NOTA BENE: se vuoi vedere il mio Blog dedicato alla attualità segui il collegamento

COLLEGAMENTO: TERRE IMPERVIE

Menù del giorno: non perdetevi l’emozionante avventura di Verlaine e Saviano, meglio di Tintin e Milù, inDIFFERENZA TRA I POETI MALEDETTI ED I MALEDETTI POETI: IL MARTIRIO DI SAN VERLAINE APOSTATA e non perderti neppure le FANFARAONATE DI UN AMERICANO AL CAIRO. E cosa dire dello scontro all’ultimo “beneficherò” tra il Pinocchio di Castiglion Fiorentino e quello della via Gluck ne PINOCCHIO, RAGAZZINO SPENSIERATO, OGNI PROMESSA UN NON PAGATO ovvero SULLA ILLUSIONE DELL’OSPEDALE PEDIATRICO MEYER DI FIRENZE. Cosa dire poi della edificante storia di come si ammazza un diplomatico in Libia dopo averlo torturato (ma democraticamente, un pezzo per uno) in OMAR BREBESH ovvero COME TI TORTURO E TI AMMAZZO DEMOCRATICAMENTE IL DIPLOMATICO LIBICO

Posted febbraio 10, 2012 by antoniosabino in Annunci

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Mi segnalano dalla Regia che la prova teatrale di Branciaroli, oltre a sembrare una imitazione vocale del parlato di Luca Laurenti assume in altre parti le sfumature e i toni chiarissimi di Gioele Dix.

Posted febbraio 19, 2012 by antoniosabino in C. B., Tipi umani

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PLATEE DI DONNE COSCIOTTE PER IL DON CHISCIOTTE DI UN BRANCIAROLI QUALSIASI   3 comments

“Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu. Divina è l’illusione.”

Faticherò sempre a ricordare un Riccardo III di Branciaroli, dove il suo perBenismo sfiorava punta di insopportabile idiozia, ma senza mai raggiungere quelle cime che avrebbero giustificato la mossa. Mi pare d’essermi agitato parecchio sopra quella poltrona, al Donizetti di Bergamo, ma era una agitazione che nasceva dal progressivo addormentarsi di ogni parte del mio corpo davanti alla noiosa boria dell’ATTORE conclamato, sì Branciaroli è un ATTORE conclamato, come è conclamata una malattia, di quellle che ti gratti, la sua è notoria infezione e tutto questo agitarsi non ha molto senso. Ora il Don Chisciotte. Non sopporto Branciaroli, la sua totale mancanza di personalità, la sua pochezza vocale (un poco grifagno, ma niente più, lui si considera un “mostro” vocale, lo ha detto in più di una occasione, crede di essere un superdotato pure in gola), l’intellettualismo da mignotteria d’accatto sul quale si è adagiato, il suo naticare in scena, lo stridio di materiale galinaceo da ovificazione, le urla e i gridolini di orgasmi involgariti dall’erotismo alfabetizzato, le formiche nelle gambe, la mandibola che mi scrocchia all’ennesimo sbadiglio, le distese di vacuità mediocre, dove non raggiunge mai nulla che ti sorprenda e con la voce produce citofonia e telefonia di bassissimo grado. Volgare. L’infermità pattumifera del suo convento vocale non ha mai donato increspature o totale banalità, sono sempre le eterne corsie sotto luci orizzontali, cerca l’effetto, lo cerca ma non lo trova e ora, qualcuno direbbe genialmente (ma se è un geniale è un geniale da mercante che vende merce contraffatta ad alto prezzo perché oramai è l’unico del villaggio), accentua ancora più la sua vocalità mediocre imitando, imitando platealmente e dichiaratamente Bene (orrore immondo) Gassman etc… ci gioca, vuole darci ad intendere, ci gioca, dalla conchiglia manda fuori ora un corno ora l’altro, poi li ritrae e torna al mediocre di base (non che non siano mediocri pure le due protuberanze), ci vuole dare ad intendere che se volesse, oh se volesse, ci farebbe schiantare a terra la mandibola, schizzare fuori gli occhi, ci farebbe impazzire, ma preferisce giocare al travestitismo vocale perché “è una esigenza scenica e artistica” e un omaggio/sberleffo dei due “imitabili”, come ama concludere l’opera, peccato che della loro non imitabilità ne dia evidente prova lui stesso.

