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Sono lo stesso Antonio Sabino di gericononcade.splinder.com. Ho deciso che, per chiarezza, fosse bene aprire un secondo blog dedicato ad aspetti di "vita quotidiana", politica, attualità, società.

LE VOCI DI EDUARDO – MADRID, MAGGIO 2014

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Lo ammetto: avevo bisogno di una scossa, uno stimolo, per tornare sopra questo spazio. A volte ci sono momenti di sovraccarico lavorativo e si finisce per lasciare da parte (ma non dimenticare) qualcosa che ci dona piacere. Lo stimolo è venuto dalla compagnia Servillo, a Madrid, in azione con uno dei testi che più ho amato di Eduardo: le Voci di dentro. 4 serate da tutto esaurito e, visto dal vero, si capisce il perché. Al di là certo del richiamo di poter vedere da vicino (molto da vicino, poi dirò) il protagonista di una pellicola premio oscar, è innegabile la grandezza come attore di Servillo e l’ottima riuscita dello sforzo collettivo. Non mi metterò a fare insensati paragoni tra Servillo attore ed Eduardo attore, sarebbe stupido prima di tutto perché, ahime, per ragioni anagrafiche non ho potuto vedere Eduardo in scena, inoltre si tratta certo di due attori piuttosto diversi e d’altro canto sarebbe ingiusto in generale fare paragoni perché Eduardo è Eduardo.

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Eduardo ci ha lasciato la sua versione in studio delle Voci di Dentro (una seconda versione, la prima purtroppo andò distrutta), testo duro, aspro, forse giustamente accusato di non essere del tutto completo, ma in grado di fornire numerosi spunti di riflessione e di una modernità o eternità propria di un classico. Si deve dire una cosa. Se si ha negli occhi e nelle orecchie la versione eduardiana quella della compagnia Servillo può scatenare una iniziale confusione, salvo poi, in un secondo tempo, spingere a riconoscere che, a conti fatti, non è snaturata in nulla l’opera di Eduardo e, anzi, forse è proprio Eduardo ad avere snaturato (nessuna connotazione negativa in questo termine) la sua opera in occasione della versione in studio. Se si osserva la registrazione e si analizzano anche gli accorgimenti visivi e coloristici voluti espressamente da Eduardo, si comprende come il grande drammaturgo avesse deciso di calcare la mano sull’aspetto allucinato e allucinante di questo intrico di sogni e realtà. Il colore è virato verso toni acidissimi e la stessa recitazione eduardiana tende a sottolineare, quasi sventrando a volte le parole o trasformandole in lame, la tragicità e l’orrore. Insomma il significato doveva prevalere strappandosi di dosso lo scheletro della commedia. A teatro domina invece l’ilarità, la parte buffonesca, la battuta fulminante e il contrappunto, ma non è per opera della compagnia Servillo, è per opera di Eduardo. Il testo di Eduardo è una commedia vera e propria, una commedia dove la risata (fosse anche amara) domina e sovrasta ogni altra cosa, in tutti e tre gli atti si ride e si ride forte, il pubblico madrileño, godendo anche della traduzione a schermo, ha espresso con fragorosissime risate il suo apprezzamento per gli inghippi e le stramberie dei componenti. Il messaggio passa, senza dubbio, una rianalisi a bocce ferme permette di cogliere quanto Eduardo esprime ed è tutt’altro che da ridere, un mondo di cani che si azzannano, la totale mancanza di fiducia all’interno della propria famiglia, l’orrore di un omicidio come quotidianità, ma il tutto avviene comunque non dimenticando la risata, veicolo principe, forse l’unico che allargando bocca, gola, cuore e aprendosi un varco attraverso le lacrime di contentezza arriva a “infettare” con il dubbio lo spettatore. Il sogno della serva, il discorso dei morti di Alberto Saporito, la scena dell’armadio, la successione di famigliari, perfino il discorso finale, non smettono di suscitare una giusta e filologicamente ineccepibile ilarità. L’Eduardo televisivo è monco del pubblico e, forse a compensare questo polmone assente, Eduardo caricò tutto a danni del superstite e fece virare come il colore così anche il tono. Le voci di dentro viste in teatro donano dunque il vero senso del testo, restituendo quanto perduto. E anche se Primo Levi colpì nel segno lamentando che il pubblico rideva troppo, non cogliendo il fondo amarissimo e inquietante, è pur vero che il materiale per suscitare ilarità c’è tutto e che il soffermarsi alla riflessione non può essere azione da compiersi mentre una azione si dipana davanti ai nostri occhi. Io stesso, fruitore compulsivo della versione eduardiana televisiva e lettore e rilettore del testo teatrale, percepivo che in alcuni istanti il pubblico pareva andare oltre (ma si badi che il mio parere era falsato a sua volta dalla conoscenza del testo e dunque dalla sedimentata consapevollezza della durezza di fondo) ma resta innegabile che il trionfo, trionfo di teatro vero, ripetuto anche con Servillo, era debitore proprio di questo divertimento innegabile.

