Benigni commentatori, maligni criticoni

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Con Benigni siamo amici da anni. Lui è grande nel “buffo”, ma lasciamo stare il “comico”. I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che interessa a me è un’altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime.

Carmelo Bene

Io non trovo nulla di strano, né nulla di male nel cambio di idea di Benigni, pur se avviene dopo poche settimane dalle sue dichiarazioni contro la riforma costituzionale. Uno non può cambiare parere? Il problema non è suo, è della massa di italiani ignoranti e beoti che si affidano ad un buffo (o buffone) e alle sue parole come massime di vita e precetti quasi divini, è della feccia italica che ritiene normale diffondere sulle reti nazionali pubbliche e nelle scuole Benigni che spiega la Costituzione, Benigni che spiega Dante, quasi che non vi fosse nulla di più bello, profondo e preparato di un buffone che si improvvisa vate nazionale. A questa massa di imbecilli con diritto di voto dico: avete quello che vi meritate. Se ritenete che questa Nazione sia da rappresentare attraverso un buffone… avete ragione. Un buffone adatto a tutte le stagioni (è il suo mestiere) è l’immagine calzante di questa penisola mediocre e sonnacchiosa, tutta “eventi” e “cose esclusive di gruppo”, se poi vi stupite siete fessi 2 volte e rendete evidente quanti stupidi si aggirino per queste lande. Dunque benissimo Benigni, benissimo lo Stato a considerarlo il suo degno portabandiera, benissimo questa chiesa (c minuscola) e questo papocchio a cercarlo come testimone d’eccezione dei propri libri,

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tutto bene, che cazzo vi lamentate?

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Viadotti per suicidi nella letteratura contemporanea

Giancarlo Dotto ha pubblicato in questi giorni un romanzo. La notizia non sarebbe interessante se non fosse per il titolo “Sono apparso alla mia donna”, evidente ripresa del più celebre “Sono apparso alla Madonna” di Carmelo Bene. Non è certo un caso visto che Dotto è stato per diversi anni un collaboratore di Carmelo Bene e non molti anni or sono, con il medesimo editore del “sono apparso..”, diede alle stampe un librettino di ricordi dedicati alla sua frequentazione con C. B. (ne parlai due anni or sono)

romanRimuginavo sopra questo impoverimento della fantasia e il pessimo gusto dell’ultimo titolo di Dotto, sospetto legato ad un intento di riprendere certi sperimentalismi joyciani/beniani e a come avrei molto più gradito un “Sono apparso a Maradon(n)a”, titolo più consono e filologicamente fedele a C. B., quando mi capita davanti questo volumetto

www.mondadoristore.itpenso inizialmente ad una satira, uno sbertucciamento ai tanti, tantissimi estimatori di uno dei buffoni della nostra epoca. a questo collezionista di titoli di giornale, ma dalla prima pagina inizio a sospettare che non vi sia nessun intento di critica. Il collaboratore di C. B., il C.B. che se ne fotteva del Rwanda (cosa avrebbe detto dei barconi?) del C. B. che si interessava solo al porno ed ai grandi casi clinici, disteso ai piedi del più banale imbonitore di piazza degli ultimi decenni. Quello che oggi dichiara

‘Tre parole-chiave per la vita della famiglia: permesso,grazie,scusa’

Permettendomi di scoprire finalmente che il nuovo Vangelo del 2000 era riassunto con maggiore destrezza dal duo Mogol – Micky del Prete

e mi accorgo pure che, con una parabola (in)degna del Benigni, da TeleVacca a Puttana di Stato, Dotto naneggia scivolando da collaboratore di un C. B. ad estimatore di un Francesco qualsiasi dai sandali impolverati, polvere alla polvere, polvere con la polvere…

CARMELO ED EDUARDO ovvero DUO POUR LA FIN DU TEMPS

Profondo, complesso, mai abbastanza studiato, fu certo il rapporto tra due dei pochi geni del nostro XXesimo secolo peninsulare (non dico italiano perché, come detto in più occasioni, dire italiano è fuorviante). Carmelo rispettava e onorava moltissimo Eduardo, riconosceva di avere appreso molto dalla sua arte in scena, Eduardo omaggiava Bene riconoscendolo come uno dei pochi che dicessero qualcosa e non si limitassero ad emettere suoni, suoni che pur erano l’ossessione di C. B.

