P. Roth, The Human Stain

Tra le molte pregevoli qualità del romanzo c’è pure una descrizione di quello che è il disastro sociale e accademico negli Stati Uniti, disastro nel quale stiamo mettendo tutte e due le zampe in Europa a forza di Settimane del o Ricordiamoci che… auguri

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Patonze giornalistiche e presidenziali (parte 1)

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Scrivevo non molto tempo fa sopra la autobiografia di Pansa e della sua ossessione per la patonza. Il volume l’ho finito da tempo e devo dire che nella seconda parte la faccenda si stemperava e si rientrava più nella biografia classica. Il sospetto è che il passaggio da scapolo ad ammogliato abbia suggerito all’autore di abbandonare il tema, giusto per non incorrere nelle ire muliebri (siano vere o false le storie raccontate dal signor Pansa). Il dubbio di una certa ossessione da parte dell’autore per la questione è rinfocolato dalla uscita di un articolo di Feltri Senior (patonzologo più discreto) in merito ad un ulteriore volume del Pansa. Nel settembre 2016 Feltri infatti scrive, sulle pagine di Libero (Feltri – Pansa – Libero, la Triade della Patonza).

Ed eccoci alla sua ultima opera. Un volume il cui titolo, piuttosto verboso, è: Vecchi, folli e ribelli. I piaceri della vita nella terza età (Rizzoli, pp. 294, euro 20). Confessa che avrebbe voluto un altro titolo, «Viva la vecchiaia!», ma devono averglielo bocciato. Io l’ avrei intitolato «L’ amore al tempo delle dentiere».

Tuttavia, più che sui sentimenti, Pansa insiste sulla dura pratica della “ciulata”, descritta con penna fiorita. Si susseguono così capitoli dove, in veneranda età, Pansa si rivela come uno scrittore hard, il Rocco Siffredi del giornalismo, anche perché la tira molto in lungo con queste storielle minime a «luci rosse», per usare un’ espressione piuttosto scoraggiante da lui stesso usata a percussione.

Confesso, il libro è noioso, ma forse non sono portato per racconti di vegliardi che scostano le mutandine a ragazze le quali cedono sempre, e tutte hanno la loro convenienza a farsi esplorare il «boschetto» (giuro, Pansa scrive proprio così).

 

Sospiri e paura non della morte ma di morire, caro Giampaolo, altro che sesso da cerbiatti nel citato boschetto.

Forse è l’ invidia a dettarmi pensieri scettici, visto che Pansa a 81 anni si atteggia ancora a parlarne da contemporaneo, io potrei da storico. Del resto, non c’ è chi non veda una vanteria autobiografica quando in un raccontino si accenna a un super-dotato piemontese, mentre io al massimo sarei abilitato a rievocare le peripezie di un microfallico.

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Insomma, più che un elogio della vecchiaia e dei vecchi, l’ autore cerca di dimostrare al prossimo ma soprattutto a se stesso che lui, Pansa, è un vecchio e meraviglioso scrittore.  L’ impressione però è che se le sue falangi, falangine e falangette restano d’ oro, il loro disegno sulla pagina, invece, appare vetusto; qualcosa in lui si è arrugginito. Non il pisello, tuttavia.

P.s.: Pansa ha perso la memoria come chi è afflitto da demenza senile. Alcuni mesi orsono dichiarò a Panorama, in una intervista rilasciata a Stefano Lorenzetto, quanto segue: «Vittorio Feltri mi piace, dice quello che pensa in modo tale che tutti possano capirlo, anche in tivù. Il fatto che la sinistra lo abbia sempre sottovalutato dimostra che al 95% è fatta di coglioni. Io gli do 9. Anzi 10, toh».

Mercoledì scorso lo stesso Pansa, interrogato da Nanni Delbecchi per il Fatto Quotidiano, alla domanda: Vittorio Feltri? ha risposto: «Feltri? Non so chi è».Le ipotesi sono due: o il famoso giornalista era rincoglionito quando mi dava il massimo in pagella o lo è diventato in seguito. A una certa età succede di avere il marasma nel cervello, ma non è il caso di esibirlo.

Ammetto che mi terrò lontano da “Vecchi, folli e ribelli” e non vi è da parte mia né alcuna questione ideologica o del moralismo, ma se devo leggere storie con momenti di intreccio carnale preferisco le memorie di Casanova che, pur scrivendo oramai da anziano e malandato e con la percezione della fine del suo mondo, alterna alle parti boccaccesche (scritte meglio) interessanti riflessioni ed episodi piuttosto divertenti. A giudicare dalle parole di Feltri in “Vecchi etc…” si accentua solo il tono da “guarda che ti scrivo”. No, per favore.