“Queste mie opere sono tracce, non testamentarie voglio sperare. Forse nascondono una vanità infantile, forse si possono considerare uno specchio di me, che sono ancora un morto vivente

No, Branciaroli, non è una esigenza, è un ricorrere d’emergenza alla comodità di un manualino per montare lo spettacolo. Un foglio a soffietto, uno schema da Ikea, il piolo, il buco, la voce, avviti ed ecco davanti a noi il seggiolone per i bimbi rimbecilliti. Ma noi, pur a fatica data la pochezza, ricordiamo e ricordiamo molto altro e questo tuo “appoggiarti” alle imitazioni è di lunga data, tu hai sempre mischiato una recitazione da trombetta (trombone giammai) a questa sorta di pupazzo nevrastenico, nella tua mente omaggio a Bene o scuola di…, e ti dobbiamo dire cosa ci sembra, nella sua ultima evoluzione: Luca Laurenti. Sì, sembri Luca Laurenti, quindi immaginati quale splendida prova d’attore “scuola di” sei riuscito a tirare fuori in questo ennesimo sforzo (del pubblico). Sarai applauditissimo e avrai la solita distesa di donne in fregola risalente, pare, ai tuoi trascorsi brassiani, quelle che si girano fulminanti se uno da dietro, a buon diritto, prorompe in un “che cagata pazzesca” non potendone più, in fondo a queste credo che, sotto sotto, piaccia pure Luca Laurenti, dunque due piccioni con una Fava.

TRILOGIA, PARTE I   2 comments

Abbiamo orrore delle celebrazioni, la putredine abbracciata di lauro, le lapidi imbrattate di fiori, abbiamo orrore delle coccarde dispiegate a premiare il più bel cadavere del cimitero, di questi concorsi di bellezza postuma abbiamo solo da dire il nostro ribrezzo, gli alberi secolari se morti vanno secati, frantumati, schiantati e sbriciolati, le loro braccia invocano il martirio, le loro gambe invocano il cauterio e poi il filo sottile che le sezioni, invece si presentano le mostre, i decennali, i trentennali, le secolari scempiaggini di un morto che non è lasciato morire, neppure nella tomba il nome trova la sua pace che è solo nel discioglimento, invocare è strattonare lo spettro e trascinarlo in catene per le vie cittadine sopra il carro del Trionfo delle nostre false vite; schiacciare il suo volto o le orbite vuote (più rapide ad accogliere e trattenere) contro la superficie del quotidiano o del straordinario. Voi pensate che al di là della morte vi siano distinzioni come tra voi, di quello che vi pare incredibile i morti non sanno neppure che farsene, del quotidiano figuratevi voi, ed invece vi ammirate nel disseminare le teche dei guanti da riposo, delle lenti da indagine, dello stivale da saltello, le prime edizioni, le ultime edizioni, i titoli ed i controtitoli, le maschere imbellettate, le foto ritagliate a dare una parvenza di quello che non è mai stato, la pioggia a coriandolo di motti e detti, fino agli inganni ultimi delle estreme parole.

 
                                                                                                                               ********
 

Non troverò la morte e la troverò ed è questo mio non ondeggiare, dato che sono un palo infisso sul limite della meta, a seppellirmi d’amarezze e dolore. Tutto la mia esistenza assume contorno e sostanza solo nel suo decomporsi quale cosa passata e quale cosa passata anche le mie Morte assumono figura e materia: vivono nell’essere vissute e la consapevolezza d’essere uno spazio compiuto e concluso le eleva al di sopra della immaterialità di quello che amiamo canzonarci come presente, le rende solide quasi come statue, monumenti, eppure ancora più durature delle illusioni dell’uomo. Questo forse è uno dei grandi tormenti, noi non sentiremo mai d’essere reali e vissuti perché la pura consapevolezza verrà a noi quando già avremo chiuso i sensi e gli occhi, quando la bocca sarà stetta e inviolabile perché dopo l’ultimo respiro non possa sgusciare parola tra le labbra.