Le recenti brevissime, giusto un assaggio, micro memorie di Giancarlo Dotto in omaggio di C. B. iniziano, non a caso, da un episodio accaduto durante una tournée estera di Carmelo ed Eduardo, e la nostra invidia è indicibile per tutto questo. Prendete anche voi il piccolo volume, edito da Pironti, perché l’invidia si propaghi fino a soffocarci, magari allora ci verrà voglia di menare calci.

Segnalo a proposito di C.B. ed Eduardo un documento che, nella mia distrazione, non avevo mai visto e che se anche a voi è sfuggito è bene, se volete, che lo divoriate prima che svanisca nuovamente, un intervento congiunto dei due alla Sapienza, ricco, ricco anche di pause, di gauloises, di risate, di interventi, di Albertazzi (evocati e, a ben sentire, pure nel pubblico più volte) e di breve note sul disastro teatrale del nosocomio di Stato e del Ministero di Lazzi, Cazzi e Spettacolo con Strehler “il talentato nei capelli” come diceva C. B. Lo potete trovare, diviso in due parti (1 e 2) sul sito della Eclap (e-library for performing arts). Di C. B. al momento trovate questo e molti filmati dedicati al suo Macbeth. Di Eduardo tragicamente ancora meno, almeno per quanto sono riuscito a cavare dal sito, ma il video della Sapienza vale già tutta la baracca.

CARMELO BENE (Alberto Arbasino, Repubblica -pardon-, 12 aprile 2012)

Riporto il vorticoso ricordo di Arbasino di C. B.

