Il buongiorno si vede dal mattino… o della satiriasi senile di Pansa Giampaolo

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Normalmente non me ne frega nulla dei giornalisti e di quello che scrivono, siano pure inchieste e approfondimenti, non parliamo poi quando tentano di fare i romanzieri. La pigrizia però a volte spinge pure a fare cose insolite e così, appena finito un interessante volumetto su Puccini (in seguito scriverò) invogliato dal servizio “biblioteca virtuale” fornito dalla Regione ho scaricato l’autobiografia o memoriale di Pansa.

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Non mi aspettavo nulla di particolare e attualmente, sono circa a pagina 70, ho conferma di quanto potevo sospettare dall’inizio. D’altro canto non si può neppure pretendere di leggere mirabolanti accadimenti, lo stile è adeguato al tema, si fa pure leggere, non è di quelle letture che ti respingono, ma non posso dirmi affascinato.

Ma perché scriverne ora? Perché voglio lasciare questa noterella per capire se la caratteristica principale si ripete per il resto del volume. Pur premettendo l’autore che non è sua intenzione scrivere fatti privati e che non si tratta neppure di una autobiografia vera e propria, fino ad ora il particolare più rilevante è, scusate il termine, la Patonza. Uso Patonza perché, se fate una ricerca in google, le prime notizie sono di Libero che utilizza spesso il termine per i suoi titoloni (?) e visto che Pansa lavora (lavorava?) per Libero mi pare azzeccato.

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Sì, Patonza, lui che si eccita per la madre, lui che vuole vedere la Patonza della servotta, lui che vede la Patonza della cugina, fantasie sulle Patonze, fantasie su quanto lo faceva il nonno, quanto lo faceva la nonna, quanto lo facevano i tedeschi, i fascisti, i partigiani. Non è certo una questione morale (figuriamoci) ma devo dire che tutte queste Patonze ricercate, nascoste e sbirciate nelle prime 70 pagine risultano un po’ ripetitive . Se prosegue così suggerisco, per eventuali ristampe, di mutare il titolo in Lo SbirciaPatonze.

C. B. vs Eusebio (in appendice Celentani e altri animali fantastici)

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frammento di un articolo di Paolo Mauri per la Repubblica

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Non so se è stato un caso, ma proprio nei giorni in cui leggevo il libro di Testa è spuntato un Montale par lui- même che è la raccolta integrale di tutto quanto Montale stesso ha scritto o detto di sé: infatti il volume ha un sottotitolo: Interviste, confessioni, autocommenti 1920- 1981: insomma uno strumento utilissimo molto ben curato da Francesca Castellano per la Società Editrice Fiorentina. Non avevo ancora finito di leggere il libro della Castellano che mi arrivava un volumetto di Antonio Giusti pieno di personaggi incontrati dall’autore intitolato Memorie scompagnate (Apice libri) con in copertina Montale accanto a Carmelo Bene.

Antonio Giusti è un industriale: lui e sua moglie Susi hanno una villa a Forte dei Marmi nella quale Montale ha trascorso diverse estati. Nella fotobiografia di Montale curata tanti anni fa da Franco Contorbia, ci sono foto del poeta con i suoi ospiti. Non sapevo che nella stessa casa incrociava anche Carmelo Bene con sua moglie Lydia Mancinelli.

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Racconta Giusti che in privato Bene parlava male di Montale sostenendo che non era un vero poeta e Montale parlava male dell’attore dicendo che era un guitto o addirittura un delinquente abituale. Poi , trovandosi insieme, discutevano e sembravano addirittura andare d’accordo. Carmelo Bene aveva deciso che l’unico poeta del Novecento era Dino Campana. Per provocarlo qualcuno recitava un verso di Montale e Bene recitava subito il resto con la sua voce profonda e inconfondibile. Sapeva molto Montale a memoria.

Comunque durante la vacanza si incontravano poco perché Montale andava a letto alle undici, mentre Bene stava alzato tutta la notte bevendo molto e coinvolgendo chi c’era nelle sue recite shakespeariane. Una sera aveva sedotto una ragazza alla quale recitava parole d’amore suscitando la rabbia della moglie che a un certo punto gli era balzata addosso staccandogli con un morso un lobo dell’orecchio. Sangue, urla, pentimento di lei e via di corsa al pronto soccorso dove invano cercava di far passare Carmelo avanti a tutti con la scusa che era un genio…

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La mattina dopo Montale si era alzato verso le dieci come al solito e non sapeva nulla del trambusto notturno, durante il quale si era anche rotto un lume. Tutto fu attribuito al gatto. Anche la vistosa fasciatura dell’attore. E Montale che certo aveva intuito e subito aveva notato la mancanza del lume finse di crederci con la sua aria sorniona e per tutta l’estate dette la colpa al gatto di qualunque cosa accadeva, anche molto lontano da lì.

