In capite venenum

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Mamma li Erri ovvero Una Preghiera ovvero Sopra una Poesia (?) dedicata ai ragazzi di Istanbul

Innominabile e innominato o forse nominabile e nominato,

che tu sia ancora fluttuante sopra le acque o interrato,

che il tuo nome sia d’un solo suono impronunciabile o di 72 lettere,

divinità palustre forse nascosta in una di quelle rane che saltellano tra le limacciose sponde del fossato d’Ercolano,

ti chiedo e ti scongiuro,

pieno del terrore che può avere chi cammina sopra un ponte in rovina,

sentendo nel cuore come ogni passo possa essere quello temuto,

tienimi lontano dallo scrivere come scrive ora Erri de Luca,

ti prego, ascoltami.

Non saprò mai quale sia il tedio che guida quella mano,

quale abitudine all’andare a capo, a fingersi poeta,

quella necessità di farsi gazzettiere con ritorno a carrello,

ha perso perfino il respiro, questo gli riconoscevo un tempo,

ora forse vive in una tenda ad ossigeno,

in una stanzetta ammobiliata con gusto mediocre,

ma con grandi rappresentazioni di panorami montani,

vive nella sua tenda, esce solo per mangiare,

si mette, mezzo sdraiato, un po’ lumacoso,

con un taccuino o forse direttamente al computer,

non lo sapremo, non lo voglio sapere, non me lo dire,

e butta giù questa specie di gorgoglio modesto

– se dovessi pungolarlo gli rinfaccerei borghese –

gorgoglio di cani e fidanzati e passeggiate,

di natura con la farfallina senza coscia…

pareti d’arrampica per l’asilo infantile,

tra corone di fiori di cartapesta e origami,

quelli da tre ore a settimana per far lavorare il consulente.