MISTERO RAI ovvero COME PAGARE PER COSE CHE POSSIEDI

   La Rai è come la politica, ti obbliga a rischiare di scadere nella retorica e forse nel populismo, ma alla fine, a conti fatti, ti accorgi che hai solo detto quello che andava detto. Si parla molto degli sprechi, gli scandali, gli stipendi dorati, le incompetenze e le mancanze di quello che continua ad autodefinirsi servizio pubblico. L’essere meglio di Mediaset non è un titolo di vanto, chiunque oramai potrebbe esserlo, ma la Rai si adagia sopra questa convinzione, si assopisce come sopra un comodo cuscino e sonnecchia, sicura del canone, delle protezioni e degli introiti, sempre e comunque. Il carrozzone Rai è un turbinio di spese inutili, raccomandazioni e inefficienze. Non scopro nulla di nuovo. Ma ci tengo a sottolineare due casi emblematici, due casi dove i fondi che potevano essere impiegati in altro modo sono utilizzati, inspiegabilmente, male. A costo di essere tacciato di passatismo, quali accidente di ragione c’era per rifare Eduardo se avevi già Eduardo e rifare Nero Wolfe se avevi Buazzelli? Possibile che la Rai non potesse investire denaro per restaurare quello che andava restaurato, magari ponendo fine alla vergogna di un archivio che, anno dopo anno, si logora e viene dimenticato, e far produrre quello che non possedeva. No, la Rai doveva spendere per qualcosa che non serviva.

Non mi si tirino fuori menate sul bianco e nero o sulla necessità di rinnovare. Nessuno dei due prodotti citati è rinnovato. Le commedie di Eduardo con Ranieri sono molto al di sotto delle versioni originali (poteva essere diversamente?) e inficiate dalla pretesa di italianizzare Eduardo, accidenti a voi!, quando Eduardo è comprensibilissimo in Russia, figuriamoci in Italia. Tutti sanno che il napoletano di Eduardo è già un napoletano teatrale e che da grande animale da palcoscenico, abituato a doversela guadagnare la serata, Eduardo scriveva pensando a tutta l’Italia. Le commedie di Eduardo si comprendono senza alcun problema, dove non arriva il lessico arrivano gli attori, al massimo, ma non c’era ragione, si potevano aggiungere delle noterelle lessicali alla base delle immagini, ma ripeto era fatica sprecata. E così la Rai non tira fuori quella meraviglia di collezione con Eduardo, Pupella Maggio, Ugo d’Alessio e tanti altri, preferendo investire per far mettere in scena a Ranieri ed altri, rilavando i testi in Tevere (perché è italiano della televisione e dunque romano, comunque e sempre), con risultati mediocri, anche in presenza di grandi attori (la Melato ad esempio) nettamente fuori ruolo e fuori registro. La cosa si ripete con Nero Wolfe.

Bistrattato, messo in scena in maniera un po’ sgangherata, con interpreti che vanno bene, non lo nego, per una serie come Boris, dove è la parodia più estrema a dominare e dove  eccedere è da copione, ma completamente fuori fase nella resa degli sceneggiati tratti da Rex Stout. In particolare è il duo principale a uscirne malconcio. Pannofino è un ottimo doppiatore, ma come molti doppiatori professionali (dove una volta erano attori di teatro che arrotondavano) messo alla prova come attore cede e memore del suo successo in Boris restituisce un Nero Wolfe estremo, sguaiato, tutto smorfie, forse con una resa che avrebbe avuto senso in radio, ma sullo schermo non si può vedere. Pari discorso per Sermonti, pure prima di tutto attore in teoria, che esce con le ossa rotte, con quella recitazione ad eterno sospiro che ha preso piede stabilmente in Italia e che porta a sospettare grosse pecche. Se per i due doveva essere un modo per liberarsi del marchio “quelli di Boris” hanno attualmente fallito, hanno trascinato in Boris Nero Wolfe. Quale bisogno c’era di investire soldi in queste parodie dei piccoli gioielli Rai? Quale strano morbo obbliga il servizio pubblico a impiegare i soldi per mettere in scena ridicole nuove edizioni dei suoi classici? Il bianco e nero è una scusa (a parte che di Eduardo hanno pure cose a colori) anche perché la gente non si spaventa certo al non vedere colore o pensano di avere a che fare con un pubblico di minorati? In realtà è che si vuole costituire giri, dare lavori, far passare denaro, ma senza doversi sforzare particolarmente. Alla base c’è ancora l’errore primigenio, l’abdicazione del proprio ruolo per rincorrere Mediaset, quando, come ebbi già modo di scrivere, la Rai doveva mantenere una politica di bassi costi e bassi stipendi, lasciare che i grandi personaggi andassero a farsi riempire di milioni per fare porcherie, diventare palestra per i giovani talenti che ancora nessuno voleva e conosceva, un vivaio. Parallelamente sfruttare il suo archivio al meglio. In seguito sarebbero tornati i grandi nomi, una volta foraggiati dall’altra rete, perché lavorare con la Rai avrebbe voluto dire lavorare per la qualità. Pensate solo agli, oramai pochi, bravi attori di teatro, pensate che nei periodi di stanca non avrebbero gradito una entrata e della pubblicità lavorando per la Rai? Invece no, inseguimento del pattume, svenamento delle risorse. Ancora oggi la Rai non riesce a capire la sua strada e pur quando in apparenza punta a cose buone, classici, cose godibili, si impiccia in problemi elementari, dimenticando che la letteratura è piena di cose da mettere in scena e mai viste prima di ora e che i gioielli non si sostituiscono, si lucidano al meglio e si sfoggiano nelle serate importanti, il loro valore non cala mai, anzi.