Da

2 giugno 1968
Incontro con Eugenio Montale

Il galateo di monsignor Eusebio

di Camilla Cederna

Milano – «Sono Celentano e voglio parlare con Montale», disse al telefono una voce arrogante. «È partito», rispose Montale. «Cosa vuole?».
«Gli dica che sono arrabbiatissimo, che gli darò querela», fu dall’altra parte la concitata risposta. E, con un pacato: «Va bene, riferirò», Montale riappese il ricevitore.
Ma la querela lui non la teme. È vero che elencando i personaggi famosi che figurano in una collana di Longanesi nel suo ultimo elzeviro sul Corriere egli citò anche il «sedicente cantante Celentano», ma chi dice che è un insulto? «Io mi limito a costatare un fatto: che lui dice di essere un cantante. Non è un’offesa, non è un giudizio morale: che poi questa sua qualità io l’affermi o la neghi, spetta alla malignità della gente stabilirlo».

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Tornando ai cantanti (il bell’elzeviro che mandò in collera Celentano era dedicato al fenomeno Callas), Montale è convinto che genio e imbecillità devono essere le loro principali componenti.

Genio in dose omeopatica, qualche scintilla a far tanto: e imbecillità moltissima, ché una persona intelligente, anche se ha voce (ecco il suo caso personale, prendeva lezioni dal maestro Sivori che lo considerava un baritono dei più promettenti, ma le prendeva di nascosto vergognandosene un po’), non ce la fa ad arrivare fino al palcoscenico, data la quantità di cose ridicole da affrontare, la barba finta, la spada, la calzamaglia, il cerone, il petto del soprano, la voragine della sua bocca spalancata a un centimetro di distanza, oltre a quel ripetere cinquanta volte e sempre peggio la stessa frase.
È un po’ di tempo però che di cantanti Montale non ne sente, da quando cioè ha smesso di fare la critica musicale, così adesso alla Scala non ci va più. Né lo invitano alle prove generali, da quando il sovrintendente Ghiringhelli gli ha bocciato la prefazione per un volume sulla Scala nel ventennale della ricostruzione. Non è stato comunque il sovrintendente a comunicargli il rifiuto; ma l’ufficio stampa, con una telefonata che diceva grazie tante, ma il pezzo non va bene, perché s’è permesso di dare dei giudizi personali (forse sette righe d’elogio al maestro Siciliani?).

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Del resto dai direttori o sovrintendenti dei teatri lirici lui non s’aspetta granché: non molto tempo fa uno di costoro infatti ricevette in omaggio dei dischi della Deutsche Grammophon, e la lettera d’accompagnamento finiva con due versi di Federico Hölderlin sulla musica che più di ogni altra arte affratella gli uomini: e non ringraziò lo sciagurato indirizzando la lettera a Federico Hölderlin, Berlino, direttore dalle Deutsche Grammophon? (Lettera subito fotografata e mandata in giro per il mondo con commenti ironici del vero direttore).
Con quel suo viso fuori d’ogni norma, a vari piani rotondi, scosso inoltre da qualche tic non inquietante (come gonfiare e sgonfiare adagio adagio le guance, il che aggiunge una superficie rotonda in più all’insieme), quando smette di parlare, Montale pare che faccia le fusa in poltrona ruminando i ricordi, ma non c’è domanda che non accetti, e a cui di buon grado non risponda. Ma sì, anche sui giovani naturalmente, e sui loro movimenti, coi quali però non si può identificare, per il semplice fatto che lui non è mai stato giovane, non lo è mai stato perché nessuno gliel’ha detto mai, e di solito è quando vengono dette che le cose si sanno.
Lui era il più giovane della famiglia, e aveva soltanto amici più vecchi, così quando conobbe Sbarbaro che gli era maggiore di sette anni, lo trattava con reverenza e quasi gli venne un collasso il giorno che gli propose di dargli del tu. Quel che poi vogliono fare della scuola i giovani d’oggi, sia così privilegiati (tutte quelle borse di studio, i campeggi, i viaggi, i divertimenti vari, e oltre tutto possono cominciare una carriera politica a venticinque anni), a Montale non è chiaro. In realtà, e qui la sua faccia si arriccia un pochino dal divertimento, se si organizzassero bene per distruggere completamente lo Stato, potrebbe anche nascere una cosa curiosa. Ma è sicuro che non lo faranno perché son tutti in cerca di una sistemazione.