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Sul palcoscenico l’opera è nuda, così come la scenografia essenziale eppure efficacissima (dalle immagini si potrebbe temere qualche “moderno” concettualismo, ma in realtà è proprio il focalizzarsi sull’essenziale) tanto nuda da mostrare anche i difetti: non dimentichiamo che fu opera di 7 giorni, scritta in fretta e furia per il venir meno alla compagnia di Eduardo di Titina, e il terzo atto, ritengo, rivela in teatro le sue debolezze. La conclusione occhieggiante al poliziesco, una certa incompiutezza della storia, la sensazione che i personaggi vengano levati irrisolti e per certi versi l’assurda virata dall’accusa violenta alla famiglia Cimmaruta, assassini della fiducia, ad un “ci vedremo poi e vi spiegherò”, sono le ferite che dimostrano come lo slancio si rivelò spento verso il terzo atto, eppure è una delle opere di Eduardo che preferisco, ed è grandiosa nel suo restituire un teatro divertente, perfino buffo, eppure profondo.

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Infine una piccola nota marginale. Dopo lo spettacolo ho avuto occasione di incontrare Servillo, di persona è assai cortese, quasi timido, piuttosto distante dalla immagine a volte restituita durante alcune interviste. Molto disponibile con il suo pubblico e aperto anche a discutere del “suo Eduardo”, anzi, direi incuriosito di toccare con mano l’effetto. Nessun divismo post-oscar, come ha avuto modo di dire in varie occasioni è il teatro a salvarlo, tenendolo con i piedi per terra. A partire dalla prossima stagione lo spettacolo dovrebbe tornare a Milano, Roma e Napoli. Vi consiglio caldamente di non perdere l’occasione di vederlo o rivederlo.

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Avviso di servizio

Codesto minimo spazio non ha ospitato, ad oggi, alcun ricordo/rimembranza/coccodrillo/necrologio di G. Garcia Marquez semplicemente perché, in tutta onestà, il titolare non ha mai letto una riga dello scrittore premio Nobel. Tale mancanza non è da imputarsi a pregiudizio o ad avversione, ma semplicemente ai casi della vita, all’accumulo di letture da portare a compimento e, forse, alla innata difficoltà nel leggere i contemporanei. Essendo ora Marquez passato, ahilui, nella schiera dei classici del passato (la morte è solitamente il sigillo e solo a chi friggeva aria con la maestria di un C. B. poteva toccare l’onore d’essere classico in vita) ne cade la terza motivazione e forse mi accingerò, o no, a leggerlo, dipenderà da quello che potrò e vorrò. Questa non conoscenza di Marquez giustifica o spiega il totale silenzio di questi giorni, dato che non si è usi, a queste latitudini, di scrivere compianti di gente che non abbiamo avuto il piacere di conoscere, mi chiedo se tale abitudine sia diffusa e se dunque tutte le miriadi di foto, frasi, compianti e copertine siano da collegare ad un numero altrettanto vasto di lettori e cultori dello scrittore colombiano.