A proposito di salacia e boccaccesco ricordo un passo della vita di Catone di Plutarco (Ediz. Utet 2010):

24, 1 Si dice che, nella fase più animata della discussione tra Cesare e Catone, quando in senato tutti gli occhi erano puntati su di loro, a Cesare fu recapitata dall’esterno una tavoletta. Catone si insospettì, convinto che gli autori del messaggio fossero dei congiurati (1). Intimò, pertato, a Cesare du leggerne il contenuto ma Cesare, che gli era seduto accanto, si limitò a porgergliela. Lo scritto altro non era che un messaggio dai toni audaci vergato dalla mano della sorella di Catone, Servilia, sedotta da Cesare e diventata sua amante. Resosi conto di ciò, Catone passò con violenza la tavoletta a Cesare, gridandogli: Tientela, ubriaco!” e riprese il discorso dall’inizio.

Del volume da me letto posso solo apprezzare, ma è questione mia, il fatto che per l’ennesima volta Giorgio Bocca faccia la figura del Omm e’ merd quale era, d’altro canto la carriera di questo finto “uomo tutto d’un pezzo” mi era già nota: fascista e antisemita con articoli fascistissimi e denuncia di un disfattista in treno, partigiano assetato di far fuori quei fascisti, negatore delle BR, socialista craxiano, anti craxiano, leghista, antileghista (ma non mancando di parlare di Napoli come neppure il peggior Borghezio) insomma è stato tutto e ha pure avuto il coraggio di spacciarsi per uomo puro e onesto, la santificazione ovviamente è arrivata in questa italiuccia che confonde l’anzianità con la saggezza, come se gli stronzi morissero tutti giovani…

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Un bel esempio di antisemitismo del Bocca (1942, aveva 22 anni)

è morto, pace all’anima sua ovunque sia (sento puzza di zolfo) ma vien da ridere a leggere dei suoi durissimi attacchi a Fenoglio, a Pavese, a Sciascia, tutta gente che valeva certo infinitamente più del ringhioso cane barbone di Cuneo. Ovviamente Bocca ebbe il coraggio, pur essendo stato quel che sappiamo oramai bene, di scagliarsi duramente contro il lavoro di Pansa dedicato alle azioni dei partigiani, ma non fu l’unico furbone, troviamo tra gli altri Luzzatto, figura che ultimamente è meno in auge televisivamente parlando. Luzzatto si scaglio durissimamente contro Pansa (poi fece ammenda, pare) ma soprattutto, ed ecco il vero squallore che tratteggia una figura, si scagliò con forza contro il povero Roberto Vivarelli: Vivarelli aveva rivelato in un incauto volume di memorie di essere stato quindicenne nella RSI. Apriti cielo, come Vivarelli! L’allievo prediletto di Chabod e continuatore della sua opera! Nella RSI? E giù botte ovviamente, come se un quindicenne… mentre uno classe 1920 come il Bocca era poppante, boh. Comunque botte a destra e a manca, con interventi del tipo “Vivarelli è un protagonista MINORE della nostra cultura storica”, insomma il giudizio di valore scientifico al servizio delle fisime antifa. Il peggiore, dicevamo, fu Luzzatto, giovane allievo del Vivarelli, che pensò bene di ricamarsi la veste di strenuo difensore delle libertà democratico-partigiane (lui classe 1963) rispetto ad un uomo, il suo maestro si ricordi, che era “un tizio a cui buona parte della intellighenzia italiana ha tolto il saluto”. E tanti sputi. Sul metodo storico Luzzatto torneremo prossimamente a proposito di un suo volume.

  1. Siamo all’epoca della Congiura di Catilina

L’antro di Leo (La terza vita di Leo, gli ultimi vent’anni del teatro di Leo de Berardinis a Bologna, Titivillus Edizioni, 2010)

