Di pietre e sabbia

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Eja ergo advocata nostra, dal fondo del pozzo attendiamo, catacomba oscura eppure illustre, ci insinuiamo la notte e le mattine, al vespro e al matutinum, abbracciamo il Verbo e lo custodiamo, attendendo, dal fondo del pozzo dove ci gettarono quelli che parevano nostri fratelli, degeneri e traviati. Odio ci cinse perché eravamo troppo luminosi e saggi, troppo millenari eppure piccini, eravamo vecchi bambini, già destinati al trono, viginti quattuor thronos, et super thronos viginti quattuor seniores sedentes, e vennero a noi dicendo che erano dello stesso sangue, della stessa carne, e noi nel fondo del pozzo oscuro attendendo, mentre si spartivano del pane impuro, semplice pane, et sedentes ut comederent panem, così ci vendettero ad altro popolo, a mercanti, ad altri dei, ma noi teniamo saldo, sappiamo che dovrà giungere la liberazione e non vi è istante che non sia confermato. Non credete che si sia spacciati e anche se mostrano i nostri resti, dicono che siamo oramai svaniti, non credete alle false spoglie insanguinate, porgete orecchio e sentirete dal fondo d’una catacomba le campane e dall’alto l’eco e sarete assediati dai rintocchi, voi che pensate di avere assediato e vinto, voi che pensate che oramai è compiuto e che il disco rotto è il canto di vittoria: quel disco è crepato, una fenditura profonda l’attraversa e dovrà spezzarsi. Soffierà quel vento e con gli occhi sgranati grideranno Dominus enim pugnat pro eis contra nos mentre cadranno al suolo come sabbia sottile.