A paura mia (Eduardo)

2016 e sempre è solo questo che deve fare paura, questa è la peste del mondo, la vera paura numero 1

 

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Luca de Filippo (1948 – 2015)

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Se ne è andato Luca de Filippo. Vincenzo de Pretore ha esalato l’ultimo respiro, il piccolo Peppiniello, con la bocca senza dentini, non corre più gridando che Vincenzo è suo padre, Tommaso Saporito ha smesso di attendere la carcerazione del fratello per vendersi quelle quattro sedie scassate, Nennillo è morto. Con Luca de Filippo non scompare un attore ed un uomo, svanisce una dinastia, Scarpetta ha fondato, Eduardo ha governato e ampliato, Luca ha ereditato e conservato… non tirateci per la giacchetta ricordandoci che vive Luigi, figlio di Peppino, si tratta di strade differenti, rami dinastici che sono andati divaricandosi all’infinito.. e ora? Ora lo smarrimento è pari al terrore. Si chiude il pesante tendaggio sopra una scena che non avremmo mai voluto smettere di vedere. Devo confessare che ora, almeno per i primi tempi, la casa di Luca Cupiello mi parrà strana, vi agiranno presenze inquietanti, sarà come vedere uno spettacolo di ombre e fantasmi, Napoli diventa Bly, la casa risvegliata dal Natale alle porte pare in preda ad una evocazione dall’oltretomba e Nennillo, a occhi stretti stretti sotto le lenzuola, tanto stretti che a volte, vinto dal tepore, cadeva per davvero nel sonno, ora mi parrà uno spettro evocato da spettri, forse uno spettro che si illude di essere vivo e resta protetto dal lenzuolo ora sudario. L’incantesimo è potenziato, Pupella, Eduardo, Luca (Pietro de Vico prima), Maringola, tutti svaniti, e la Sastre è una Miss Giddens che tra gli spiriti vive e lotta, strattonata e contesa. Poi, il tempo, cambierà la sensazione, forse. Se ne vanno i grandi e restano i guitti di paese, Luca de Filippo era un portatore di tradizione e conoscenza, portatore di memorie e al tempo stesso dotato di un gusto tutto suo nel riproporre Eduardo, quel Eduardo che era sempre prima di tutto autore e primo attore nelle parole del figlio. Scompare a 67 anni, i geni paterni non hanno assicurato la longevità, scompare in attività e dunque quando ancora poteva molto e da professionista ha retto fino a quando ha potuto anche se, dalle testimonianze, si capisce che le ultime repliche di Non ti Pago si erano svolte con grandi difficoltà. Napoli me la immagino smarrita e a lutto, ha perso uno dei pochi nobili rimasti, un principe ereditario che non lascia eredi teatrali e che si porta dietro tutto un bagaglio che, temo, ha poco raccontato. Spero che Napoli sia smarrita e a lutto, se fosse come il resto d’Italia disinteressata e indifferente a questa morte (poco valgono i discorsi ufficiali) allora sarebbe segno che tanto di questa sgraziata penisola è penetrato nelle vene partenopee, come un veleno che distrugge, pezzo a pezzo, gli organi.

LE VOCI DI EDUARDO – MADRID, MAGGIO 2014

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Lo ammetto: avevo bisogno di una scossa, uno stimolo, per tornare sopra questo spazio. A volte ci sono momenti di sovraccarico lavorativo e si finisce per lasciare da parte (ma non dimenticare) qualcosa che ci dona piacere. Lo stimolo è venuto dalla compagnia Servillo, a Madrid, in azione con uno dei testi che più ho amato di Eduardo: le Voci di dentro. 4 serate da tutto esaurito e, visto dal vero, si capisce il perché. Al di là certo del richiamo di poter vedere da vicino (molto da vicino, poi dirò) il protagonista di una pellicola premio oscar, è innegabile la grandezza come attore di Servillo e l’ottima riuscita dello sforzo collettivo. Non mi metterò a fare insensati paragoni tra Servillo attore ed Eduardo attore, sarebbe stupido prima di tutto perché, ahime, per ragioni anagrafiche non ho potuto vedere Eduardo in scena, inoltre si tratta certo di due attori piuttosto diversi e d’altro canto sarebbe ingiusto in generale fare paragoni perché Eduardo è Eduardo.