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Leo de Berardinis è morto, viva Leo de Berardinis, Leo è morto, è morto due volte e dunque forse visse due volte come il Totò di Ciprì e Maresco e Leo era un po’ di questo, un po’ di quello, era un attore tecnicamente completo, sperimentatore, ma riusciva a non cadere in certa stucchevole aria d’avanguardia (l’avanguardia è storica, l’avanguardia – est- storica, diceva l’Altro) e se di Carmelo la voce è eterea eppure tanto registrata, di Leo i materiali sono pochi e spesso ciancicati, a volte ‘sti materiali son proprio ‘na schifezza, ‘na zoza e ti pigliano pure alla sprovvista… tipo che io confesso di amare molto il Totò Principe di Danimarca, penso sia riuscito in tutto e che desse piena visione delle possibilità di un repertorio classico ed eterno eppure giocato, speziato, con effetti speciali umani, eppure pare, così dicono quelli che erano con lui e con lui “fecero l’impresa” che l’esito è un pallido spettro di quello che doveva essere, che quella registrazione che a me appare così preziosa, con tanto di improvvisazioni e ridersi addosso del mancato effetto, è l’esito di faticosi accordi, di compromessi, il colore non è quello, le luci non sono quelle, taglia e cuci, cuci e taglia… e a me che pareva un prodigio… e io che credevo di avere capito… è che credevi cachera? Mica sono fiaschi che si abboffano… calma, eppure, boh, sarà, io consiglio ugualmente di partire da Totò Principe (di Danimarca), sarà che Shakespeare e Totò… e ho detto tutto. Il volume è nato quando Leo fluttuava in quella strana vita che è dopo il coma e prima della morte, Leo è morto in corso d’opera(zione), si tratta dunque d’un opera(zione) incompiuta, un pastiche, Scaramouche, operazione estetica poi, verrebbe da ridere se non fosse la tragedia che c’è dietro a quella interruzione d’ossigeno. Il convegno, l’insieme di scritti, il coro di voci, così è assemblato perché Leo fu corale, per quanto despota, capocomico, capobanda e capomanipolo, pur approdando alla fine alla solitudine di Past Eve and Adam’s, pur essendo Leo e dunque la zampata la dava e la dava forte, non c’è da scordare che è stato uno dei pochi a figliare davvero teatralmente. Guardate il recente premio Duse alla Bucci, guardate Marco Sgrosso, ha collaborato con grande esito con nomi come Enzo Vetrano, Antonio Neiwiller, Toni Servillo, Leo ha figliato o ha contributo a tirare su buone leve, non era etereo e solitario eppure lo era, forse si intrecciavano le due vite (o tre come si intende nel volume separando il Leo e Perla, dal Leo Teatro di Leo ed il Leo conclusivo che scivola nel silenzio). Nel 2012 se ne è andato pure Maurizio Viani, le luci, le luci di Leo, quelle luci che sono svanite e che facevano dannare i fotografi e obbligavano a compromessi per le riprese.Se Leo era la voce, Maurizio era la luce e come luce era pure difficile da intervistare, era schivo, pare parlasse molto poco e d’altro canto era giusto perché il compito di emettere suoni spettava a Leo.

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Nel volume ho trovato Leo? No. E magari significa che l’ho trovato perché se dove pensavo di trovarlo (Totò Principe) non c’era allora forse ci sarà dove non mi sono accorto della sua presenza. Una lettura che consiglio per perdersi in un labirinto di Leo, molte voci, accumulate, alcune fanno dei lunghissimi monologhi, alcuni rispondono rapidamente, alcuni proprio non parlano o non parlano più, un po’ di biografia, un po’ di cronologia, un po’ di discussione critica e tecnica. Se lo trovate fatemi un fischio… o una pernacchia.

A. Arbasino, Ritratti e Immagini, Adelphi 2016

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A scrivere del “nuovo” Arbasino mi trovo un po’ in imbarazzo, cosa che se ci penso bene mi capita quasi sempre con “l’ultimo” Arbasino, perché dalla lettura non porto via quasi nulla, chiuso il volume (digitale) il contenuto svanisce dalla mia mente eccetto pochissimi, tenui e probabilmente inutili ricordi. Dei nuovi Ritratti posso dire che, credo, siano più godibili per scrittura rispetto a Ritratti Italiani, ho infatti la vaga sensazione che il volume precedente fosse scritto in modo più arzigogolato (ma non nel senso positivo dell’Arbasino d’antan) eppure non posso dirmene certo perché dovrei ricordare di più di quello che ho conservato in memoria. Di questo “Ritratti e Immagini”, appena concluso, posso dire che vi sono a volte dei Ritratti minuscoli, pochissime righe, altri più densi, ma nel mio cervello ritrovo solo la descrizione della Dietrich che ammicca al pianista e canta un repertorio difficoltoso, fatto di parti che non può più, parti che non avrebbe mai potuto e qualcosa che ora e sempre può, il tutto con la sensazione di vedere nella gabbia l’ultimo splendido esemplare di Tilacino che si agita sconsolato.

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Il problema è che, serrato digitalmente il volume, si resta con un dubbio sulla identità di codesto Tilacino: la Dietrich, Arbasino o il lettore?