Tanti anni fa, i critici drammatici «togati e patentati» non frequentavano certo le cantine “off”. Assistevano alle frequentissime grandi prime delleg randi compagnie, nei teatri maggiori, e componevano ampie recensioni di tipo saggistico, con attenzione ai dettagli e vasta circolazione di idee. Interferenze letterarie continue. Ma nessun “teatrino” minore, così come niente spettacoli di rivista, nemmeno per Totò o Macario o la Osiris. Né tantomeno per gli enormi successi dei Legnanesi dialettali, a Milano, in quel santuario dei Ricci e delle Pagnani che era l’ Odeon delle signore della scenae delle signore dabbene. Tutto cambiò con Carmelo Bene, credo. Forse veramente lo “scoprimmo” con Ennio Flaiano, e qualche dotto inevitabile paragone con Antonin Artaud, su una modesta scena remota dal centro storico e dai circuiti “bien”. Altro che maniere chic, là. Ogni dettaglio sembrava – ed era – approssimativo e casuale. Altro che le geometrie post-brechtiane di Strehler o le raffinatezze minuziose di Visconti o le accurate eleganze di tanti altri. Il set di quella Salomè indimenticabile poteva rappresentare l’ after hours di un produttore povero. Bottiglie vuote di whisky e sambuca sparse in terra per dare l’ idea dell’ orgia, fra cenci Art Nouveau da piazza Bologna appesi a corde da bucato. Soli mobili, un radiofono-bar-tabernacolo, e una pattumiera foderata con la stessa peluche rossa dei palchi all’ Opera. Tutti i personaggi in scena, abbigliati di fantasiosità rossee-oro, con tiare, mitrie, paralumi, passamanerie, fiori di pezza, mimando l’ Alba Dopo il Party in Piscina nella Notte d’ Antonioni: sguardi opachi, avanti-e-indietro casuali, sigarette a metà, bicchiere che non si sa se mettere giùo portare alla bocca. Come disco, Santa Lucia luntana. Poi cambia, ed ecco il Danubio blu. «Wilde oltraggiato», intitolarono i giornali. Provocando finezze d’ epoca: «Pascoli ustionato da uno scoppio di bombole», «Carducci derubato di giambi ed epodi». «D’ Annunzio investito da una Giulietta che fugge». Ma prima di attaccare col testo d’ Oscar Wilde per almeno un quarto d’ ora Carmelo abbigliato come il Nerone di Petrolini traballava bofonchiando inintelligibile. Erodiade era un travestito florido e protervo, sempre con una schiava in braccio. Salomè, impostata come un Calibano da filodrammatiche, un ragnetto col sedere coperto di lividi, saltellando a quattro zampe e uggiolando «voglio la testa, yé-yé» con versi da Beatles ogni volta che Erode le offre pavoni o crisopazi. Franco Citti in accappatoio (Jokanaan) a furia di rifiutare drinks viene afferrato, spogliato, cacciato in un bidone beckettiano. E lì, «Fateme uscì! O armeno, dateme da magnà!». Quando si attiva il testo, ove proliferano e serpeggiano le allucinazioni e le metafore, Carmelo dice anche le battute di altri. «Guarda la luna, non ti sembra una principessina circonfusa di veli?». Ma Erodiade, stizzosa: «No». Allora lui, con nasalità lascive e gesti suadenti: «Non pare una principessa abbigliata di bianco e viola, con un godet qui e una pince là, alcuni disturbi nervosi, un papà burbero ma di buon cuore, una zia con un passato galante?…». Qui Richard Strauss sarebbe ovviamente beato, raddoppierebbeo triplicherebbe la sua Salomè. E il divino Pavarotti: «Tu pure, principessa, nella tua fredda stanza, guardi le stelle, che brillano d’ amore, e di speranza»… Ma il travestito, dispettoso: «Macché». «Insomma, almeno una cortigiana che batte gli angiporti, naturalmente di Mitilene, in cerca di marinai non qualunque, solo del Caspio»… Però, ad ogni «Guarda meglio» di Erode, la caparbia Erodiade risponde polemicamente di no, finché sbotta come Wittgenstein: «La luna somiglia soltanto alla luna!». Eccellenti assemblages, subito dopo. Una Manon Lescaut con regìa allo scoperto di Carmelo stesso in prima fila e giacca da gelataio, e un microfono per trasmettere al cast consigli e insulti e versi di Francesco Gaeta e Salvatore Di Giacomo, forse cari a Benedetto Croce ma qui del tutto inservibili. Quando poi lui diventa Des Grieux, è incantevole che Carmelo sia solo, e affaccendato a caricare ben sei Manon, donne dai molti volti, ma strapazzate e malmesse, sulla canna di una sola bicicletta. Non pare una trovata fantastica, alla fine del primo tempo, una parodia guitta e simultanea delle opere più note, con la Traviata che tossisce ed Escamillo che manda baci alla folla, ma intanto Otello e Canio si contendono la Mimì per pugnalarla o strozzarla, e la Tosca viene trattenuta da Pinkerton mentre fa il salto. Però è geniale che nel finalissimo, tutti morti, i corpi vengano visitati da un vero cavallo da opera, condotto da un suo vetturino perplesso. L’ Edoardo II, capolavoro di Marlowe, diventava un vespaio di Earls e