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Eduardo ci ha lasciato la sua versione in studio delle Voci di Dentro (una seconda versione, la prima purtroppo andò distrutta), testo duro, aspro, forse giustamente accusato di non essere del tutto completo, ma in grado di fornire numerosi spunti di riflessione e di una modernità o eternità propria di un classico. Si deve dire una cosa. Se si ha negli occhi e nelle orecchie la versione eduardiana quella della compagnia Servillo può scatenare una iniziale confusione, salvo poi, in un secondo tempo, spingere a riconoscere che, a conti fatti, non è snaturata in nulla l’opera di Eduardo e, anzi, forse è proprio Eduardo ad avere snaturato (nessuna connotazione negativa in questo termine) la sua opera in occasione della versione in studio. Se si osserva la registrazione e si analizzano anche gli accorgimenti visivi e coloristici voluti espressamente da Eduardo, si comprende come il grande drammaturgo avesse deciso di calcare la mano sull’aspetto allucinato e allucinante di questo intrico di sogni e realtà. Il colore è virato verso toni acidissimi e la stessa recitazione eduardiana tende a sottolineare, quasi sventrando a volte le parole o trasformandole in lame, la tragicità e l’orrore. Insomma il significato doveva prevalere strappandosi di dosso lo scheletro della commedia. A teatro domina invece l’ilarità, la parte buffonesca, la battuta fulminante e il contrappunto, ma non è per opera della compagnia Servillo, è per opera di Eduardo. Il testo di Eduardo è una commedia vera e propria, una commedia dove la risata (fosse anche amara) domina e sovrasta ogni altra cosa, in tutti e tre gli atti si ride e si ride forte, il pubblico madrileño, godendo anche della traduzione a schermo, ha espresso con fragorosissime risate il suo apprezzamento per gli inghippi e le stramberie dei componenti. Il messaggio passa, senza dubbio, una rianalisi a bocce ferme permette di cogliere quanto Eduardo esprime ed è tutt’altro che da ridere, un mondo di cani che si azzannano, la totale mancanza di fiducia all’interno della propria famiglia, l’orrore di un omicidio come quotidianità, ma il tutto avviene comunque non dimenticando la risata, veicolo principe, forse l’unico che allargando bocca, gola, cuore e aprendosi un varco attraverso le lacrime di contentezza arriva a “infettare” con il dubbio lo spettatore. Il sogno della serva, il discorso dei morti di Alberto Saporito, la scena dell’armadio, la successione di famigliari, perfino il discorso finale, non smettono di suscitare una giusta e filologicamente ineccepibile ilarità. L’Eduardo televisivo è monco del pubblico e, forse a compensare questo polmone assente, Eduardo caricò tutto a danni del superstite e fece virare come il colore così anche il tono. Le voci di dentro viste in teatro donano dunque il vero senso del testo, restituendo quanto perduto. E anche se Primo Levi colpì nel segno lamentando che il pubblico rideva troppo, non cogliendo il fondo amarissimo e inquietante, è pur vero che il materiale per suscitare ilarità c’è tutto e che il soffermarsi alla riflessione non può essere azione da compiersi mentre una azione si dipana davanti ai nostri occhi. Io stesso, fruitore compulsivo della versione eduardiana televisiva e lettore e rilettore del testo teatrale, percepivo che in alcuni istanti il pubblico pareva andare oltre (ma si badi che il mio parere era falsato a sua volta dalla conoscenza del testo e dunque dalla sedimentata consapevollezza della durezza di fondo) ma resta innegabile che il trionfo, trionfo di teatro vero, ripetuto anche con Servillo, era debitore proprio di questo divertimento innegabile.