Posted febbraio 17, 2012 by antoniosabino in In corso d'opera, Trilogia

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AIDA ALLA SCALA ovvero PERCHè PURE LA LIRICA HA DIRITTO DI GAREGGIARE CON SANREMO   1 comment

Una cosa incredibile, superba, fantastica, da annali della lirica… tutte cose che ci piacerebbe scrivere relative alla Aida di Verdi trasmessa ieri da Radio3, in diretta dalla Scala. In realtà abbiamo più volte tentato di sintonizzare bene il segnale, pensando ad una interferenza con RadioMaria, magari una di quelle novene guidate da un gruppetto di simpatiche nonnine, certo più interessate al culto che al canto. Dopo aver fatto ricorso ai vari apparati radiofonici della casa e averli calibrati come se stessimo aprendo una cassaforte, viene fuori la triste realtà: quella massa di strilla, urla, stonature e lunghi passaggi all’insegna del monocorde sono proprio della Aida presentata alla Scala. Cosa potremmo salvare da tutto questo? Siceramente non lo sappiamo, in teoria potremmo tentare un gioco d’astuzia e dire che certamente la messa in scena sarà stata di livello, dico che giochiamo d’astuzia perché per Radio non si segue, peccato che una commentatrice ospite dei giornalisti Rai abbia sottolineato come pure da quel punto di vista si fosse prossimi al disastro: gli unici dotati di nobiltà nell’incedere, ha detto, sono i cavalli, gli altri neppure sanno marciare all’unisono. Insomma comparse impreparate, cantanti che sembravano più intenti a fare (pessimi) vocalizzi, interpretazioni a livello scolastico, una orchestra sfilacciata. L’unica consolazione (per modo di dire) è l’aver constatato con le mie orecchie che alla Scala si è ancora in grado di fare polemica, più di un atto è stato accolto con fischi, qualche litigio tra il pubblico e, durante l’applauso finale (non certo fragoroso) un VERGOGNATEVI si è levato in volo, per la verità dimostrando una prestazione vocale superiore al mezzo soffocato tenore. Se avessi assistito dal vero ora vi starei scrivendo privato della voce e ingiustamente dei soldi di un biglietto che era davvero una spesa inutile e dannosa. Il cast lo risparmio, dico solo che il direttore (descritto da vari giornali come giovane esperto e di ottime speranze), tal Omer Meir Wellber, scuderia Barenboim che oramai domina incontrastato, non si è mostrato affatto al livello tanto propagandato, anzi, la sua conduzione, a giudicare dagli svarioni della orchestra e dalla confusione generale, è parsa mediocre se non peggio. Al cast suggeriremmo di esibirsi per un certo periodo presso la Scala B di Milano

Il contatto diretto con il pubblico e vedere bene in faccia le smorfie delle persone durante la loro esecuzione potrebbe giovare alla loro percezione,  a tratti risultata inesistente, dell’andamento generale della loro prova sul palcoscenico.

Posted febbraio 15, 2012 by antoniosabino in Attualità, Musica

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NON HO IL VOLTO RIGATO DA UN TORMENTO ETERNO   4 comments

Non ho il volto rigato da un tormento eterno
o dalla certezza pasciuta di una cresciuta
pianta del giudizio avviluppata all’interno
dello stomaco.

Mi manca lo sguardo che dia per inteso
un turbamento
e il rovello non mi tange e se s’arruga
la fronte
spesso non è perché qualcosa in me piange
ma è solo il mio fastidio
a parlare con le persone
che mi forza alla mimica silente.

Quel che forse agli altri pare da buffone
è solo il volto di un inappetente
di dialogo e dell’immischiarsi di parole

E quando mi guardo allo specchio,
sfortuna mia!, non vedo mai me stesso.
Ora un pacato, ora un furioso, ora un vecchio
ora un giovane e spessamente vedo un fesso

IL CICLO DELLE MASCHERE (RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI)   3 comments

Nota: data la chiusura di Splinder il precedente blog non è più disponibile, ovviamente ho approntato una copia di sicurezza in modo da poter ricaricare, con il tempo, le cose che ritengo possano ancora essere di un minimo interesse (almeno mio). Inizio con l’ancora incompleto ciclo delle maschere.

CHI DICE COPIA DOVE NON V’è STATA

Chi vede copia dove non v’è stata
perde la faccia da misero podio
perché con ignoranza conclamata
finisce per copiare l’altrui odio

Sempre alla tenzone lui s’arrischia
ma poi al momento dell’acme si sottrae:
da orecchio a orecchio l’aria fischia
eppur fresco pensiero in lui si ritrae

Armato a malapena di antologia
ha il cervello affetto da acrofobia

 

COME S’OSCILLA TRA NASCITA E MORTE

Come s’oscilla tra nascita e morte

così si vorrebbe fosse l’agire

sempre d’ogni uomo in qualsiasi sorte:

a mezzo del godere e del soffrire

 