PS: avrei potuto tentare una “riflessione” affastellando, senza soluzione di continuità, le persone ritratte, dando micro pennellate, ma avrei dovuto ripescare uno per uno i soggetti e rubare a man bassa dal volume e non dalla mia memoria completamente obnubilata.

PPS: eterna riconoscenza ad Arbasino per avermi fatto conoscere in passato Dossi e le sue Note Azzurre

Dietrich Bonhoeffer in un recente libro

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L’impressione è che Bonhoeffer non sia poi venuto tanto a galla in questo libro, non nego l’amore dell’autore per il teologo, né il suo impegno nel visitare tutti i luoghi, né l’efficacia talvolta di uno stile da memoriale o viaggio alla scoperta di una vita che, con una formula abusatissima, si direbbe breve e intensa, ma ho finito il libro con l’impressione che mancasse molto e magari è un ulteriore pregio perché spinge ad approfondire.

Di certo emerge un uomo dal carattere saldo, pur non mancando né di umanità né di una dose di incertezza, insomma non siamo davanti ad una immaginetta eterea, in particolare colpisce come Bonhoeffer, consapevole di rischiare la vita, abbia alla fine preferito rinunciare alla sua carriera in America per tornare in patria, eppure non mancherà fino all’ultimo di tentare di salvarsi, non siamo davanti dunque ad un “cacciatore di martirio”.

Per i miei gusti l’autore a volte scivola troppo in un sentimentalismo spicciolo, a mio modo di vedere stereotipato, che trasmette più l’impressione di una “zeppa” narrativa o della necessità di ribadire pubblicamente certi concetti detti e ridetti sull’epoca, il regime, le colpe e così via, ma non voglio negare che alcuni di questi momenti, come ad esempio alcune riflessioni sulla indifferenza dei miserabili per gli eventi che noi definiamo storici, risultino calzanti.

Ignoravo questa poesia di Kavafis dedicata a Celestino V che, o tempora o mores, parrebbe pensata pure per il recente referendum costituzionale

Che fece… il gran rifiuto

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

La regola instaurata da Bonhoeffer nel buen ritiro / comunità di Finkenwalde andrebbe scritta a caratteri d’oro e dovrei passare la giornata a picchiarci la testa perché, ammetto, penso sia un vizio che andrebbe estirpato da se stessi ad ogni costo… e quanto è difficile!
A Finkenwalde vigeva, come ho detto, una sola regola: era vietato parlare di qualcuno in sua assenza (p. 82).
Segnalo due errori, uno certo, l’altro per alcuni forse discutibile.

All’inizio del capitolo Fuhrer o Verfuhrer Hidenburg viene definito CANCELLIERE invece di Presidente (p. 51).

Nel capitolo Mani in pasta Céline viene definito ex collaborazionista (ma quando mai?) (p. 61).

Si nota comunque come alla Mondadori inizino a mancare correttori di bozze con competenze un po’ più elevate del correggere maiuscole o punti e virgola, gli autori dovranno sempre più stare con gli occhi spalancati perché qualsiasi distrazione rischia di passare poi direttamente in stampa.

Penso sia comunque un buon punto di inizio, almeno a livello italiano, per chi voglia scoprire qualcosa di Bonhoeffer per poi approfondire: una rapida ricerca nel OPAC della Biblioteca Nazionale di Roma restituisce 28 titoli (27 in realtà, uno è ripetuto) dunque tra testimonianze, riflessioni, carteggi e ricordi c’è spazio per aumentare la conoscenza di questo autore, oltre ovviamente alla sua produzione.

Alter Christus?

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Fa bene e male leggere il libro della Mercuri. Da un lato si comprende quanto quelli che definiamo “Francescani” (termine che d’altro canto avrebbe fatto orrore a San Francesco) siano cosa totalmente distante e diversa da Francesco e dal suo gruppo di seguaci, gruppo di gente un tempo facoltosa e certo colta. Viene voglia di andare ad Assisi, ammirare le bellezze, meditare presso la tomba del Santo, ma ci si chiede: e se mi si para davanti un frate? E se mi arriva il fraterello pasciuto con il suo discorsetto buono per tutte le stagioni e per tutti i climi politici? Se mi propina la sua cantilena molto convenzionale, all’insegna dei tempi che corrono e dei temi dove si accumulano i soldi, io saprò sopportarlo? Ignorarlo ma con garbo? O gli sputerò sui calzari, venti, trenta volta, scacciandolo. San Francesco si sarebbe allontanato, non vedendo speranza di vincerlo con l’esempio e l’insegnamento, se ne sarebbe andato (come allora), romita, praticamente espulso dal suo stesso Ordine, ridotto al silenzio.