Né d’altre parte si sa cosa sarà la scuola di domani, dati i professori e i laureati di oggi. Non sono pochi gli studenti che gli scrivono per chiedergli cos’era il Gabinetto Vieusseux che egli dirigeva, perché i loro professori non lo sanno. Quei pezzi d’asino, commenta sbuffando di nuovo: e si che al Vieusseux ci andava gente come Manzoni e Leopardi.

E intanto le cattedre vanno moltiplicandosi, e le cosiddette scienze dell’uomo, ogni giorno ne nasce una, compresa la semiologia che in un recente congresso è stata definita una scienza di cui s’ignora tutto, son poi materie che dovrebbero rientrare nelle curiosità individuali, senza essere studiare a scuola. Obbligatorie a scuola dovrebbero essere solo la lingua italiana (che nessuno sa più) e l’educazione: tutto il resto facoltativo.
Insieme a Carlo Emilio Gadda, Montale (noto come Eusebio tra gli uomini di lettere) è certo l’unico oggi, almeno fra i letterati, a dar prova di un’educazione di altri tempi, piccoli inchini, rigide attese, mano tesa ad indicar precedenza, tutto un minuetto davanti alle porte; è accompagnato dalla fama di burbero e scontroso, ed è invece gentilissimo con tutti «specialmente con la piccola gente, un po’ meno con l’alta» egli precisa. E qui ricorda lo stupore di una sua compagna di ascensore di qualche tempo fa, la vecchia cameriera di un avaro (così avaro da scegliere il suo personale fra gente tremula e fatiscente, perciò di poche pretese, e questa aveva candida la testa, grossi pacchi in braccio e gonfie vene bluastre nelle gambe). Rimase ferma nel suo angolo una volta giunta al pianterreno, quindi: «Prego», gli disse. «Esca prima lei». E: «No», fece Montale. «Passi lei per piacere». « Ma cosa dice?», ripetè la vecchia: «io sono una donna di servizio». E lui pronto: «Anch’io sono un uomo di servizio», e con un inchino le lasciò il passo.

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In mezzo all’“alta gente”, quando è costretto ad andare a un ricevimento o ad un cocktail, Montale è spesso a disagio: alieno com’è da tutte le moine sociali, in queste occasioni è specialista nel farsi sempre più remoto, come distaccato, e composto in una specie di sua allegrissima noia. Basta farglisi vicini infatti a guardare insieme a lui una persona o una cosa, perché la battuta ironica affiori insieme al divertente ricordo.
«Mi fa venire in mente un ricco signore che conobbi a Firenze tanti anni fa», dice avvistando uno dei tanti ingredienti oggi indispensabili a una riunione mondana, cioè un uomo cortesissimo dai modi femminei. «Un tale che credevo morto da un pezzo, invece l’ho visto di recente a Lucerna, sui novant’anni, direi, con una parrucca, e tutto desolato perché il suo giovane amico se n’era andato lasciandogli un biglietto e portandogli via la Rolls Royce. Sono autofinanziamenti, mi dicono, che in quegli ambienti sono di ordinaria amministrazione».

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L’antro di Leo (La terza vita di Leo, gli ultimi vent’anni del teatro di Leo de Berardinis a Bologna, Titivillus Edizioni, 2010)