Ma l’uomo è bene che la sua pena

fugga e cerchi gioia con le sue azioni;

e se qualcosa ti si oppone mena,

mena con forza e non aver padroni

 

Se ti diranno di agitarti meno

rispondi: m’ispiro all’arcobaleno

 

QUANDO L’IGNORANZA è BEN PASCIUTA

Quando l’ignoranza è ben pasciuta

s’illude essere in piena libertade,

rizza il capo e con voce accresciuta

s’atteggia a dire il vero ed è boutade

 

Sentenzia finemente sull’ignoto

come un cieco che da sopra una torre

scruta, ei dice, fin nel più remoto

e nulla vede ed il tempo infin scorre

 

Della mente finisce a fare strazio

perché del suo nulla è bello che sazio

 

OGNUNO SI PROCACCIA DA VIVERE COME VUOLE

Ognuno si procaccia da vivere come vuole

C’è chi gioca, c’è chi sgambetta,

io invece provvidi a procacciarmela a parole

ché sempre mi parve la perfetta

 

Maniera di vivere per chi si trova nel mio stato

D’essere dinoccolata marionetta

E se nessuno di voi tal viver l’ha mai provato

Si faccia avanti che non aspetta

 

La vita che prendiate le vostre decisioni,

ma è lama affilata che procura incisioni.

 

MA IL MONDO NON VUOLE QUESTO

Sento tanta gente che parla e parla dell’animo umano
e ne descrive gli afflati e le più recondite pulsioni,
ma spesso è gente questa che mi risuona in modo strano
come quei bronzei otri messi per amplificare i suoni

magari lucenti  e gonfi di bei splendenti paroloni
ma cavi all’interno e bene ricolmi solo di tanta aria
perché son nati giusto per mimare e ripeter conclusioni
che altri più piccini e nascosti hanno avuto la bonaria

idea di mettere per il mondo, quasi senza padroni
perché pensavano che fosse nel stare così nascosti
il senso primigenio delle lor docili riflessioni

ma il mondo non richiede questo, vuole grasse uccisioni
di verbi in pubbliche piazze, svelamenti di grandi spettri
che danzino al passo dei tempi attraverso proiezioni.

QUESTE DOVREBBERO ESSERE LE NOSTRE INTENZIONI

Lotta tra i cumuli di libri d’ogni scienza

per sfrondare i pensieri e le troppe intuizioni

fino a raggiungere l’età dell’incoscienza

queste dovrebbero essere le nostre intenzioni.

 

Invece tutto questo eterno faticare

ha il comico ghigno dell’ultimo contrappasso

come con il folle sughero l’onda del mare

nuovamente indietro alla riva a perdere il passo.

 

Concedessero gli dei, prima del precipizio,

di ottenere se non la fine del lungo errare

almeno di veder davvero il punto d’inizio

 

OGGI UN CAPPELLO MI VOGLIO FORGIARE

Oggi un cappello mi voglio forgiare

o una ricca stuola, fuor d’ordinario,

più che ecologica  la voglio fare,

stoffa cangiante, fatta di Precario.

 

E addobbare l’atrio della mia casa

di rose senza spine  e di gialli ideali

e sopra la soglia, a mo’ di cimasa,

pingui parti di grossi ed ottusi  maiali

 

Rallegrino la vista fino in fondo al cuore,

e un poco di me sia con loro: l’immane fetore

 

A DIRE IL VERO MAI FUI UOMO

A dire il vero mai fui uomo di stramberie

anche se a tutti può capitare la iattura

per una multa, burocratiche magherie,

di finire un giorno per caso in questura

 

Amavo però abbandonarmi a certe pose

sì che gli uomini mi sapessero una jena,

pensando veder dalla bocca spuntar rose,

e gambi spinosi occhieggiar dal fondoschiena

 