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Sul palcoscenico l’opera è nuda, così come la scenografia essenziale eppure efficacissima (dalle immagini si potrebbe temere qualche “moderno” concettualismo, ma in realtà è proprio il focalizzarsi sull’essenziale) tanto nuda da mostrare anche i difetti: non dimentichiamo che fu opera di 7 giorni, scritta in fretta e furia per il venir meno alla compagnia di Eduardo di Titina, e il terzo atto, ritengo, rivela in teatro le sue debolezze. La conclusione occhieggiante al poliziesco, una certa incompiutezza della storia, la sensazione che i personaggi vengano levati irrisolti e per certi versi l’assurda virata dall’accusa violenta alla famiglia Cimmaruta, assassini della fiducia, ad un “ci vedremo poi e vi spiegherò”, sono le ferite che dimostrano come lo slancio si rivelò spento verso il terzo atto, eppure è una delle opere di Eduardo che preferisco, ed è grandiosa nel suo restituire un teatro divertente, perfino buffo, eppure profondo.

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Infine una piccola nota marginale. Dopo lo spettacolo ho avuto occasione di incontrare Servillo, di persona è assai cortese, quasi timido, piuttosto distante dalla immagine a volte restituita durante alcune interviste. Molto disponibile con il suo pubblico e aperto anche a discutere del “suo Eduardo”, anzi, direi incuriosito di toccare con mano l’effetto. Nessun divismo post-oscar, come ha avuto modo di dire in varie occasioni è il teatro a salvarlo, tenendolo con i piedi per terra. A partire dalla prossima stagione lo spettacolo dovrebbe tornare a Milano, Roma e Napoli. Vi consiglio caldamente di non perdere l’occasione di vederlo o rivederlo.

REGINA BIANCHI, UNA REGINA EDUARDIANA (originariamente pubblicato il 5 nov. 2011)

Uno degli ultimi post del Gerico non Cade versione Splinder venne dedicato a Regina Bianchi (al secolo Regina d’Antigny). Ieri mi è giunta la notizia della scomparsa di questa attrice indimenticabile ed eduardiana ferrea. Non mi aspetto molti servizi televisivi, non famedii, né campidogli (lo scrivo da persona che non disprezzava né il gusto per l’assurdo del cardiologo Jannacci, né la svagata figura del Califfo romano), nessun speciale, forse qualche archivista polveroso tirerà fuori Filumena o Napoli Milionaria o Ditegli sempre di sì e lo manderà in onda, a quale ora?, sopra uno dei tre canali nazionali o sfrutterà le vaste praterie degli innumerevoli canali “dedicati”, non mi importa, quasi sicuramente me lo perderò, però mi si permetterà di riproporre il mio post, datato 5 novembre 2011, a ricordo di una attrice di tempra, durissima, spigolosa, eduardiana sotto ogni punto di vista.

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Con il ritardo di quasi un anno, porgo i miei auguri alla straordinaria Regina Bianchi per le sue 90 primavere. Interprete eduardiana somma, forse una delle più grandi dopo Titina, forse ancora più che Titina compartecipe con Eduardo di una sinteticità ed eleganza estrema del gesto. La sua Filumena Marturano, ruolo assunto con tutte le titubanze del caso (ma non in scena!)

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e con la benedizione di Titina, oramai costretta al ritiro dal teatro,

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è un esempio superbo di questa perfetta coesione con l’idea di Eduardo, così come in Napoli Milionaria, opere dove la figura femminile non può che parere assimilabile, l’una indurita dalla vita e disposta a tutto per i figli, l’altra, in un ribaltamento che certo Eduardo percepiva e stimolava, rammollita dal benessere (pur conservando la durezza di carattere) fino al punto di trascurare quegli stessi figli.

Davanti ad un Eduardo ora padre incerto assente, desideroso in fondo di una paternità pur temuta, ora padre certo ma altrettanto assente per la guerra, spaventato degli esiti fisici per i propri cari, ma ancora più terrorizzato dalla vista degli esiti morali del conflitto, Regina Bianchi ha riempito gli spazi, colmato il palcoscenico, catturato ogni singolo fotogramma e dato vita ad ogni battuta, dimostrando di potersi confrontare alla pari con un genio impareggiabile.