Lords intorno a un “duo” indaffarato a smontare un trono fatto di cassette da verdura, e trasformarlo in un lettone king size. Una scelta che coincideva con gli esperimenti coetanei di Peter Brook sul Teatro della Crudeltà. E nella Storia di Sawney Bean l’ innocente e abbondante verslibrismo dell’ autore-editore Roberto Lerici viene ricoperto e sopraffatto da fragori infernali, mentre le tante righe del testo vengono distribuite al pubblico dalla bravissima Lydia Mancinelli. Carmelo stesso butta il resto del testo in un viluppo di sipari che si aprono e chiudono fra luci lampeggianti e grammofoni in libertà. Con O sole mio cantato da Elvis Presley, e un Rosenkavalier – tormentone che ricomincia sempre più accelerato, gettando automaticamente gli astanti in deliquio. Furono felicemente numerosi e assai pensati, gli spettacoli riuscitissimi di Carmelo. Poi, per le Interviste impossibili, alla radio, gli chiesi di interpretare (appunto) Oscar Wilde. Lì facevo un cronista pecione che lo inseguiva di corsa in una stazione piena di fischi di treni. E alle domande più inesperte e balorde, così, lui poteva rispondere con le sentenze di Wilde più celebri. «Non esiste nessun peccato al mondo tranne la stupidità». «Se le classi inferiori non ci danno il buon esempio, si può sapere cosa ci stanno a fare?». «Un cinico sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna». «Essere naturali è una posa talmente complicata da tenere». «Adoro i piaceri semplici. Sono l’ ultimo baluardo della complessità». «Il solo fascino del passato è che, per fortuna, è appunto passato». …E le donne?… E l’ amore?… «Tutte le donne invecchiando diventano come le loro mamme: È la loro tragedia. Gli uomini invece no, e questa è la loro… Le donne rappresentano il trionfo della materia sopra la mente, così come gli uomini rappresentano il trionfo della mente sopra la morale… Nessuna donna può essere troppo precisa sulla sua età, o parrebbe una calcolatrice… La quantità di donne a Londra che flirta coi propri mariti è perfettamente scandalosa. Che brutta impressione: è come lavare i propri panni puliti in pubblico… Basta così, o ne volete ancora?». Sbuffi di vapore, fischi del treno. Citazioni convulse. Simone de Beauvoir: «Donna non si nasce, ma si diventa». Joseph Conrad: «Essere donna è tremendamente difficile, perché consiste nell’ aver a che fare con gli uomini». Voltaire: «Le donne somigliano alle banderuole: si fissano quando arrugginiscono». G. B. Shaw: «La volubilità delle donne che amo è uguagliata soltanto dall’ infernale costanza delle donne che amano me». Ivy ComptonBurnett: «Non credo che esista una donna come le altre, forse le altre non esistono, e se ci sono, sono talmente poche che non contano». Si avvicina un doganiere: «Cosa ha da dichiarare, Maestro?» «Solo il mio genio». E poi, dal treno che ormai sta partendo e si allontana sbuffando: «I buoni americani quando muoiono finiscono tutti a Parigi. Se qualcuno scompare, prima o poi ricompare a San Francisco!». Con Ludwig II di Baviera, Carmelo fu perfettamente onirico, fra Wagner e Richard Strauss e czardas anni Trenta di Ivor Novello. Tra Positivismoe Fiaba, tutta una fantasticheria sonnolenta sui ritrovati della moderna meccanica applicati ai castelli in aria bavaresi: cioè un’ anticipazione pratica di Disneyland. Con giudizi politici molto taglienti. Sui lombardi «che respingono un’ amministrazione austriaca perfetta, tutto in orario senza un granello di polvere e senza bisogno del duce». Sulla vergogna del 1866: «allearsi con Bismarck per togliere il Veneto alla patria di Bruckner e Mahler, e attaccarlo a quella di Mascagni!». Ma soprattutto Carmelo sospirava sonnolento. «È già mezzanotte? Non accenda la luce. S’ accomodi su quel cigno, ma se preferisce la renna, non faccia complimenti. Non rompa le uova di struzzo. E attenzione agli obelischi. È comodo? Mi dica pure». Rimanemmo col rimpianto dei film che non si riuscì a fare, per lo spavento dei produttori. Non solo un Super-Eliogabalo con lui svagatamente “crudele”, alla Artaud, in una romanità baraccona, e un Trio Lescano di mamme scatenate alle ultimissime mode e voghe degli anni Trenta. Con musiche di Sylvano Bussotti, magari cantate da Cathy Berberian. Soprattutto, un Principe costante, da Calderón de la Barca, con l’ ostinato eroe cattolico portoghese tutto d’ un pezzo fra le mondanità e seduzioni della Marrakesh contemporanea Mario Ceroli progettava dune desertiche di legno da imballaggio, nel teatrino di via Belsiana, forse con Luca Ronconi dubbioso. Carmelo voleva invece salire e scendere prima giallo e poi rosso o verde o blu tra le famose pozze dei tintori e conciatori a Fès, intrepido e sfidante sotto una massa di turisti fotografi. ALBERTO ARBASINO