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Claudio G. Fava (1929 – 2014)

Claudio G. Fava è morto ieri, 20 aprile, a Genova. Molte generazioni gli sono (e mi auguro saranno) riconoscenti per gli sforzi fatti per fare arrivare buon cinema anche nelle lande più nebbiose e desertiche. Da un po’, a riprova di una inesauribile voglia di narrare e di dedicarsi a quello che più amava, aveva aperto un blog (lo potete trovare nell’elenco dei siti seguiti). Competenza e ironia, gusto per la battuta ora fulminante ora sorniona, grande signorilità, Claudio G. Fava non passava inosservato. Mi permetto di utilizzare questo spazio per aggiungere il mio rimpianto per un uomo che continuava a dare molto e molto bene.

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Settimana prossima riparto (brevi amenità)

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Le vacanze, tornare in famiglia ed in Italia per una settimana, apri un giornale e ti imbatti nel nome di una compagna di scuola… l’avevi ereditata dai “coscritti” della annata anteriore alla tua, a forza di ingraziarsi alcuni capetti della classe riuscì a conquistare il poco sudato diploma… poi il silenzio, dopo andò in una notissima, carissima e inutilissima università privata e ne venne fuori con una tesi tra le più ridicole (ma tanto quella università è una nota fabbrica di laureati in serie). Oggi la ritrovi sfogliando un giornale e scopri che è capolista alle europee… la settimana prossima riparto

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Sospetti

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Sospetto che quella certa libertà di scrivere e dire quel che a ognuno pare, libertà solitamente scambiata per il segno del crollo di ogni censura e la venuta del paraclito, un mondo dove c’è tutto concesso perché infine trionfano non sappiamo quali buoni spiriti, sia in realtà il segno che nessuno legge o ascolta davvero quello che gli altri dicono. Ci sono delle baruffe, a certe parole, certi termini sono come degli spilli che scatenano gazzarra, ma anche in questo caso non si può andare oltre a quei termini scatenanti, il resto delle frasi attorno si perdono irrimediabilmente. Certo, in realtà c’è censura, a partire dallo scrivente che sente come una cappa sulla sua anima e cumuli di decenni e decenni di massime della buona morale, di manuali di vincitori e vinti, di mercatini dei vocaboli usati, a questo si aggiunge il docile e pieghevole mondo dei gazzettieri un tanto a parola, si pregiano di piegarsi agli ordini ministeriali, e così se questo o quel funzionario tira una riga, annerendo un turacciolo al fuoco, sopra quattro o cinque parole, eccoli che solerti loro espellono dal vocabolario ufficiale queste reiette, mandate al confino a tempo indeterminato.

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Salinger non pubblica

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I postumi della gloria sono inevitabili incubi di mal di testa e terrore, sembrava molto buono mentre ne trangugiavi ad ampi sorsi e boccate, ma dopo resta la confusione di non sapere dove sei e perché ci sei arrivato. Leggo che hanno scovato una marea di lavori inediti di Salinger, diversi romanzi, racconti, un libro di filosofia e, pare, il seguito del giovane Holden, evviva o no? Il terrore di essere arrivati in cima, quando tutto pare che ti debba giungere tra le mani e le speranze si accumulano, poi iniziano a scivolare via, già vedi alcune nubi che ti minacciano da lontano, quasi additandoti. Tu scrivi, ti ritiri, ma continui a scrivere, le pagine si accumulano e non pubblichi nulla, eppure ogni editore oramai si getterebbe ai tuoi piedi, tutto è in discesa, ma non demordi e archivi, scrivi e archivi, forse è una assicurazione finanziaria per chi ti era vicino, forse il semplice vizio della scrittura, forse è uno sforzo di guardarsi allo specchio per vedere ancora se il tuo volto è rimasto intatto. Non si capisce. Non è comprensibile, non lo è oggi, oggi chiunque tenta di pubblicare qualsiasi cosa, le case editrici pasteggiano a forza di “programmi per la autopubblicazione”, fosse anche per dare la tua versione della caponata certo hai quel plico di carte che prima o poi, appena troverai l’editore adatto, pubblicherai svelando al mondo cosa si stava perdendo. Oggi pare incredibile, Salinger non ha pubblicato, niente, dal 1965 ha smesso, difficile immaginarsi che abbia seguito dibattiti sulla sua persona, inchieste o interrogativi. Si è rinchiuso, dal 1980 non lo vedeva quasi più nessuno, e così si è perso “grandi cose” nel mondo, si è perso un gruppo di tizi che ha fondato una scuola di scrittura, si è perso un noto tuttologo che ha sputato la stronzata giovanilistica, épater la bourgeoisie (ovvero sorprendersi… altro caso evidente di chi si guarda allo specchio e vuole la conferma di non aver cambiato fisionomia) mischiando cose distinte, si è perso tanti concorsi dove si ricerca spasmodicamente due categorie di scrittori:

  • quelli che la pensano come noi

  • quelli che pagano la quota di iscrizione

Salinger si è sottratto al mondo, ha scritto quotidianamente, pare, ma non ha pubblicato più nulla, molti si sono interrogati, in fondo, si dice, lo scrittore scrive per un pubblico. Può essere, sinceramente non ci ho mai capito molto di queste riflessioni, c’è però la possibilità, ad esempio, che uno scrittore esaurisca fiducia ed interesse verso questo pubblico, dopo avere fatto esperienza di come sia, come reagisca e come la pensi. Non necessariamente tutti gli esseri umani gioiscono e stimano sulla base di un consenso. C’è anche la possibilità che uno non scriva per il pubblico o scriva e pubblichi solo perché le bollette incombono, il droghiere incalza, il salumiere borbotta, poi un giorno raggiunge una solidità e non trova più necessaria questa buriana… per me l’idea di pubblicare, dico pubblicare in forma vera e propria, qualcosa di completo, complesso, è una sorta di spauracchio e centro di attrazione, da una parte è come uno sprone a raccogliere quelle dannate carte sparse e completarle, ho dei racconti, ma troppo pochi per una raccolta, ho dei progetti, ma non completi, luoghi dove pubblicare racconti singoli o mezzi romanzi non ne conosco, e così mi faccio forza e raccolgo le forze in vista di “pubblicare” queste cose, perché? Penso per denaro. In realtà io ho dei libri già pubblicati, non sotto il nome Antonio Sabino, ho dei libri e hanno perfino venduto (accidenti?!) ma per diverse ragioni a me non è venuto un fico secco da questi volumi. I miei volumi sono diffusi, vengono citati, ma a me non è venuto nulla, neppure un centesimo e non campo di onore, non  sento l’onore più di pochi minuti. Mi devono ogni tanto esortare, incoraggiare quasi, ricordarmi che è una bella cosa essere stati pubblicati, non avere tirato fuori un centesimo per vedere il proprio lavoro riconosciuto, nero su bianco, da una casa editrice di tutto rispetto, ma io continuo a non vedere l’onore e sul perché questo o quello sia pubblicato io non lo so, varrà quello che ho scritto oppure sarà un gioco di finanziamenti pubblici, non ne ho idea. Questi lavori sono degni, questo sì, non avrei sopportato di mandare in stampa cose fatte senza impegno, mi sono costati anni di fatica, ho sudato e parecchio sopra quelle pagine, pubblicare è qualcosa infine, ma non sono del regno delle anime elette, o si è solitari o si è ben messi di famiglia, e un minimo di riconoscimento “sonante” mi avrebbe fatto piacere più del sapere che sono menzionato o che ho ricevuto ottime recensioni. Non mi riescono i discorsi elevati, il pubblico non lo scegli, non hai veri contatti con lui, di fatto è composto da persone che incontrerai qualche attimo nella tua esistenza. Così vorrei pubblicare anche le altre cose che ho tra le mani, vedermi riconosciuto un compenso, vorrei poter arrivare ad un punto per cui mi fosse possibile chiudere fuori il mondo e scrivere, se mi viene voglia, senza più mostrare. Una sola cosa rimarrebbe da decidere, queste cose andrebbero infine rivelate? Le dovrei lasciare in vista o ordinare di farne un bel falò? A gente che ci ha provato in passato non è andata bene, quello che avevano decretato per la fiamma è rimasto vivo e vegeto, altri hanno risolto nell’unico modo possibile, gettando con le loro stesse mani tutto quanto nel fuoco. Molti si interrogano, addetti ai lavori e non, sul perché della scelta di Salinger, io continuo a chiedermi cosa vi sia di strano…