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Ed è proprio in questi ruoli di donna forte che Regina Bianchi ha dato il meglio, in contesti più giocosi e farseschi (Ditegli sempre di sì) vediamo che una certa debolezza della figura femminile – non a caso Titina si lamentava con il fratello della povertà del ruolo femminile nel teatro moderno, gettando il seme che, in poco tempo, avrebbe generato Filumena- finisce per relegare un poco la stessa Regina, come, e pare di dire una bestemmia, quasi lo stesso Eduardo, un poco ancorato agli aspetti comici di quello che è comunque un testo geniale nella sua componente di “mondo alla rovescia”, dove il pazzo, con la sua fissazione per il significato proprio delle parole, mette in luce l’ipocrisia o la pochezza di significato di certi modi di dire, la vacuità di certi sentimenti e, in un momento di purissimo genio e di perfidia suprema (le cose non coincidono spesso?), con una sorta di musicalischer Spass eduardiano, mette in scena la figura del poeta intellettualoide, con pretese sociali non supportate da capacità e da spirito.

Come è inevitabile l’elogio di Regina Bianchi, attrice eduardiana ma non solo, mi ha portato a parlare di Eduardo, ritorno dunque in carreggiata nel presentare i miei più sinceri auguri a questa attrice colossale. L’intervista recente (gennaio 2011) è una piccola chicca, peccato solo per l’intervistatrice che è tutto un gridolino assurdo, ma questo è quello che ci tocca oramai.

Intervista ben più ampia e ben più seria è presente sul sito eclap.eu (http://www.eclap.eu) dove troverete, tra le molte cose, svariate interviste ad attori e collaboratori di Eduardo girate, per conto del dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo della Sapienza di Roma, in previsione di un vasto ciclo di interviste e ricordi in occasione  del centenario eduardiano. Il ciclo non venne mai concluso perché tagliato dalla RAI (le solite belle pensate…) ma sul sito eclap potrete visionare ore e ore di girato interessantissimo, realizzato con grande rigore e precisione; tra queste interviste troverete, come dicevo, una lunga e ricca intervista a Regina Bianchi.

LE LIETE ADUNATE

   Vorrei talvolta ridurmi al lumicino, perdere per completo l’uso della voce, l’uso del suono, produrre giusto qualche inarticolato brusio, zio Nico’, eliminare ogni possibilità di contatto, e perdere anche l’udito, perché troppo si soffre con l’udito, ma poi c’è la musica ed il canto e allora cancello tutto; vorrei poter parlare solo in versi sonori, cantare, ogni parola fosse legata a note, ogni mio gesto prevedesse musica e così il mondo attorno, vorrei vivere in un’opera meravigliosa, dove le scene di massa, i cori, avessero un senso ed uno scopo, invece della democraticità dei ciucci al brucolìo, questo brucolìo, zio Nico’, questo brucolìo a cosa serve? Questo ciancico a bocca storta? Io non mi capacito, non riesco a trovarci un senso. Sempre più vorrei perdere ogni contatto con Loro, cosa sono? Da dove vengono? Quale morbo li ha trasmutati a tal punto che non riconoscono, neppure nei volti dei loro fratelli appestati, i segni inequivocabili della lebbra.
Basta una riunione, ci capiti per sbaglio, ci vai perché ci devi andare, l’accordo sonnolento delle menti sulla costituzione del buon cittadino, ed è finita. Che paura, mamma mia, se rinasco un’altra volta non voglio rinascere uomo, oppure voglio rinascere come sono ma in terra tanto lontana da non capire neppure una parola, all’infinito, il linguaggio, il discorso. Non mandateli a studiare i vostri figli, che non apprendano la lingua, che vivano sereni senza intendere… eh già, ma poi arriverebbero comunque i segni, le smorfie, le teste inclinate, le dita, alla fine sarebbero punto e a capo, perché l’uomo se vuole parlare a vanvera pure col silenzio ci riesce.