Viene voglia di andare ad Assisi e vedere tutto quello che c’è di bello, compreso quanto probabilmente non avrebbe entusiasmato il Santo che perorava un mondo di semplicità e modestia, una chiesa piccina e semplice, costruita di materiale povero e deperibile, forse la Basilica e gli PseudoGiotteschi affreschi avrebbero suscitato una sua reazione di timore o forse no, in fondo non era né il bacchettone di certe tradizioni agiografiche, non era né il penitente perenne o il votato al tozzo di pane secco, non era il moralista che respingeva la donna fin con la vista, non era molte cose. Certo avrebbe chiesto chi raffiguravano quegli affreschi, avrebbe domandato chi fosse quel frate, diversi episodi non li avrebbe riconosciuti (perché non avvenuti, se non nella mente di Bonaventura).

Allora viene il dubbio, forse, in cuor mio, se devo per un secondo fingermi nel ruolo di chi giudica, condanna e perdona, forse quei frati che fecero fare tutto questo, pur se dietro vi era il volere di sancire un primato, pur se vi era il desiderio di costruire una Arca inviolabile per il prezioso corpo del Santo, prezioso anche per beghe e le offerte, forse dico questi li potrei perdonare, perché innalzarono quello che hanno innalzato (o meglio fecero innalzare) insomma hanno dato qualcosa di degno. Certo sputerei mille volte sui calzari  di quelli di ora, sono impiegatucci, sono amministratori di basso rango, accumulano, si garantiscono la loro oasi ipocrita, costruiscono con dei mattoncini un rialzo dal quale, con le loro voci molliccie, pretendono di tuonare, voglio dettare ex cathedra la linea morale, loro che la morale l’hanno da decenni calpestata.

E questa è la parte buona. Davvero. La parte cattiva, il colloquio, il rovello, è chiedersi quanto Francesco fu Alter Christus, e non lo fu per la predicazione, neppure per le ferite, le stimmate, non lo fu forse (e in che misura? Ecco, in questo viene il timore maggiore) nel suo finire ai margini, lui ed i suoi compagni della prima ora, nel suo morire sballottato tra la casa del vescovo, il palazzo, la chiesetta e la nuda terra, cieco, piagato, sfasciato nel corpo, circondato dai pochi fedeli, mentre fuori impazzava già la disputa sulla Regola e i frati “dottori” mettevano le mani sull’Ordine e si apprestavano a cancellare perfino la memoria dei seguaci originari. Un Alter Christus anche in questo? Forse PROPRIO in questo? Ridotto ad un etereo un poco vacuo, staccato dal mondo e da tutti, incolto tra gli incolti, lui educato, conoscitore della poesia francese, circondato da giovani di famiglie nobili o di ricche famiglie di mercanti. E se fosse questo? E se l’averne distrutto la Regola fin dal principio, averne attenuato gli insegnamenti e le volontà, per azione di Papa Gregorio, con il corpo da poco sepolto, fosse il nucleo del suo destino di Alter Christus?.

In questo il libro può fare male, anche se forse il paragone tra il traviamento della figura in eterea, mentre l’altra è così umana e dunque più possibile, rispondente, forse offre ulteriore speranza.

Una lettura da meditare.

Ma dove credeva di andare Moresco?

Non abbiamo capito dove pensasse di andare Moresco. Davvero. Il suo articolo sulle pagine di Repubblica è una sorta di mea culpa che alla fine vuole essere un vestra culpa (editori, giudici, magari un po’ lettori) a fronte di una apertura estera (?)

Eppure, certo per mia inguaribile ingenuità, a 68 anni e dopo avere scritto tanti libri e dopo quello che sta iniziando a succedermi all’estero…

…Nella mia vita ho fatto ampiamente esperienza di questo rigetto da parte della società della cosmesi culturale

Continuo a non capire. I premi sono premi e ogni premio ha un funzionamento abbastanza visibile (e risibile). Sia la sagra di paese per il Suino più rigoglioso o il premio Croce Rossa BimbiMinkia i meccanismi di base non cambiano: un comitato, signore bene che si annoiano, ciao Cicci ciao Ciccio, quanto tempo, tartine, strette di mano, ti presento il mio “amico”, vieni a trovarmi a “casa mia”, ti saluta Pippolo, ti sfancula Mammolo. Borges parlando del premio grosso, quello con la N., aveva avuto modo di ricordare l’assurdo meccanismo geografico, assieme a questo vi è pure un meccanismo geo-politico.

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