della sua opera! Nella RSI? E giù botte ovviamente, come se un quindicenne… mentre uno classe 1920 come il Bocca era poppante, boh. Comunque botte a destra e a manca, con interventi del tipo “Vivarelli è un protagonista MINORE della nostra cultura storica”, insomma il giudizio di valore scientifico al servizio delle fisime antifa. Il peggiore, dicevamo, fu Luzzatto, giovane allievo del Vivarelli, che pensò bene di ricamarsi la veste di strenuo difensore delle libertà democratico-partigiane (lui classe 1963) rispetto ad un uomo, il suo maestro si ricordi, che era “un tizio a cui buona parte della intellighenzia italiana ha tolto il saluto”. E tanti sputi. Sul metodo storico Luzzatto torneremo prossimamente a proposito di un suo volume.

  1. Siamo all’epoca della Congiura di Catilina

Dante (Convivio I, III, 3-5)

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3 Ahi, piaciuto fosse al dispensatore de l’universo che la cagione de la mia scusa mai non fosse stata! ché né altri contra me avria fallato, né io sofferto avria pena ingiustamente, pena, dico, d’essilio e di povertate. 4. Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato -, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. 5. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato, nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare.

Il buongiorno si vede dal mattino… o della satiriasi senile di Pansa Giampaolo

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Normalmente non me ne frega nulla dei giornalisti e di quello che scrivono, siano pure inchieste e approfondimenti, non parliamo poi quando tentano di fare i romanzieri. La pigrizia però a volte spinge pure a fare cose insolite e così, appena finito un interessante volumetto su Puccini (in seguito scriverò) invogliato dal servizio “biblioteca virtuale” fornito dalla Regione ho scaricato l’autobiografia o memoriale di Pansa.

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Non mi aspettavo nulla di particolare e attualmente, sono circa a pagina 70, ho conferma di quanto potevo sospettare dall’inizio. D’altro canto non si può neppure pretendere di leggere mirabolanti accadimenti, lo stile è adeguato al tema, si fa pure leggere, non è di quelle letture che ti respingono, ma non posso dirmi affascinato.

Ma perché scriverne ora? Perché voglio lasciare questa noterella per capire se la caratteristica principale si ripete per il resto del volume. Pur premettendo l’autore che non è sua intenzione scrivere fatti privati e che non si tratta neppure di una autobiografia vera e propria, fino ad ora il particolare più rilevante è, scusate il termine, la Patonza. Uso Patonza perché, se fate una ricerca in google, le prime notizie sono di Libero che utilizza spesso il termine per i suoi titoloni (?) e visto che Pansa lavora (lavorava?) per Libero mi pare azzeccato.

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Sì, Patonza, lui che si eccita per la madre, lui che vuole vedere la Patonza della servotta, lui che vede la Patonza della cugina, fantasie sulle Patonze, fantasie su quanto lo faceva il nonno, quanto lo faceva la nonna, quanto lo facevano i tedeschi, i fascisti, i partigiani. Non è certo una questione morale (figuriamoci) ma devo dire che tutte queste Patonze ricercate, nascoste e sbirciate nelle prime 70 pagine risultano un po’ ripetitive . Se prosegue così suggerisco, per eventuali ristampe, di mutare il titolo in Lo SbirciaPatonze.