Annunci

Io darò nome

Frederic Edwin Churchm The Old Boad, 1850

Io darò nome a tutte le cose

come l’Adamo del primo Libro,

e prenderò controllo del mio regno

sotto un cielo dal colore nuovo.

 

Riunirò in uno solo ogni suono.

E quando l’angelo dalle quattromila ali

disperderà l’ultimo rintocco

modellerò l’universo dal principio.

 

Perché i confini di tutto il mondo

sono quattro dolci archi lievi

dove ogni potere giace splendente

FINALMENTE BUAZZELLI

Nell’epoca degli attorucoli dalla incerta dizione e dalla certa incapacità, circondati dal belloccio che una volta faceva da imbottitura al filmetto e ora si spaccia per protagonista, è bene tornare a vedere i grandi senza alcun dubbio. Finalmente youtube  inizia a resituire Buazzelli oltre il pur ottino Nero Wolfe e le divertenti pubblicità, Buazzelli al meglio. Ecco un programma del 1987 a ricordo del grandissimo scomparso prematuramente.

IL GIGANTE E IL VAGABONDO – LA STORIA DI ERIC CAMPBELL

Il mondo del cinema muto è costellato di storie tragiche, sembra quasi che fosse inevitabile il giocare tutto per tutto e che la morte, l’annullamento, la povertà estrema, fossero la necessaria minaccia per poter creare qualcosa di duraturo. La morte, l’hanno detto in tanti, è uno degli inspiegabili motori dell’arte e di croci è costellata la via del pionieristico, pazzo, geniale cammino del cinema dei primi decenni del secolo passato. Forse ancora oggi questi tragici epiloghi hanno ancora spazio, ma resta l’impressione che all’epoca fosse davvero un gioco pericoloso e che a mettere la propria pelle sul tavolaccio fossero tutti, compresi i più grandi. Una serie di errori e anche le più luminose carriere potevano svanire per sempre.

  Tra queste molte croci oggi voglio brevemente ricordare quella dell’uomo che, per undici film, dal maggio del 1916 all’ottobre del 1917, ha rappresentato qualcosa di molto importante per Charlie Chaplin: Eric Campbell. Se nelle molte vite vissute da Chaplin c’è una fase dove il vagabondo è uscito dal suo rango di stella isolata e si è accostato a qualcosa che poteva sembrare una spalla comica è proprio questa vissuta accanto a Campbell. Il volto di Campbell, irlandese classe 1879, è conosciuto e ignorato al tempo stesso. Certamente nei ricordi di molti di voi questo volto è famigliare

Mentre altrettanto con sicurezza questo altro volto è totalmente nuovo.

Il gigante Campbell (1.98 di altezza) ha rappresentato il cattivo per eccellenza, l’orco dai lunghi baffoni inspidi, una figura grottesca e spaventosa, una sorta di Barbablù, intento a corteggiare, solitamente con pessimo esito, la bella di turno, costretto a subire gli attacchi del vagabondo, ma anche in grado di restituire con forza alcuni colpi.

Certo sarebbe eccessivo dire che Chaplin e Campbell abbiano anticipato Laurel & Hardy, i caratteri erano profondamente distinti e non c’era quella intenzione di farne una coppia comica reale, ma è innegabile che, quando la coppia comica più celebre doveva ancora comparire (nel 1921 faranno la loro prima apparizione assieme), il rapporto tra il vagabondo e il suo gigante iniziava a instillare nel pubblico un sempre maggiore interesse per questa formula a due, il grosso, un po’ manesco, ma anche goffo e gradasso, il minuto, lesto, a volte svanito.