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MINIME – OPERAIO LEGGIADRO

Operaio che leggiadro sopra il tetto vai
una mia prece al tuo orecchio arriverà
di non martellare non ti chiederò mai
ma almeno non cantare più Riderà.
Saranno passati almeno due gioni buoni
e ancor con quella canzone mi scassi i coglioni

Categorie: Divertimenti, Miserie umane | Tag: , | 1 commento

IL VERO VALORE

2XE_4567Lorenzo Lotto, Polittico di Recanati, particolare

Quando quelli che credettero in te più non saranno

solo allora penserai al tuo reale valore

e così sentirai aggiungersi danno a danno

come ad una ferita il rinnovarsi del dolore

                                   –

Giudicherai con più chiarezza quanto sia malanno

all’animo dell’uomo di vagheggiare il clamore,

le false luci, i falsi suoni, porteranno

i pensieri nuove prove e crescerà per te il disonore

                             –

Di aver disperso il tempo a te concesso

in battute di caccia prive di fortuna

quasi che non fosse un gioco a impallinare te stesso

                            –

Di aver creduto montagna una traballante duna

e di cogliere l’universo nel suo complesso

mentre in una pozza occhieggiavi la luna

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Riflettere (Frammento della prima parte della Trilogia)

marchande_de_fleurs_a_londre-largeJules Bastien-Lepage, Marchande de Fleurs a Londre, 1882

Quanta è la gente che confonde il riflettere con il pensare e crede che sia solo una lieve sfumatura a dare questo o quel nome, e che la riflessione sia giusto un pensiero che ricade sopra la propria stessa natura, quasi non filtrasse il nostro corpo perché opaco e inattraversabile. Non è così, in queste lunghi pomeriggi, rinchiuso nella semioscurità del mio mondo sono giunto infine a cogliere la sostanza di quella che ha il diritto di essere chiamata riflessione: essa è una visione ribaltata del procedere comune, del quotidiano, alla tesi imperante contrapporre un volto girato, un cambio di verso e senso; rifletti il tuo volto, guarda le tue cicatrici e ogni tua espressione allo specchio, vedrai qualcosa che è opposto al tuo banale quotidiano, riconoscerai l’opposto di chi è uso al tuo aspetto e così riflettere sarà stravolgere fino alle più estreme conseguenze il vivere comune, il pensiero dal volto immutabile, tu sei lo specchio, tu sei la spada, scindi d’un colpo netto uomini e cose e restituisci ogni significato al suo luogo e poi rovescia la cesta e spargi ogni cosa al suolo.

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Stato d’emergenza

the_wise_and_foolish_virgins-largeEleanor Fortescue Brickdale, The Wise and Foolish Virgins, s. d.

Uno Stato che agisce quando vi è solo lo stato d’emergenza non è Stato e non vi è mai stato e quando vi sarà soluzione non vi sarà Stato, perché se si agisce sull’onda dell’emozione (non si interrompe un’emozione diceva uno e poi gli hanno pure fregato la frase) allora in che stato è lo Stato, come è stato e come non è stato, noi non lo sapremo mai, perché in che stato versano le condizioni di uno Stato che è Stato, ma è anche stato quello che dicono che sia stato, ma che sia stato Stato noi non siamo certi. Agendo sull’emergenza dovrà poi agire sull’emergenza della conseguenza che sarà conseguenza dell’emergenza, in uno stato di cose dove non tutto emerge e non tutto sprofonda, mentre lo Stato ci ricorda quello che è stato e quello che sarà e noi, a conti fatti, iniziamo a credere che sia uno Stato d’emergenza.

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