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Norman Rockwell, Freedom from Fear, Oil on Canvas 1943

I fascisti, dicevano, i fascisti, imprimendo a quel “sc” un giro da turbine quasi ad intendere l’ultima catastrofe e poi la resurrezione, ma dove mai siamo risorti dai fascisti, zio Nico’? Vai 5 minuti… eh già, tu non sei fesso, tu da dove sei non ti muovi… ipotizza di andare cinque minuti a qualche manifestazione ufficiale, bandiere, banderuole, fascie del sindaco e delle autorità (e con le fascie non sono fascisti dunque?) bande musicali, gagliardetti, stendardi, a volte perfino i bimbi trascinati  a prendere freddo e retorica in piazza, a pigliarsi una influenza micidiale, perché si abituino al non vivere e al discutere senza senso, al parlà a schiovere, che fin da piccini assumano il pensamento che tanto vale mettere bocca e voce sopra ogni cosa, anche se è affare che non ti importa o che non sai, perché se non parli “non sei cittadino”, ti dicono strizzando l’occhietto… e alla fine cosa ottieni di tutto questo borbottare, di tutto questo fagiolare nell’acqua zozza della società? Che loro, i fascisti dalla fascia colorata, comandano, tu il cittadino che hai appreso a blaterare subisci e semmai, durante qualche minimo assestamento, forse puoi pure beccare una fascia pure tu, la tessera del partito, intanto fai numero e fai comodo per la fiera campionaria delle vacche da voto. C’è gente che ha paura dei morti, gli fanno strizzare le budella, se li immagino che la notte vengono a commettere omicidi, si immaginano perfino che alcuni che sono morti non sono morti veramente e vagano, senza ricordi, per mangiarsi a voi e a me, zio Nico’, e tutti gli altri, ma si può essere così asini? I vivi fanno paura, i vivi, ed i vivi sono più morti dei morti, basta vederli in riunione, silenti e incapaci di critica, di valutare il ridicolo della funzione che trascorre davanti a loro, questi fanno paura e vi dirò perché sono già morti… anzi, no, ve lo dirò una prossima volta, adesso voglio dormire, ma un sonno senza parole.

MISTERO RAI ovvero COME PAGARE PER COSE CHE POSSIEDI

   La Rai è come la politica, ti obbliga a rischiare di scadere nella retorica e forse nel populismo, ma alla fine, a conti fatti, ti accorgi che hai solo detto quello che andava detto. Si parla molto degli sprechi, gli scandali, gli stipendi dorati, le incompetenze e le mancanze di quello che continua ad autodefinirsi servizio pubblico. L’essere meglio di Mediaset non è un titolo di vanto, chiunque oramai potrebbe esserlo, ma la Rai si adagia sopra questa convinzione, si assopisce come sopra un comodo cuscino e sonnecchia, sicura del canone, delle protezioni e degli introiti, sempre e comunque. Il carrozzone Rai è un turbinio di spese inutili, raccomandazioni e inefficienze. Non scopro nulla di nuovo. Ma ci tengo a sottolineare due casi emblematici, due casi dove i fondi che potevano essere impiegati in altro modo sono utilizzati, inspiegabilmente, male. A costo di essere tacciato di passatismo, quali accidente di ragione c’era per rifare Eduardo se avevi già Eduardo e rifare Nero Wolfe se avevi Buazzelli? Possibile che la Rai non potesse investire denaro per restaurare quello che andava restaurato, magari ponendo fine alla vergogna di un archivio che, anno dopo anno, si logora e viene dimenticato, e far produrre quello che non possedeva. No, la Rai doveva spendere per qualcosa che non serviva.

