X-Files: stranger things

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Chi scrive ha periodi di interesse per cinema e serie tv, ma raramente ha la costanza necessaria per seguire fino in fondo, episodio dopo episodio, una serie, mentre è più fedele alla visione di un film, pur non escludendo la possibilità di mollarlo a metà se lo trova insopportabile. Pratico la stessa norma di interruzione vitale con i libri.

In questi giorni mi sono dedicato al ripescaggio nel grande mare televisivo. Visto che tutti parlavano di Stranger Things, e quanto è bello, e quanto mi piace, e che ricordi, e che bella maniera, e Winona Ryder così, e Winona Ryder cosò, ho deciso di dare una occhiata. Dopo la prima puntata mi son detto “dai, diamo una seconda opportunità”. Finita, a fatica, la seconda puntata ho considerato il caso chiuso.

Non ho capito in cosa risiedesse la meraviglia degli spettatori. La serie (i due episodi almeno) sono tra il noioso e il già visto e rivisto, la recitazione media è piuttosto inascoltabile, la trama è spudoratamente E.T. (con tanto di ragazzini in bicicletta e richiami in abiti e aspetto) e io devo dire di avere odiato E.T. quasi quanto l’Atari ha odiato il videogioco.

Ma il problema maggiore per me è la grande rottura di coglioni dell’ammiccamento anni ’80, davvero, ne ho le palle piene di quelli che mi devono ricordare quello che già ricordo perfettamente, la strizzatina “comprati questo, comprati quello” e “senti che musica girava” e non dimentichiamo “riferimento pseudocriptato al gioco che andava forte -occhiolino occhiolino- tu e io sappiamo, siamo nella setta”. Per questo dopo il secondo episodio ho cestinato Stranger Things, una serie noiosa, recitata in maniera mediocre e con l’insopportabile bisogno di “contestualizzare al periodo ’80” anche quando vanno in bagno. Ho capito che sono la vittima generazionale preferita dai testoni del marketing, ma almeno succhiatemi il sangue mentre dormo. Meglio quella merda di X Files Stagione 10, mi ha suscitato tenerezza vedere come scimmiottavano loro stessi e come la trama si incartava irrimediabilmente in soli 6 episodi…

 

Di pietre e sabbia

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Eja ergo advocata nostra, dal fondo del pozzo attendiamo, catacomba oscura eppure illustre, ci insinuiamo la notte e le mattine, al vespro e al matutinum, abbracciamo il Verbo e lo custodiamo, attendendo, dal fondo del pozzo dove ci gettarono quelli che parevano nostri fratelli, degeneri e traviati. Odio ci cinse perché eravamo troppo luminosi e saggi, troppo millenari eppure piccini, eravamo vecchi bambini, già destinati al trono, viginti quattuor thronos, et super thronos viginti quattuor seniores sedentes, e vennero a noi dicendo che erano dello stesso sangue, della stessa carne, e noi nel fondo del pozzo oscuro attendendo, mentre si spartivano del pane impuro, semplice pane, et sedentes ut comederent panem, così ci vendettero ad altro popolo, a mercanti, ad altri dei, ma noi teniamo saldo, sappiamo che dovrà giungere la liberazione e non vi è istante che non sia confermato. Non credete che si sia spacciati e anche se mostrano i nostri resti, dicono che siamo oramai svaniti, non credete alle false spoglie insanguinate, porgete orecchio e sentirete dal fondo d’una catacomba le campane e dall’alto l’eco e sarete assediati dai rintocchi, voi che pensate di avere assediato e vinto, voi che pensate che oramai è compiuto e che il disco rotto è il canto di vittoria: quel disco è crepato, una fenditura profonda l’attraversa e dovrà spezzarsi. Soffierà quel vento e con gli occhi sgranati grideranno Dominus enim pugnat pro eis contra nos mentre cadranno al suolo come sabbia sottile.

Lina Wertmuller nel XIXesimo secolo

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Sarah Wilkinson

The Spectres of Lord Oswald and Lady Rosa, Including an Account of the Marchioness of Civetti, who was basely consigned to a Dungeon beneath her Castle by her eldest Son, whose cruel Avarices plunged him into the Commission of the worst of Crimes, that stain the Annuals of the Human Race: An Original Romantic Tale

Minerva Press 1814

Stanze private (1)

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Stanza I

Dove l’autore si interroga sul valore delle sue riflessioni e sul rischio di insuperbirsi per tranelli di paragone e specchi distorti

Sol di proporzion inganno

ci consegna l’illusione

che il nostro forte affanno

sia per una gran ragione.

Così che il poco fondo

pensier nostro

per la vacuità del mondo

appare mostro

mirabile, acuto e bello,

primizia di un cervello