Di dediche, pubblicità e senso del ridicolo

 

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Magari tutto nel mondo fosse burla, manco per sogno, eppure tutto è in burla e burletta e chi più lo dubita più senza speranza aspetta che dal peggio si riemerga. In queste ore gli ennesimi esempi di come si abbiano idee totalmente folli, la sostanza si disperde, si compiono gesti ridicoli con fronte seria per ottenere applausi. Per parte mia sono sempre stato dalla parte di quelli che la concludono in risata, sono della certo pessima genia che per una battuta non si peritano di sconquassare tutto, è più forte di me, ma ne ho consapevolezza e poi, almeno così credo, distinguo dove v’è da essere comici e dove vi è da essere seri (eccetto in certo parlato dove tutto si intreccia). Così quando leggo che l’italica stirpe riesce a iniziare una raccolta di firme ed a tessere appelli perché un cantantucolo non si esibisca in Israele all’insegna di un embargo culturale… e penso che in realtà quello che si domanda a gran voce e di non assediare gli israeliani attraverso il nostro rappresentante delle truppe cammellate canore: penetrando tra le antiche mura con il suo cipiglio nasale ed il suo incerto ugolare potrebbe far cadere la città vecchia e non basterebbe il muro del pianto…

Si dirà, sono ragazzi, è la massa, quel mucchio incerto, il selvaggio soggetto al servaggio del ditino, tutto click e clock, il problema è che poi leggo, sudate virtuali carte, che il museo egizio di Torino dedicherà una sala alla memoria di Regeni. La sala, sottolinea il museo, contiene pure un documento relativo ad un antico sciopero. Orbene. Le sale andrebbero dedicate, per quel che valgono, con una logica e non tanto a cazzo di cane per farsi una passata sui giornali e ricevere il bollino “museo solidale”. Lo sfortunato ragazzo non aveva nulla a che vedere con studi di egittologia, non si capisce dunque cosa accidenti abbia a che fare con la dedica di una sala del museo Egizio (vi risparmio il pippone sulla necessità di pace e fratellanza tra popoli imbastito dal direttore); si noti che a questa latitudine, dico dalla disgraziata Necropolis, non si è neppure capito perché cazzo dedicare la Civica scuola di Musica di Milano a Claudio Abbado. Il dare nomi e dediche è un vizio di questa epoca da cartellone pubblicitario. Scegliere per un ente di secolare vita una dedica è atto impegnativo. Far ricadere la scelta sopra un direttore (mediocre, a parere mio) puzza a gesto tra amichetti di banco e alle solite cricche composte dai salottini milanesi. Insomma non s’aveva da fare e ovviamente si è fatto… Ora, dato che è parsa ridicola la dedica, sull’onda dell’emozione, a quello che comunque era un tecnico del settore, figuriamoci questa distribuzione un tanto al Kg a persona che ha avuto, povero lui, una fine tragica, ma niente a che vedere con questioni antiche. Piuttosto spero si indaghi sul come e perché, se è vero quel che si dice, un ragazzo potesse essere mandato a fare indagini ad alto rischio, senza particolare esperienza né garanzia da parte del giornale che ora lo ricorda commosso, magari questo sarebbe interessante e un più degno omaggio alla memoria, ovviamente assieme alle indagini sugli autori del delitto.

Aggiornamento (da Dagospia)

UN ‘MANIFESTO’ DI IMBARAZZO – SCRIVE L’AMICA DI GIULIO REGENI: ”NON ERA UN COLLABORATORE DEL MANIFESTO. GLI AVEVANO RIFIUTATO L’ARTICOLO. LO HANNO PUBBLICATO DOPO LA MORTE SOLO PER LUCRARE SULLA TRAGEDIA, CONTRO IL VOLERE DELLA FAMIGLIA” – FRANK CIMINI: IL MANIFESTO NON PAGA I GIORNALISTI? È DAGLI ANNI ’80 CHE È COSÌ. GLI FECI CAUSA E NON MI FECERO PIÙ SCRIVERE

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