Non mi si tirino fuori menate sul bianco e nero o sulla necessità di rinnovare. Nessuno dei due prodotti citati è rinnovato. Le commedie di Eduardo con Ranieri sono molto al di sotto delle versioni originali (poteva essere diversamente?) e inficiate dalla pretesa di italianizzare Eduardo, accidenti a voi!, quando Eduardo è comprensibilissimo in Russia, figuriamoci in Italia. Tutti sanno che il napoletano di Eduardo è già un napoletano teatrale e che da grande animale da palcoscenico, abituato a doversela guadagnare la serata, Eduardo scriveva pensando a tutta l’Italia. Le commedie di Eduardo si comprendono senza alcun problema, dove non arriva il lessico arrivano gli attori, al massimo, ma non c’era ragione, si potevano aggiungere delle noterelle lessicali alla base delle immagini, ma ripeto era fatica sprecata. E così la Rai non tira fuori quella meraviglia di collezione con Eduardo, Pupella Maggio, Ugo d’Alessio e tanti altri, preferendo investire per far mettere in scena a Ranieri ed altri, rilavando i testi in Tevere (perché è italiano della televisione e dunque romano, comunque e sempre), con risultati mediocri, anche in presenza di grandi attori (la Melato ad esempio) nettamente fuori ruolo e fuori registro. La cosa si ripete con Nero Wolfe.

Bistrattato, messo in scena in maniera un po’ sgangherata, con interpreti che vanno bene, non lo nego, per una serie come Boris, dove è la parodia più estrema a dominare e dove  eccedere è da copione, ma completamente fuori fase nella resa degli sceneggiati tratti da Rex Stout. In particolare è il duo principale a uscirne malconcio. Pannofino è un ottimo doppiatore, ma come molti doppiatori professionali (dove una volta erano attori di teatro che arrotondavano) messo alla prova come attore cede e memore del suo successo in Boris restituisce un Nero Wolfe estremo, sguaiato, tutto smorfie, forse con una resa che avrebbe avuto senso in radio, ma sullo schermo non si può vedere. Pari discorso per Sermonti, pure prima di tutto attore in teoria, che esce con le ossa rotte, con quella recitazione ad eterno sospiro che ha preso piede stabilmente in Italia e che porta a sospettare grosse pecche. Se per i due doveva essere un modo per liberarsi del marchio “quelli di Boris” hanno attualmente fallito, hanno trascinato in Boris Nero Wolfe. Quale bisogno c’era di investire soldi in queste parodie dei piccoli gioielli Rai? Quale strano morbo obbliga il servizio pubblico a impiegare i soldi per mettere in scena ridicole nuove edizioni dei suoi classici? Il bianco e nero è una scusa (a parte che di Eduardo hanno pure cose a colori) anche perché la gente non si spaventa certo al non vedere colore o pensano di avere a che fare con un pubblico di minorati? In realtà è che si vuole costituire giri, dare lavori, far passare denaro, ma senza doversi sforzare particolarmente. Alla base c’è ancora l’errore primigenio, l’abdicazione del proprio ruolo per rincorrere Mediaset, quando, come ebbi già modo di scrivere, la Rai doveva mantenere una politica di bassi costi e bassi stipendi, lasciare che i grandi personaggi andassero a farsi riempire di milioni per fare porcherie, diventare palestra per i giovani talenti che ancora nessuno voleva e conosceva, un vivaio. Parallelamente sfruttare il suo archivio al meglio. In seguito sarebbero tornati i grandi nomi, una volta foraggiati dall’altra rete, perché lavorare con la Rai avrebbe voluto dire lavorare per la qualità. Pensate solo agli, oramai pochi, bravi attori di teatro, pensate che nei periodi di stanca non avrebbero gradito una entrata e della pubblicità lavorando per la Rai? Invece no, inseguimento del pattume, svenamento delle risorse. Ancora oggi la Rai non riesce a capire la sua strada e pur quando in apparenza punta a cose buone, classici, cose godibili, si impiccia in problemi elementari, dimenticando che la letteratura è piena di cose da mettere in scena e mai viste prima di ora e che i gioielli non si sostituiscono, si lucidano al meglio e si sfoggiano nelle serate importanti, il loro valore non cala mai, anzi.