La verità è che nel mio delirio fui infaticabile,

tutto il giorno a rincorrere queste dicerie

di me stesso, in balia del mio vivere inevitabile

GUSTAV LEONHARDT (1928-2012). L’ULTIMO CONCERTO.   2 comments

Il 16 gennaio Gustav Leonhardt è morto ad Amsterdam. Il recente e improvviso ritiro dalla attività concertistica, per motivi di salute, lasciava temere qualcosa di molto grave e purtroppo il dubbio si è rivelato corretto. Con la scomparsa di Leonhardt si chiude un’era, come titola giustamente l’autore di un elogium in un blog che vi consiglio di tenere d’occhio. L’era dello scavo filologico (rigoroso ma mai pedante), del recupero, ma anche della reinterpretazione, del tentativo di ricostruire il suono per come era stato concepito al momento della scrittura. Certo un Bach o un Mozart potevano concepire un suono che andava al di là del momento e degli strumenti dell’epoca, nel senso che poteva ugualmente arricchirsi di sfumature con l’avvento di altri strumenti, ma resta il fatto che certo un compositore pensava prima di tutto ai mezzi con i quali aveva familiarità. Chi ha avuto la preziosa occasione di conoscerlo nel privato o anche solo in una masterclass ricorda un Leonhardt molto più rilassato e amichevole, scherzoso, rispetto a chi, come me, ha potuto solo vederlo al clavicembalo (per parte mia quello che più conta) o osservarlo a passeggio sotto un chiostro. Quello è il Leonhardt che ho fisso nella memoria, anche se vi sono interviste e filmati dove appare certo meno ieratico e la ieraticità attribuita è sempre parte di un gioco letterario che noi stessi, si spera consapevolmente, amiamo reiterare, un topos letterario che ci piace e che consapevolmente sfruttiamo, pur sapendo in noi che la vita reale non è di questa materia, ma come rifuggiamo il verismo teatrale, l’assurdo di voler abbassare al vero quello che è illusione compiaciuta, così tendiamo a disegnare il nostro personale ritratto, obbligatoriamente compenetrato dall’opera. Non mi dilungo oltre, già ho avuto modo di scrivere qualcosa sopra Leonhardt. Come estremo omaggio a questo straordinario pioniere allego, fino a quando sarà visibile in youtube, la registrazione del suo ultimo concerto. Difficile dire se la commozione venga dalla figura stanca, con i guanti, certamente indebolita dalla malattia, oppure dalla consapevolezza di assistere alla ultima esecuzione pubblica del Maestro. Il bis non poteva che essere Bach, la 25esima variazione delle Goldberg. Bach per Leonhardt fu sempre il più grande compositore e il massimo mistero, l’insondabile, l’indicibile. Superiore al genio ultraterreno di Mozart, il genio di Bach, umano eppure così incontenibile, ha sempre affascinato e rapito Leonhardt. Bach che è forse la migliore, la somma risposta a tutti quelli che, oggi sempre più, si fanno rapire dalla minchioneria del “nuovo” confondendo qualcosa di transitorio con qualcosa di eterno, Bach era fuori dal suo tempo, attardato perfino, eppure quasi tutti i grandi compositori dopo tornarono, spesso nelle loro personali tarde età (dico personali perché quella di Mozart fu attorno ai 30 anni) a Bach, così Beethoven, così Mozart, così tanti altri. Ecco a voi l’ultimo concerto di Leonhardt.


Posted febbraio 3, 2012 by antoniosabino in Annunci, Musica

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NONNINI MODERNI   2 comments

Posted febbraio 2, 2012 by antoniosabino in Attualità, Mi piace "fotomontaggiare"

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BALTIMORA   3 comments

Come oramai è mia personale tradizione “mi faccio” gli auguri riripubblicando questa mia poesia dedicata al mio illustre “compagno di compleanno”.

A E. A. Poe

Donne perdute lungo la banchina del porto di Baltimora,

le ho viste l’anno scorso, come se fosse adesso,

e danzavano bianche e pallide come le vele al vento

ma non c’era vento attorno, se non nel mio occhio stanco,

lungo la linea tagliente dell’orizzonte ferivo la palpebra

calante come una luna tuffata sotto l’abisso del gorgo,

se non nella mano che tremava, tremava stringendo l’altra mano perché non tremasse,

la parabola dei ciechi lungo le colline la notte e il giorno,

seguivano in fila i gesti informi della voce, quei suoni inutili

richiamati dalla cortesia della palude della gente di biacca

che si stendeva lungo tutta la banchina del porto di Baltimora

illudendosi di risalire o discendere fino all’oceano,

acqua stagnante.