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Leo de Berardinis è morto, viva Leo de Berardinis, Leo è morto, è morto due volte e dunque forse visse due volte come il Totò di Ciprì e Maresco e Leo era un po’ di questo, un po’ di quello, era un attore tecnicamente completo, sperimentatore, ma riusciva a non cadere in certa stucchevole aria d’avanguardia (l’avanguardia è storica, l’avanguardia – est- storica, diceva l’Altro) e se di Carmelo la voce è eterea eppure tanto registrata, di Leo i materiali sono pochi e spesso ciancicati, a volte ‘sti materiali son proprio ‘na schifezza, ‘na zoza e ti pigliano pure alla sprovvista… tipo che io confesso di amare molto il Totò Principe di Danimarca, penso sia riuscito in tutto e che desse piena visione delle possibilità di un repertorio classico ed eterno eppure giocato, speziato, con effetti speciali umani, eppure pare, così dicono quelli che erano con lui e con lui “fecero l’impresa” che l’esito è un pallido spettro di quello che doveva essere, che quella registrazione che a me appare così preziosa, con tanto di improvvisazioni e ridersi addosso del mancato effetto, è l’esito di faticosi accordi, di compromessi, il colore non è quello, le luci non sono quelle, taglia e cuci, cuci e taglia… e a me che pareva un prodigio… e io che credevo di avere capito… è che credevi cachera? Mica sono fiaschi che si abboffano… calma, eppure, boh, sarà, io consiglio ugualmente di partire da Totò Principe (di Danimarca), sarà che Shakespeare e Totò… e ho detto tutto. Il volume è nato quando Leo fluttuava in quella strana vita che è dopo il coma e prima della morte, Leo è morto in corso d’opera(zione), si tratta dunque d’un opera(zione) incompiuta, un pastiche, Scaramouche, operazione estetica poi, verrebbe da ridere se non fosse la tragedia che c’è dietro a quella interruzione d’ossigeno. Il convegno, l’insieme di scritti, il coro di voci, così è assemblato perché Leo fu corale, per quanto despota, capocomico, capobanda e capomanipolo, pur approdando alla fine alla solitudine di Past Eve and Adam’s, pur essendo Leo e dunque la zampata la dava e la dava forte, non c’è da scordare che è stato uno dei pochi a figliare davvero teatralmente. Guardate il recente premio Duse alla Bucci, guardate Marco Sgrosso, ha collaborato con grande esito con nomi come Enzo Vetrano, Antonio Neiwiller, Toni Servillo, Leo ha figliato o ha contributo a tirare su buone leve, non era etereo e solitario eppure lo era, forse si intrecciavano le due vite (o tre come si intende nel volume separando il Leo e Perla, dal Leo Teatro di Leo ed il Leo conclusivo che scivola nel silenzio). Nel 2012 se ne è andato pure Maurizio Viani, le luci, le luci di Leo, quelle luci che sono svanite e che facevano dannare i fotografi e obbligavano a compromessi per le riprese.Se Leo era la voce, Maurizio era la luce e come luce era pure difficile da intervistare, era schivo, pare parlasse molto poco e d’altro canto era giusto perché il compito di emettere suoni spettava a Leo.

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Nel volume ho trovato Leo? No. E magari significa che l’ho trovato perché se dove pensavo di trovarlo (Totò Principe) non c’era allora forse ci sarà dove non mi sono accorto della sua presenza. Una lettura che consiglio per perdersi in un labirinto di Leo, molte voci, accumulate, alcune fanno dei lunghissimi monologhi, alcuni rispondono rapidamente, alcuni proprio non parlano o non parlano più, un po’ di biografia, un po’ di cronologia, un po’ di discussione critica e tecnica. Se lo trovate fatemi un fischio… o una pernacchia.

A. Arbasino, Ritratti e Immagini, Adelphi 2016

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A scrivere del “nuovo” Arbasino mi trovo un po’ in imbarazzo, cosa che se ci penso bene mi capita quasi sempre con “l’ultimo” Arbasino, perché dalla lettura non porto via quasi nulla, chiuso il volume (digitale) il contenuto svanisce dalla mia mente eccetto pochissimi, tenui e probabilmente inutili ricordi. Dei nuovi Ritratti posso dire che, credo, siano più godibili per scrittura rispetto a Ritratti Italiani, ho infatti la vaga sensazione che il volume precedente fosse scritto in modo più arzigogolato (ma non nel senso positivo dell’Arbasino d’antan) eppure non posso dirmene certo perché dovrei ricordare di più di quello che ho conservato in memoria. Di questo “Ritratti e Immagini”, appena concluso, posso dire che vi sono a volte dei Ritratti minuscoli, pochissime righe, altri più densi, ma nel mio cervello ritrovo solo la descrizione della Dietrich che ammicca al pianista e canta un repertorio difficoltoso, fatto di parti che non può più, parti che non avrebbe mai potuto e qualcosa che ora e sempre può, il tutto con la sensazione di vedere nella gabbia l’ultimo splendido esemplare di Tilacino che si agita sconsolato.

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Il problema è che, serrato digitalmente il volume, si resta con un dubbio sulla identità di codesto Tilacino: la Dietrich, Arbasino o il lettore?

PS: avrei potuto tentare una “riflessione” affastellando, senza soluzione di continuità, le persone ritratte, dando micro pennellate, ma avrei dovuto ripescare uno per uno i soggetti e rubare a man bassa dal volume e non dalla mia memoria completamente obnubilata.

PPS: eterna riconoscenza ad Arbasino per avermi fatto conoscere in passato Dossi e le sue Note Azzurre

Giochi d’acqua

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Gioco con le dita sullo specchio vano

d’una sostanza così debole ed indicibile

dal suono grigio e quotidiano,

il tedio del comune, del banale ed insostenibile

Perché se è vero che è destino umano

d’un animo pur forte, pure invincibile,

sorbir di questo liquido vano

un poco, piano piano, quanto è digeribile

Solo ber di quella misura non è insano

che è data nella piccola coppa famigliare

tenendo tutto il resto sempre lontano