Campbell, a differenza di altri attori dei film di Chaplin aveva alle spalle una formazione teatrale concreta, oltre ad una esperienza nel mondo del musical (era un baritono), insomma sapeva reggere la scena e questo spiega perché Chaplin si trovò ben presto a ritagliare sempre più spazio per loro due: nell’anno e mezzo di lavoro per la Mutual Chaplin girò 12 film, solo in uno non compare Campbell, One A. M., una sorta di eccellente prova di bravura del solo Chaplin, un monologo comico nato magari per sottolineare la mantenuta autonomia dell’attore e la totale indipendenza comica, ma resta il fatto che One A. M., per quanto straordinario, non risulta certo il migliore dei film nella serie di quell’anno e mezzo.

Come dicevo, il mondo del cinema muto è costituito da molte croci. I guai si accumularono tutti in pochi mesi, a giugno la moglie di Campbell morì improvvisamente per un attacco cardiaco, lasciando l’attore in uno stato di prostrazione che lo condusse ad esagerare con gli alcolici. Come se non fosse abbastanza pochi giorni dopo la morte della moglie l’unica figlia, Una, venne investita da un auto mentre andava a comprare un abito per il lutto: la ragazza riportò gravi ferite dalle quali si riprese solo con un lungo periodo a letto. Già questi due eventi avrebbero potuto schiantare un uomo, anche se mastodontico, ma vi si aggiunse un fatto che, in principio, parve uno spiraglio di luce. Campbell conobbe Pearl GIlman, attrice di vaudeville. Gilman nonostante la sua giovane età,  poco più che ventenne, aveva alle spalle già due divorzi lampo con facoltosi ex mariti e Campbell in quel momento, nonostante i problemi personali, vedeva la sua stella brillare: aveva seguito Chaplin alla First National e dunque il 1918 sarebbe certamente stato un anno di intenso lavoro e di ottimi incassi. Campbell perse letteralmente la testa e cinque giorni dopo aver incontrato la Gilman la sposò. L’assurdità di questo gesto dovette apparirgli presto, magari durante qualche intervallo di sobrietà, visto che tenne nascosta la cosa per settimane alla figlia convalescente. Secondo copione due mesi dopo la Gilman chiese il divorzio dichiarando di aver subito violenze e insulti da Campbell. La cosa spinse ulteriormente nell’alcol Eric che il 20 dicembre 1917, alle 4 del mattino di ritorno da una festa, rimase coinvolto in un grave incidente stradale restando ucciso sul colpo. Chaplin si mostrò rattristato, anche se tentò immediatamente di trovare un sostituto per il ruolo di Campbell (dobbiamo però ricordare che all’epoca il ritmo di produzione era vertiginoso, praticamente una commedia al mese e Chaplin era molto esigente). La tragedia non finisce purtroppo. Campbell venne cremato, ma nessuno si fece avanti per pagare le spese del funerale e così per diversi mesi le ceneri di Campbell rimasero abbandonate al Cimitero Rosedale. Sei mesi dopo vennero inviate, sempre senza che qualcuno pagasse la sepoltura o reclamasse l’urna, alla Handley Mortuary. Rimasero in questo luogo per anni, fino al 1938 quando la Handley chiuse e rinviò le ceneri a Rosedale.

Solo nel 1952 un dipendente del Rosedale pagò di sua tasca le spese consentendo che Campbell ricevesse una sepoltura. Oggi le ceneri di Campbell giacciono da qualche parte a Rosedale, recentemente è stata apposta una lastra commemorativa nel cimitero, ma sotto non c’è l’urna che, al momento, risulta smarrita. Nessuno ha mai reclamato i resti di Campbell. Se le vicissitudini delle ceneri di Campbell sono comprensibili mettendosi nei panni della figlia (una quindicenne, rimasta orfana e senza un supporto economico, costretta a tornare in Inghilterra e a trovarsi un lavoro in fretta e furia per sopravvivere) rimane l’amaro in bocca nel pensare alla totale assenza di un intervento di Chaplin in favore della figlia del fedele collega. Chaplin era certo molto impegnato e mieteva successo dietro successo, ma resta il fatto che, se si osservano ancora oggi gli undici film dove compare Campbell, appare chiaro che parte della fresca comicità di questi nasce proprio dalla perfetta alchimia tra il vagabondo e il suo gigante, una alchimia che forse avrebbe meritato post mortem un maggiore segno di riconoscenza.