TOTO’, PEPPINO E IL FANATICO

Totò, Peppino e un fanatico

Carmelo Bene, scrivendo in merito ad un episodio di censura cinematografica, ricordava come per il genio la censura non fosse un impedimento, ma anzi uno stimolo e che ogni grandissimo ha sempre prevalso, grazie alla evidente superiorità della sua opera, sopra ogni tentativo di farlo tacere. Ho il vago ricordo di aver letto una posizione simile anche in Borges, ma non ci giurerei. La censura può essere odiosa e certo, se assoluta e repressiva fino al punto di eliminare fisicamente, invalicabile, ma resta il fatto che, dando una occhiata a quanto ci troviamo attorno, pare che mai come oggi l’assenza totale di censura abbia partorito una linea totalmente piatta. Se la censura poteva consentire a qualsiasi imbecille di fare lo “scandaloso” utilizzando i suoi scarsi mezzi, oggi l’assenza ha reso l’imbecillità ancora più imperante e incontenibile. Per carità, non si pensi che questo voglia essere un elogio della censura, ma mi permetto solo di rilevare come l’estrema libertà di dire, scrivere, proclamare  qualsiasi fesseria ci passi per la mente, l’abitudine a considerare scandaloso qualunque e chiunque se ci è detto da un Quotidiano, siano tutte madri incinte di mai nati che, alzatisi sulle loro gambette, fanno sfoggio della loro incompletezza in un mondo che si compiace di loro, anche qaundo li critica (le parole possono non servire a nulla). A questo si aggiungono questioni di altro tipo, quanto una volta un regista temeva lo scudiscio della censura, quanto oggi si sbava per attirare l’attenzione più morbosa possibile e generare pubblicità da una non meno imprecisata e scandalosa componente “vietatissima” del proprio nulla sopra schermo. Bene riuscì a fare di tutto, Nostra Signora Dei Turcbi è un esempio evidente, tutto nel mezzo della censura più beghina e baciapile.

In questo caso però vogliamo ricordare un censore doc, una donna dalle spalle nude, un rimbrotto, un duello, un Principe, due grandi comici e Federico Fellini. Detta così sembrerà un guazzabuglio ma non lo è. Il Censore è il da poco scomparso Oscar Luigi Scalfaro, già magistrato, già ministro, già Presidente della Repubblica e già accanito censore di film. Notoriamente si dice che dei morti non si può parlare male ed infatti non leggerete, nel prosieguo della vicenda, nulla in merito al morto, alla sua sepoltura, alla posizione della salma, alle decorazioni, alla messa e via cantando (o non cantando), ci si interesserà dello Scalfaro vivo e vegeto.

 L’episodio di partenza del tutto è notorio. Narrano le cronache, più o meno smentite, che Scalfaro, offeso dalla impudenza (secondo lui) di una signora della Roma bene, Edith Mingoni Toussan, rea di essersi mostrata in un ristorante a spalle scoperte, la redarguì pesantemente, apostrofandola come “donna pubblica”, prostituta insomma, e, secondo alcuni, terminò il predicozzo rifilando una serie di schiaffi alla sventurata. La cosa scatenò aspre polemiche e, da parte dei parenti della Toussan, la richiesta di poter lavare con il sangue, attraverso un duello, il torto e l’infamia subita. Scalfaro si rifiutò categoricamente di accettare lo scontro, asserendo che la sua religione condannava il duello (certo molti di noi ricorderanno come da magistrato fece comminare la pena di morte, già a guerra finita, a due fascisti, guardandosi bene dal sottrarsi dall’incarico). Il 23 novembre 1950 l’Avanti pubblicò una lettera del Principe De Curtis

 Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa

 Non risulta una risposta ufficiale da parte di Scalfaro, ma quello che appare certo, dagli studi di archivio, è la sua ampia e intensa insistenza perché un film di Totò e Monicelli, Totò e Carolina (1955), venisse sottoposto ad una forte campagna di censura, cosa che in effetti avvenne tanto che il film ne uscì pesantemente menomato. Scalfaro si prese insomma la sua vendetta, dalle retrovie, dando ulteriore prova di come, più che lo spirito cristiano, in lui agisse una certa “coniglieria” di lungo pelo. Totò, signorilmente, non risulta che abbia mai detto nulla sulla questione, ma in suo soccorso chi poteva venire se non Peppino de Filippo? E fu proprio Peppino de Filippo, impersonando i panni del moralissimo Antonio Mazzuolo, a mettere in scena la parodia dell’oramai leggendario episodio della signora Toussan.

Nel Boccaccio 70, film a episodi, Fellini si prese beffa di Scalfaro attraverso l’episodio delle Tentazioni del Dottor Antonio (Peppino, appunto) che i più ricorderanno soprattutto per la celebre scena della Anitona Ekberg gigantesca, sorta di accumulo dei sogni erotici italiani e delle predilizioni fisiche felliniane. Fellini e Peppino non solo si facevano beffe della figura in generale del moralizzatore e dunque del censore (l’opera ovviamente non ebbe vita facile), ma in particolare di Scalfaro e dunque vendicando in un sol colpo Totò e Monicelli.