Tra le carcasse degli incerti nomi

un volto consunto dalla fatica

ma non piagato

dal quotidiano scappellarsi al passante

è come se si fosse murato nello spazio dell’oceano

lasciando la città e la gente dall’altra parte,

ed ora, troppo avanti negli anni per rincorrere le onde,

si accomodava come in veranda,

aperto un piccolo spazio nel suo muro, una porta,

trascinato un barile pressappoco della sua età

- chi sarebbe stato capace di distinguere di quale vino?-,

e guardava, senza dover dire nulla agli sperduti,

soffiando fumo come un battello a vapore,

avrei voluto che balzasse giù dal suo barile,

tagliasse tra la folla, spartendola bianca e schiumosa,

perché potessi seguirlo, seguirlo tra questa gente

ancorarmi a lui come se fossi fuori uso, in avaria,

ma non c’era nulla che potesse spostarlo dal suo pilastro

vecchio eremita nel silenzio

che ci osservava come da un lampadario su di un vasto salone

ma senza crudeltà, senza rabbia o livore,

ci osservava in attesa che la sua nave approdasse e gettasse la gomena.

Donne perdute lungo la banchina del porto di Baltimora,

oscillano come una bandiera soggetta al mutare del vento,

ora pendono a destra, ora a sinistra,

ed io le seguo con lo sguardo senza saper proferire parola

e negli occhi rivedo il riflesso dei loro denti

e negli occhi rivedo come l’inclinazione d’una scala lunga e nera

e mille suoni, in lingue che l’uomo e la donna non hanno mai inteso

davvero

e mille suoni, in lingue che l’uomo e la donna hanno creduto di capire

vanamente

e misteri nascosti dove nessuno li saprà mai trovare

nascosti nel luogo più impensato: davanti a loro, posti bene alla luce del sole.

Eppure bastava così poco, bastava sedersi su una sedia logora

e stringere una mano nella penombra, in attesa del medico,

passando così le ore, parlare e parlare ancora, dire, dire,

invece di correre follemente e picchiare i pugni sulle tempie imprecando

buttare fogli all’aria, sporcare d’inchiostro le mani, il foglio, la scrivania,

correggere bozze ad ogni ora, gareggiare a incastri

sostituire a numeri parole, a parole numeri, a disegni parole, a parole parole,

come un automa, ma di quelli veri, non le scatole per ingannare i gonzi,

ma quale automa avrebbe sofferto quello che ho sofferto e soffro ancora?

Quale automa? Un automa creato da qualche artefice crudele,

un automa che non sarebbe mai servito allo scopo,

sempre distratto da un suono, da un ritmo rivelatore

che veniva da ovunque, dalle pareti esterne e interne al corpo,

da dietro la maschera che si insinuava anche nel giorno di festa,

nel momento dei bagordi estremi, quando crolla ogni cosa

come una casa decrepita e priva di vita, come un mondo senza destino,

un corpo accasciato su una poltrona nel terrore che nulla si ripeterà:

quei sussurri notturni sotto il portone non verranno ridetti e non sono stati detti,

questi chiari di luna ellenici,

no, sarà una illusione futura, ma di chi?, non ho idea, ma sento che si illuderà,

e poi una luce la getterà un cieco scrutando nel buio i sentieri indivisi,

ed io ora scopro che il bivio è una curva di un labirinto

e la via dalla quale si viene non è una via, ma un punto proiettato nello spazio,

un punto posto lungo quella curva che vediamo d’un tratto,

ma di tutto questo non farò menzione, non scriverò nulla, non lascerò traccia

troppo, troppo ho già messo sulla carta in questi anni di vagabondaggio,

in questi secoli di cammino lungo la riva del risonante mare,

voglio solo spingermi di nuovo là, in questa notte di ottobre,

anche se le gambe sono malferme, lo stomaco non regge

e la testa risuona ad ogni leggero movimento del mio corpo,

ma voglio tornare là, in questa notte d’ottobre

a vedere donne perdute lungo la banchina del porto di Baltimora,

forse tra loro, tra questi spettri della notte

che danzano a piedi nudi sulle acque

troverò anche il suo volto

pallido e disciolto

quel volto che vedevo reggersi debole come il suo sorriso

quando mi osservava dalla porta

quando lasciava, contro al mio volere, il letto per vedermi lavorare,

e restava in silenzio, mentre non potevo proferire una sola sillaba,

forse lo vedrò quel volto

forse la vedrò come se emergesse dalle acque del porto

con gli occhi chiusi e la bocca rasserenata

lontano dagli affanni e dagli artifici del laudano,

come se emergesse da una terra lontana, un’ isola,

da un regno in riva al mare.

Posted gennaio 18, 2012 by antoniosabino in Annunci, Viver per rime

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