PS: Sulla vicenda di Eric Campbell consiglio un recente documentario, Chaplin’s Goliath

IL PUZZO DEI POETI MANCATI

Isidor Kaufmanm, Those funny little Ads

Il puzzo dei poeti mancati
risale la collina,
è un misto di fiori strinati
e pesti, di varichina,

di giocattoli dimenticati
perché banali, perché rotti,
di orchestrine da naufragio
da oceani del disagio
inesistenziale,
di biografismo da suicida
complessato, con la gamba
rigonfia di latte e accidia
ed il verso smozzicato

Il puzzo dei poeti mancati
affiora dagli scranni,
dai banchi, dai tribunali,
dalle scuole, dagli ospedali,
dalle case di riposo,
dall’inebetito parlare
oltre il tempo della ragione,
oltre la vita biologica.

Sfidano l’autoeutanasia dei cervelli,
i poeti mancati,
ed il lezzo che emanano è dai brandelli
di carni, tarlati
nelle teste ad eco
per i defluvi cerebrali,
siedono in sempiterno congresso
e spesso hanno un solco in fronte:
è il marchio del successo
e delle acclamazioni, le corna dorate,
i fasci, le ghirlande,
vero onore o ruberia è lo stesso
per questa genia di Giani bifronte,
incapaci di distinguere il catarro
dal gelsomino,
imbambolati con occhi di ramarro
“a rimirar il giardino”
delle loro poche ossa,
e contando contando
strascinano i cenci alla fossa
del cacatoio d’elezione
dove daranno l’ennesima deiezione
e si sorprenderanno “poetando”

 

MERCANTI DI FUMO SI SCONTRANO ovvero Diprè VS Bonito Oliva

Lo scontro Bonito Oliva – Diprè è l’antica lotta tra due esponenti della medesima religione. Gli adepti ai quali i due malcapitati si rivolgono sono praticamente gli stessi, variano nell’aspetto i luoghi e la forma, ma poco più. Se Bonito Oliva propaganda le sue croste dalla suite di un hotel, Diprè si riduce al salottino sgangherato della nonna, se Bonito Oliva darà a pagamento una mezz’ora di notorietà al peracottaro di turno e, a forza di invasione del mercato, riuscirà a trovare chi sia tanto fesso da sborsare soldi per quella paccottiglia abbacinato da “quotazioni” e cataloghi, Diprè fornirà un quarto d’ora di fama e accalappierà qualche incauto inebetito dalla televisione. Per Diprè il guadagno principale è forse nel fare leva sulla stupida convinzione dell’italiano medio che tutti si è artisti (declinato in questo caso a scultura, pittura e così andando) che tutti si è destinati a far mostre e dar mostra del proprio talento. Per Bonito Oliva il guadagno viene sia da questo, sia da un mercanteggiare più vasto con una rete nazionale e internazionale di suoi simili e infine dal far leva sulla convizione dell’italiano medio di capire cosa sia arte e di fare “utili” investimenti. Dipré non presenterà croste con tanto di bollino (pensiamo ad uno Schifano, impiastrone che un’ampia opera di saturazione del mercato a suon di grancassa ha portato a cifre al di là dell’assurdo) ma spesso le sue croste sono pari a quelle del Bonito Oliva. Se questo secondo presentasse i quadracci presentati dal primo maree di gonzi accorrerebbero a prenotare e a mettersi in salotto l’ennesimo vomito sopra tela.

A fare i caghetti intellettualoidi, quelli da ditino alzato e vocina flebile, staremmo ora ad elogiare Oliva, mentre in cuor nostro non ci riusciamo, entrambi sono fautori di rincoglionimento e di distruzione dell’arte, entrambi affamano i pochi reali artisti per una produzione in serie che non vale un fico secco. Quella pittura modernissima che è come il dollaro e la borsa: non pagate oggetti o capacità concrete e visibili, pagate titoli ed evanescenti quotazioni di mercato. Allora viva Diprè che, con il suo modo sbrindellato, il suo parlare risibile (ma se ascoltaste Bonito Oliva sentireste un italiano raffazzonato alla medesima maniera) ci mostra quanto sia nudo il re, se l’altro ci vende piscio in una lattina Coca Cola, Diprè ce lo offre in un misero bicchierino di plastica e ci dice subito: guardate che è piscio. Liberi di trangugiarlo e pagarlo fior di quattrini.